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Storia e Storie

Le famiglie di Ravello che nel 1940 rimpatriarono con navi protette dalla Croce Rossa Internazionale

Scritto da (redazione), sabato 19 settembre 2020 10:54:59

Ultimo aggiornamento sabato 19 settembre 2020 10:54:59

di Rita Di Lieto

 

Durante la guerra, Via Lacco, a Ravello, era una strada molto popolata: sfollati non solo dai paesi vicini, ma anche dall'estero. I bambini erano tanti. Una mia compagna di scuola e di giochi era una nipote di Antonio Romano che era vissuto molto a lungo in Inghilterra e suo figlio Leonardo era nato a Londra nel 1908.

Giocavamo sullo spiazzo del monumento ad Umberto I ad interminabili gare di salto alla fune oppure ad una ‘settimana' creata proprio per quel luogo: un lungo serpentone disegnato col carbone tutt'intorno alla base del monumento Ma l'attrattiva più grande era la casa della famiglia Romano, con la terrazza che vi si affacciava e il suo giardino, dove si svolgevano le varie attività agricole. Tutto destava il nostro interesse: dalla produzione del farro in un alto e stretto mortaio di legno allo sciamare delle api.

Nel tardo pomeriggio Antonio Romano, seduto sullo scalino della porta interna della casa, raccontava a noi, rannicchiate per terra davanti a lui, tante storie avvincenti, specie sugli spostamenti dei briganti che vivevano sui Monti Lattari e la loro cattura.

Alla fine del conflitto a poco a poco andarono via tutti.

Fu quando, dopo diversi anni, la famiglia partì per Londra che Antonio Romano mi disse che allo scoppio della guerra dal ‘consolato' gli era stato consigliato di rimpatriare, perché era pericoloso per gli Italiani rimanere in Inghilterra. Solo di recente ho appreso e compreso come sono andate le cose.

Subito dopo la dichiarazione di guerra dell'Italia contro la Francia e la Gran Bretagna, una serie di accordi bilaterali fra italiani e britannici regolò lo scambio di diplomatici, di civili - internati o non - e di prigionieri dei due paesi belligeranti, secondo le norme della Convenzione di Ginevra del 1929.

Scambio realizzato grazie alla collaborazione di un paese neutrale, in questo caso del Portogallo. Il trasporto avveniva sotto l'egida della Croce Rossa Internazionale che garantiva la sicurezza delle rotte, come faceva per le navi-ospedale. Per le missioni di rimpatrio, considerate missioni umanitarie, si utilizzavano i transatlantici; occorreva, però, che viaggiassero disarmati, ben illuminati la notte e che le croci rosse fossero numerose e ben visibili. Bisogna tener presente che la costa francese della Manica e quella atlantica erano occupate dai Tedeschi, perciò le navi diplomatiche, le mercyships, dovevano essere scortate soltanto da navi a corto raggio e da traghetti di treni dipinti con gli stessi colori.

La loro salvezza dipendeva unicamente dall'accordo pattuito tra i belligeranti di trasmettere alle proprie unità armate - sottomarini e aerei - che si trovavano su quella stessa rotta, l'ordine inequivocabile di lasciarle passare, perché disarmate, e di assicurarsi che ne accusassero ricevuta.

Il pericolo era sempre in agguato. Condizioni meteorologiche avverse o interferenze nelle trasmissioni radio dei non perfetti apparecchi dell'epoca potevano indurre in errore, soprattutto gli aerei.

La decisione di includere i civili, internati inclusi, desiderosi di essere rimpatriati in questi trasporti, dipendeva dagli accordi negoziati dagli intermediari designati dalle opposte nazioni.

I civili imbarcati per il rimpatrio erano tenuti a pagare il loro trasporto. Tra i requisiti richiesti c'era l'età. Antonio Romano era nato a Ravello il 25 aprile 1873, aveva quindi 67 anni.

Il rimpatrio dei diplomatici italiani e delle loro famiglie nonché di alcuni francesi che, dopo la capitolazione della Francia desideravano ritornare nel loro paese, avvenne tramite il porto neutrale portoghese di Lisbona. Furono coinvolte tre navi: Conte Rosso, Monarch of Bermuda e Orduña.

