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Storia e Storie

Gaetano Afeltra, 100 anni fa nasceva l'illustre giornalista della Costa d'Amalfi

Scritto da Mimmo Della Monica (redazionelda), mercoledì 25 febbraio 2015 17:43:08

Ultimo aggiornamento mercoledì 11 marzo 2015 08:47:10

di Mimmo Della Monica

L'inviato speciale era titubante. Gli era appena stato comunicato che doveva partire subito. Era in vista una trasferta scomoda, servizio probabilmente poco stimolante.

E poi a casa aveva il bambino col morbillo. Già risuonavano nelle sue orecchie le urla della moglie: "Ancora via? Ma è possibile che tu debba sempre scappare quando c'è bisogno di te? Non pensi che al tuo lavoro, per te esiste solo quello!"

Fu allora che il direttore Afeltra pronunciò uno dei suoi motti celebri: "Devi partire, il giornalismo deve essere orfano, scapolo e bastardo!"

Gaetano Afeltra non aveva mai fatto l'inviato speciale. Anzi, si può dire che in tutta la sua straordinaria carriera abbia scritto poco. Ma da mitico "costruttore" di giornali era lui che dava l'imbeccata giusta. E' rimasta memorabile una sua telefonata a Indro Montanelli, da poche ore sbarcato a New York: "Indro, mi serve un pezzo sull'America entro un paio d'ore". "Ma cosa vuoi che ti scriva. Sono arrivato adesso, ho appena messo piede in albergo, non ho visto nessuno, conosco solo questa stanza".

Alcuni secondi di pausa. "Indro, cosa c'è in questa stanza?" "Un sacco di bottoni. Non so a cosa servano". "Indro, premili tutti e poi descrivi cosa succede". Senza essere mai stato a New York, Afeltra aveva messo a fuoco uno dei miti del costume americano: l'efficienza.

Afeltra fu uno di quegli uomini che contribuirono a "rendere grande Milano", come sottolinea la motivazione di uno dei tanti premi ricevuti.

Nel capoluogo lombardo Afeltra era giunto dalla natìa Amalfi, dove nacque l'11 marzo 1915, giovanissimo. Un viaggio struggente descritto in Corriere primo amore, il suo primo e forse più bel libro.

L'amore per il giornalismo traeva probabilmente origine dalla passione del padre, segretario comunale, per la carta stampata. Si era alimentato dai successi del fratello Cesare, giovane e valido giornalista del Corriere prematuramente scomparso. Si era rafforzato coi primi piccoli traguardi. La visita al Giornale d'Italia: "...quando in tipografia composero il mio nome e cognome, quel rigo di piombo mi sembrò il sigillo di una comunità misteriosa e potente". Le corrispondenze inviate ai giornali napoletani, incoraggiate dal suo primo maestro Nicola Ingenito, ricevitore del lotto. Il rapporto col Roma, grazie all'aiuto di Domenico Scannapieco, inviato di quel giornale, e infine Milano, l'amore per una città generosa, disponibile "un po' Napoli e un po' New York". L'amicizia con gli intellettuali, l'amore e l'ammirazione per il fratello che lo faceva allenare sui ritagli dei giornali al mestiere di capo-redattore, la chiamata al Corriere. "Lei è bravo a confezionare il giornale" gli disse il direttore Aldo Borelli, "quindi non scriverà".

Afeltra non rimpianse mai di aver rinunciato ai viaggi, alla firma, al gusto dell'inchiesta, insomma all'aspetto più scintillante della professione. Non ebbe mai rimpianti perchè, come spesso dichiarava, le avventure in presa diretta cui rinunciava le riviveva dentro di sé, con la sua immaginazione. Creare ogni giorno un giornale, selezionare le notizie, stabilire le priorità dei servizi, mobilitare gli inviati, costruire le pagine, titolarle, cambiarle talvolta all'ultimo momento: tutto ciò lo entusiasmava, lo rendeva felice.

