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Storia e Storie

Il messaggio di impegno e di libertà di Antonio Borgese

Scritto da (Redazione), venerdì 11 ottobre 2019 09:02:46

Ultimo aggiornamento venerdì 11 ottobre 2019 09:02:46

Mercoledì scorso si sono stati celebrati, nel Duomo di Ravello, i funerali di Antonio Borgese, una delle figure di spicco della comunità ravellese, titolare, fin dagli anni Cinquanta del secolo scorso, dell'allora ufficio di collocamento in vari centri della Costiera amalfitana, impegnato in campo politico - amministrativo per più mandati quale consigliere e assessore comunale e presidente dell'azienda silvo - pastorale, scrittore attento e raffinato di testi di genere biografico.

Al termine del rito funebre, sulla scalea del Duomo, hanno tenuto un'articolata e commossa commemorazione, condita anche da coinvolgenti ricordi personali, Nicola Amato e Enzo Del Pizzo, cui ha fatto seguito un discorso di Francesco Criscuolo, che proponiamo:

«Non si può sottacere l'aura di tristezza propria di una circostanza, che vede tanti, ravellesi e non, riuniti attorno a un caro amico, a un uomo di non poco spessore personale e sociale.

È una testimonianza palpitante di affetto e di stima verso una persona che ha ben meritato, perché ha dato senso alla lunghezza dei giorni vissuti con la validità delle opere compiute.

Non senza ragione, l'autore del libro biblico del Siracide ha scritto che "la morte di un uomo manifesta le sue opere" (Sir. 11, 27).

Le opere di Antonio sono ben visibili nella dimensione del buon padre di famiglia, attento, diligente, premuroso, capace di non perdersi d'animo di fronte a vicende familiari tanto più tragiche e dolorose, quanto più impensabili ed inattese. Le stesse opere sono ben visibili, altresì, nella poliedricità e versatilità dell'indole, nella serenità e onestà di fondo, nell'apporto dato con spirito di servizio al progresso della comunità ravellese in veste di consigliere e assessore comunale nell'amministrazione guidata dal Prof. Salvatore Sorrentino, nella qualità di campione di libertà, che ha aperto una breccia nel muro del conformismo culturale degli anni ‘60 del secolo scorso, facendosi portatore di una mentalità duttile e innovativa.

La sua operatività risalta, ancor più, nell'attività di rappresentante locale del Ministero del Lavoro, per il cui corretto svolgimento ha percorso in lungo e in largo tutti i paesi della Costiera amalfitana con la mitica e inseparabile "lambretta", che oggi assurge a valore di cimelio.

Egli è stato tutt'altro che un grigio travet, in quanto ha cercato di incidere, da par suo, nel tessuto sociale in un tempo contrassegnato dalla presenza di un sistema di protezione sociale non ben definito, dalla carenza di rilevanti attività economiche e produttive, dall'assenza degli odierni incentivi statali e assistenziali, contribuendo ad educare e a far crescere nei giovani il desiderio di investire in un sereno futuro lavorativo.

Per tutto questo lascia sicuramente un segno e può rientrare a buon diritto, secondo una felice espressione dello scrittore latino Plinio il vecchio, tra coloro, di cui la memoria non scompare per poter tesserne le lodi.

Ciascuno di noi, in cuor suo, lo affida alla speranza, a quella speranza - scrive S. Paolo - che non delude (Rm 5, 5), perché assomma in sé gli aneliti più autentici e profondi di ogni uomo».

Il messaggio di Nicola Amato:

«Ho innalzato un monumento più duraturo del bronzo e più alto della regale maestà delle piramidi che nè la pioggia che corrode nè il vento impetuoso potrà abbattere nè l'interminabile corso degli anni e la fuga del tempo.
Non morirò del tutto, anzi una gran parte di me eviterà la morte e per sempre io crescerò rinnovato nella lode dei posteri.
Così Flacco Quinto Orazio nelle sue lodi utilizzando la fase ormai famosa
Non omnis moriar.... l'uomo non muore tutto

L'immortalità cui tende ogni essere umano è frutto di un connubio tra vita e morte, ove il giudizio sulla vita vissuta è solo l'anello di congiunzione con la vita, dopo la morte, che è il ricordo (il cd monumento alla memoria) piuttosto che l'oblio che ti proietta nella dimenticanza eterna.
Antonio Borgese il suo monumento alla memoria se l'è costruito da solo non sprecando o rendendo inutile la sua vita.
Ha vissuto intensamente una vita dedita in primis alla famiglia e alla cura dei figli dopo la dipartita della moglie Vittoria, al lavoro come collocatore, alla società civile rivestendo diversi incarichi politici, da consigliere ad assessore a presidente dell'azienda silvo pastorale costiera amalfitana, persona devota, di cultura e di grande umanità.