Il Conte Rosso partì da Ancona verso il 12 giugno 1940 con il personale consolare britannico giunto via Bari da Durazzo, Albania. La nostra nave aveva su una fiancata il tricolore con lo stemma sabaudo sormontato dalla scritta in lettere cubitali (DIPLOMAT).

Il Monarch of Bermuda doveva partire dal Fiume Clyde in Scozia il 14 giugno, ma fu bloccato per carenza di equipaggio. Alla fine salpò da Glascow il 21 giugno 1940, con a bordo 600 italiani, incluso l'Ambasciatore Italiano. All'ultimo istante 30 italiani decisero di non partire e furono internati. La nave arrivò a Lisbona tre giorni dopo. Il trasferimento degli italiani sul Conte Rosso richiese altri tre giorni, quindi la nave britannica riprese il viaggio di ritorno il 27 giugno, arrivando sul Fiume Clyde il 30 giugno.

Il Conte Rosso. nel suo ritorno in Italia deve essere approdato a Civitavecchia, poiché è documentato l'imbarco in questo porto dello staff dell'Ambasciata Britannica a Roma in partenza per Lisbona.

Intanto l'Orduña era partito da Liverpool il 19 luglio 1940 senza scorta e aveva seguito ‘una rotta speciale', arrivando a Lisbona in sei giorni, il 25 luglio. Nei sei giorni seguenti fu fatto lo scambio con il Conte Rosso del secondo gruppo di rimpatriati. L'Orduña ripartì per Liverpool il 31 luglio e vi giunse il 4 agosto 1940. Il Conte Rosso ripartì per l'Italia il 30 luglio 1940.

Sono passati 80 anni. Le famiglie rimpatriate non hanno raccontato a tutti questo loro viaggio. Costretti a lasciare la casa, le attività, gli amici del loro paese d'adozione e ritrovarseli all'improvviso nemici era una ferita molto profonda. Col passar del tempo, superati i timori di trovare un ambiente ostile, sono ritornate a Londra, ma hanno continuato a venire in Italia per le vacanze. Il racconto di questo avventuroso periplo è rimasto una memoria familiare.

Tuttavia le storie dei nostri connazionali in Gran Bretagna legate alla Seconda Guerra Mondiale non andranno perdute. Sono raccontate dai nipoti. Le raccoglie una giornalista italiana, Caterina Soffici, che collabora con il MinistryofStories, il laboratorio di East London dove si insegna a bambini e ragazzi l'importanza della creatività, del racconto e della memoria. Questa sua esperienza le ha ispirato la trama di un romanzo imperniato sulla tragedia dell'ArandoraStar: Nessunopuòfermarmi, pubblicato da Feltrinelli nel 2017.

La foto del Conte Rosso, dipinto di bianco con la Bandiera Italiana e la scritta (DIPLOMAT) sulla fiancata, è della collezione Mario Cicogna; è stata presa del libro di David L. Williams, Lifelines Across The Sea. Mercy Ships Of The Second World War And Their Repatriation Missions, The History Press, The Mill, Brimscombe Port Stroud, Gloucestershire, GL5 2QG, First published 2015, pag. 58.

 

Nota: Il Conte Rosso, al suo ritorno dalla sua seconda missione umanitaria, fu ridipinto in grigio per fini mimetici e adibito al trasporto di truppe in Africa. Meno di un anno dopo incontrò il suo tragico destino.

La sera del 24 maggio 1941, diretto a Tripoli, alla 20,40, fu colpito nei pressi di Siracusa da due siluri del sommergibile britannico HMS Upholder e s'inabissò in pochi minuti. Dei 2729 uomini a bordo (280 dell'equipaggio e 2449 militari) ne morirono 1297. I convogli viaggiavano di notte, non sapendo che i sommergibili inglesi erano dotati di un nuovissimo strumento: il radar. Per loro era facile intercettarli e colpirli nel punto più vulnerabile.

I militari a bordo erano radiotelegrafisti che avevano seguito i corsi di formazione a Santa Maria di Capua Vetere, provenivano da ogni parte d'Italia e molti non sapevano nuotare. Le navi della scorta trasportarono i sopravvissuti ad Augusta, dove le donne si prodigarono per soccorrerli.

Questo affondamento sarà da loro ricordato come "l'altro 24 maggio".

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