Afeltra conobbe molti direttori del Corriere e da tutti imparò sempre qualcosa. Di Borelli ricordava la grande umanità. Lo aveva scelto fra una rosa di tre aspiranti perchè gli piaceva il suo modo di impaginare. Ettore Janni e Guglielmo Emanuel gli instillarono più tardi l'orgoglio per la grande tradizione del Corriere. Da Mario Borsa imparò il distacco, il rigore. Da Missiroli la difficile arte di dirigere una istituzione potente e nello stesso tempo delicata come il Corriere. Ma il collega cui Afeltra si sentì più legato e che non diresse mai il quotidiano di via Solferino fu Dino Buzzati.

Afeltra fu un titolatore di bravura e di inventiva leggendaria, e forse ci vorrebbero centinaia di pagine per ricordare le trovate di cui è stato autore.

Era il 3 giugno 1946. Il giorno prima c'era stato il referendum istituzionale. La sconfitta della monarchia era nell'aria. Lo si capiva dall'afflusso dei primi dati, dall'atteggiamento dell'uomo della strada. Afeltra cerca nella sua mente un titolo che possa sintetizzare quell'atmosfera : impresa non facile. La folgorazione gli viene mentre si rade a casa sua. Si precipita in tipografia e detta:"E' già Repubblica".

Le agenzie internazionali riprendono e rilanciano il suo titolo, come se la notizia fosse ufficiale. Ma i risultati ufficiali furono resi solo dieci giorni dopo. Insomma, fu un titolo che anticipò la Storia.

Nel 1955 Afeltra dirigeva il Corriere d'Informazione, una sorta di edizione pomeridiana del Corriere. In quegli anni era un giornale di successo per il quale aveva inventato varie rubriche. Ogni giorno, all'alba, svegliava i corrispondenti delle capitali estere e gli chiedeva una sorta di agenda di poche righe: temperatura, titoli dei maggiori quotidiani, valori della Borsa e i principali avvenimenti della giornata, comprese le "prime" dei film, le novità in libreria e gli avvenimenti sportivi. In questo modo Afeltra portava il mondo in casa dei suoi lettori.

Quel giorno era un sabato. Alle 16 il giornale era praticamente chiuso, in prima pagina c'era solo una piccola finestra pronta ad accogliere i numeri del Lotto. Pochi minuti prima dell'estrazione un redattore arriva trafelato in tipografia. Ha in mano un flash d'agenzia che annuncia la morte di Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, uno dei benefattori dell'umanità. Il redattore propone di dare una breve notizia, per poi tornarci più ampiamente nelle prossime edizioni. Afeltra non è d'accordo. Quella è una notizia che va "sparata" in prima pagina, a caratteri cubitali.

Per fortuna il giornale è ancora aperto, ma ci sono solo pochi minuti per rifare la prima pagina. Innanzitutto Afeltra chiama al telefono Orio Vergani, lo mette al corrente della notizia e gli chiede uno dei suoi commenti. Mancano pochi minuti alla chiusura del giornale e dovrà essere veloce come un fulmine. (Molti anni dopo, Arrigo Levi, altro grande editorialista, ricordando episodi simili, affermava: Gaetano Afeltra chiedeva sempre, lucidamente, l'impossibile). Dunque, mentre Afeltra sbaracca l'impaginazione arrivano le prime cartelle del pezzo di Vergani. L'articolo viene composto in un baleno. Manca solo il titolo, il tempo stringe. Afeltra si accende una sigaretta, il tempo di seguire la nuvoletta di fumo che sta per svanire ed ecco il titolo: "Alt lettore, fermati. E' morto Fleming. Forse anche tu gli devi la vita".

Una sera, al Circolo della Stampa di Milano, era ormai uno scrittore di successo, gli chiesi : "Don Gaetà, potendo tornare indietro, rifareste le stesse cose?" Rispose senza esitazione : "Rifarei tutto, rifarei la stessa carriera...adesso scrivo libri, elzeviri sul Corriere...ma mi piacerebbe fare il redattore in un giornale di provincia...così, per rivivere l'emozione che provavo da giovane nel chiudere una pagina".

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