Qualche anno fa Antonio Borgese, accompagnato dal figlio Omar, si presentò nel mio ufficio e mi fece promettere che al suo passaggio nel mondo dei giusti, avrei tenuto un pubblico elogio funebre consegnandomi l'ode di Orazio.
L'impegno fu suggellato da una triplice stretta di mano.
Ho accettato di intervenire nel saluto di commiato ad Antonio in virtù di un rapporto di amicizia che è nato con Don Pantalone (mio zio) e che nel tempo ha ritenuto dover continuare con me, onorato della sua stima nei miei confronti.
Questo mio breve ricordo riguarda proprio i rapporti di Antonio Borgese con don Pantaleone e il Santuario dei Santi Medici.
Benchè vi fosse una differenza di pochi anni tra di loro Antonio considerava don Pantaleone come un padre da cui attingeva nutrimento e guida per la sua crescita.
Il loro legame era molto forte tant'è che Antonio accompagnava mio zio in giro per mezza Europa, soprattutto in Inghilterra, per la raccolta di fondi per la realizzazione del nuovo santuario.

Ben cianquant'anni di vita vissuta in simbiosi tanto da indurre Antonio ad improvvisarsi scrittore e scrivere un libro, sui cinquant'anni di vita pastorale di Mons. Pantaleone Amato parroco, dal titolo l'UOMO E LA ROCCIA, dedicato al figlio Dorian.

Nella prefazione al libro Antonio afferma di provare paura nella trattazione della monografia storica di un uomo di fede, ma nello sciogliere la riserva, ebbe a scrivere che quella penna con cui stava scrivendo era un arnese che aveva usato per quarant'anni per fare tutt'altro mestiere, che non è certamente quello dello scrittore o del giornalista ma di un comune impiegato per conto dello stato a servizio del pubblico.
Il legame indissolubile con Don Pantaleone va ben oltre la morte tant'è che qualche anno addietro mi chiese se poteva costruire una cappella cimiteriale proprio a ridosso della tomba di Don Pantaleone, utilizzandone il muro comune, e benchè gli avessi indicato altri spazi ove costruirsi la dimora eterna, mi ribadiva che voleva restare vicino a don Pantaleone come in vita anche in morte.
Grazie a questa amicizia e alla devozione di Antonio per il Santuario dei Santi Cosma e Damiano, nel 2013 ha donato allo stesso elementi marmorei e ha apposto una Croce in ferro sulla facciata della chiesa rispettando la raccomandazione di don Pantaleone allorchè nel 1997, a seguito della evidenzia di Borgese sulla mancanza di una croce, «Con tante cose a cui devo far fronte - rispose Don Pantaleone, non posso pensare a questi dettagli.Vuol dire che ci penserai tu».
Nel 2006 muore l'amata moglie Vittoria e Antonio, già ottantenne, si dovrà prendere cura dei figli Omar, Oscar, Evan e Karim.
Purtroppo nel 2007 in America a seguito di un incidente stradale muore Oscar, appena ventiquattrenne, un duro colpo per lui e la famiglia.
All'epoca tutta la cittadinanza si raccolse intorno alla famiglia preoccupandosi di ogni cosa, con una gara di solidarietà unica. Io fui incaricato dall'avvocato Paolo Imperato Sindaco di Ravello dei contatti con il consolato americano e delle formalità per il rientro.
Giunto il momento del trasferimento della salma dall'America Antonio mi chiamò e mi affidò l'incaricò di andare a Napoli ad accogliere il feretro del figlio perchè lui non se la sentiva, dicendomi di sostituirmi a lui.
Quella morte segnò molto Antonio tanto da non accettarla e alla mia richesta di apporre una lastra marmorea al loculo che conteneva il corpo di Oscar lui mi rispondeva sempre che la lapide avrebbe certificato di fatto la morte del figlio che lui immaginava ancora vivo in America.
Solo negli ultimi tempi si è deciso di completare il loculo convinto com'era che a breve avrebbe raggiunto sia Oscar che Vittoria che il neonato Dorian.
Come abbiamo visto Antonio Borgese ha vissuto una vita a servizio della famiglia e della comunità, una vita vissuta con intensità dando significato alla vita sua e delle persone che l'hanno conosciuto.
Antonio si è eretto da solo il monumento alla sua memoria per cui il suo passaggio terreno non sarà dimenticato.
Ma nessuno muore se vive nel cuore di chi resta e così sarà per Omar, Evan e Karim, i suoi carissimi figli, che ognuno di noi deve considerare come fratelli o figli.
A loro non dobbiamo far mancare la nostra vicinanza perché essi hanno bisogno del nostra sostegno, della nostra attenzione, della nostra disponibilità come gesto che rende sicuramente più ricchi chi lo riceve e chi lo dà.
Vai Antonio, il mondo dei giusti ti aspetta.
Il tuo ricordo si ravviverà in noi ogni qualvolta lo sguardo incrocerà quello dei tuoi figli e le opere da te compiute».

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