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Storia e Storie

Torneremo a Ravello

Scritto da (Redazione), sabato 11 aprile 2020 15:51:32

Ultimo aggiornamento sabato 11 aprile 2020 15:54:56

di Antonio Schiavo

Stamattina il Direttore di questo giornale mi ha mandato una fotografia del cortile della nostra casa di Ravello con, nell'angolo, la sua porta verde.

Chiusa. La vigilia di Pasqua!

Sullo sfondo le case amiche, quelle della mia infanzia: la casa della nonna che il sabato santo non metteva il naso fuori dalla cucina per preparare la pastiera di grano che a me non piaceva. Preferivo quella di riso e cioccolata che faceva papà il quale nei giorni precedenti si era pure premurato di comprare da Pansa i casatielli dolci. Per quello salato, tradizionale ci pensava il nonno che non si accontentava di comprarne uno, ma ne faceva una scorta che sarebbe potuta durare (in base alla parsimoniosa ripartizione fatta dalla consorte) fino a maggio se la Pasqua era bassa o anche oltre se fosse stata alta.

L'odore dei fiori d'arancio si spandeva per l'intero cortile in una gara di bontà e dolcezza con le altre produzioni dolciarie di Zia Margherita Cantarella. Un'unica famiglia, quella del cortile di via SS. Trinità 15, si condivideva tutto, semplicemente volendosi bene.

Sotto la casa dei miei futuri suoceri invece, quella della porta verde fotografata dal Direttore, una melodia dolente che, a pensarci oggi, fa un po' specie: il belare triste degli agnelli e dei capretti che sarebbero finiti sulle nostre tavole tradizionali con il contorno dei "patanielli" al forno. Inutile fare gli ipocriti e gli animalisti dell'ultima ora. Ne abbiamo mangiato e ne mangiamo pur ricordando, con un briciolo di vergogna subito repressa, quel belato simile al pianto di un bambino.

Nela foto arrivatami stamattina si vede in lontananza un cielo terso, bellissimo in una giornata che ci dicono calda. Scherzi del destino: quest'anno chiusi in casa a guardare dalla finestra queste giornate deliziose ricordando, con malinconia mista a rabbia, quelle degli anni scorsi passate immancabilmente a raccattare l'ultima legna rimasta da Natale per accendere fuori stagione il camino, il freddo patito durante il percorso dei battenti, il dubbio che attanagliava i papà e le mamme nelle ore che precedevano la processione del Cristo morto su cosa mettere sotto il vestito degli angioletti perché, cascasse il mondo, dalle montagne si accavallavano nuvoloni ebbri di pioggia, o arrivava un vento che avrebbe se non altro scompigliato i riccioletti biondi sotto la passatina coi brillantini appositamente confezionata da zia Nunziatina per tua figlia.

Torneremo a Ravello!

Se Dio vorrà tutto questo finirà, in qualche laboratorio qualcuno scoprirà prima o poi l'arma per combattere questo nemico subdolo.

Torneremo a sentire l'odore del glicine mentre ci avvieremo verso Cimbrone, passeremo davanti al portone oggi anodizzato di via SS. Trinità 15 e sorrideremo pensando alle baruffe tra nonno e nonna per un casatiello in più, impareremo a mangiare, senza tante schizzinosità, la pastiera di grano anche se chi la prepara esagererà con la ricotta.

Ci piacerà sederci di nuovo sulle scale della chiesa o sui poggi di casa Sorrentino immaginando di leccare nuovamente il gelato da dieci lire che Luigi Buonocore preparava solo a partire del giovedì santo o staccare a morsi la coda delle pecorelle di zucchero di Alfonso principe dei pasticcieri della Costiera.

Torneremo e cercheremo di essere come allora, bambini curiosi e ingenui, attenti partecipanti ai corsi per le melodie dei battenti ad ammirare i gorgheggi di Pantaleoncino, puntuali chierichetti della lunga messa della veglia pasquale e quel "e fu sera e fu mattina" ripetuto fino allo sfinimento da Don Ciccio o Don Peppino mentre a te cominciava ad abbassarsi, nonostante ogni sforzo di volontà la palpebra assonnata.

Sarà bello tornare, riaprire quella porta verde, ritrovarci.

E non importa se, come ogni anno passato, qualche buontempone penserà di fare lo spiritoso augurandoci Buon Natale nella Domenica della Resurrezione.

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