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Storia e Storie

Le grandi epidemie della storia: una disadorna riflessione sul Covid-19

Scritto da (Redazione), mercoledì 1 aprile 2020 10:35:12

Ultimo aggiornamento mercoledì 1 aprile 2020 15:25:33

di Francesco Criscuolo*

 

Il confinamento coatto nelle proprie abitazioni, rientrante nelle misure restrittive della libertà personale messe in campo dal governo Conte per erigere solidi argini al dilagare dell'epidemia di Covid - 19, non è un fatto nuovo nella storia delle calamità collettive.

I dati relativi ai decessi provocati dal coronavirus nelle regioni italiane del Nord, consentono, nella loro tragica evidenza, di far luce sull'impatto devastante che nel passato avevano il vaiolo, il tifo, il colera e, soprattutto, la peste, il cui tasso di letalità era tale da falcidiare in pochi mesi un terzo della popolazione. La descrizione, che ne hanno fatto, con crudo realismo e con toni cupi sulle sorti umane, Tucidide e Lucrezio nell'antichità e Manzoni nel secolo XIX, ce lo ricorda in un contesto generale di netta chiarezza, per nulla incline all'enfasi retorica.

Proprio nel romanzo manzoniano "I Promessi sposi" si riscontrano, ai capp. XXXI - XXXVI, situazioni ed espressioni che richiamano il climax ascendente di tensione fisica e morale dei giorni che stiamo vivendo, dalla sottovalutazione iniziale del morbo pestinenziale alla presa d'atto della realtà, dall'adozione di provvedimenti drastici di limitazione della libera circolazione all'imposizione di uno stato di isolamento per la cintura milanese e all'organizzazione di apposite, sia pur inadeguate, iniziative di carattere igienico - sanitario.

Significativo, in proposito, è l'incipit del cap. XXXIV: "In quanto alla maniera di penetrare in città, Renzo aveva sentito che c'eran ordini severissimi di non lasciar entrar nessuno, senza bulletta di sanità". Ancora più impressionante è la constatazione contenuta nel capitolo precedente: "Andava Renzo verso casa sua, ... ma non incontrando, dopo lunghi tratti di tristissima solitudine, se non qualche ombra vagante piuttosto che persona viva, o cadaveri portati alla fossa, senza onor d'esequie, senza canto, senza accompagnamento".

Già alla fine del cap. XXX, a mo' di introduzione, lo scrittore aveva avvertito che "si tratta di ben altro che dei guai di alcuni paesi, che d'un disastro passeggiero" per arrivare, poi, al culmine dell'esperienza dolorosa del lazzaretto, a pronunziare, nel cap. XXXV, un giudizio raggelante: "né forse su quel luogo di miserie era ancor passata un'ora crudele al pari di questa".

Dopo Manzoni, è uno dei più grandi scrittori francesi del Novecento, Albert Camus, a considerare ex professo questo flagello nei suoi effetti disastrosi sulla condizione esistenziale e sociale dell'uomo, attraverso il romanzo intitolato, per l'appunto, "La peste" e pubblicato nel 1947. Il protagonista, il dottor Rieux, discutendo per una strada di Orano con l'amico Tarrou, in una delle rare pause del suo sfibrante lavoro di medico, esprime la rottura della quotidianità, l'esposizione alla morte, la sospensione delle regole delle relazioni umane con una frase fulminante: "Siamo condannati a un'ingiusta detenzione per un crimine sconosciuto".

Invero, il coronavirus pone tutti di fronte a uno scenario inedito, perché coglie alla sprovvista un mondo già afflitto dai problemi delle migrazioni, delle guerre, delle diseguaglianze, della mancanza di giustizia, dell'accaparramento di terre. In più, si caratterizza per un'estensione finora "sconosciuta" nella storia umana, tanto che Mario Draghi ne ha parlato come di "una potente tragedia dalle proporzioni bibliche".

Ci sono precisi riferimenti storiografici alla peste di Atene nel 430 a. C., su cui si soffermano i sunnominati Tucidide e Lucrezio, alla peste nera del 1348, che spopolò mezza Europa, oltreché a quelle avvenute nei secoli XVI e XVII a Venezia e a Milano, ma questi erano cataclismi piuttosto circoscritti in un'area ben localizzata. L'epidemia in atto ha, invece, un carattere pandemico, in quanto colpisce, con una dimensione quasi apocalittica, l'intero pianeta, vittima di un "crimine", rectius di una serie di crimini ed errori commessi a suo danno.

Questo microscopico ospite indesiderato ed inatteso ha avuto la forza di ledere l'esistenza della comunità civile così come la conosciamo, mettendo a dura prova istituzioni politiche, radicate consuetudini sociali, delicati equilibri socio - economici.

Non è il tempo delle facili recriminazioni né delle insulse banalizzazioni, ma non si può nascondere che è il nostro stesso modo di vivere a fare da veicolo di diffusione delle malattie infettive. Gli stili di vita, quello occidentale come quello orientale, concorrono, ormai, a creare le cause del calvario del contagio, in cui vita e morte si confrontano a viso aperto.

L'UNEP (United Nations Environment Programme) ha scritto nel rapporto "Frontiers 2016" che "le attività antropiche continuano a innescare distruzioni inedite degli habitat naturali... e minacciano lo sviluppo economico, il benessere animale e umano e l'integrità degli ecosistemi". Ne sono una prova inconfutabile fenomeni come il sovrappopolamento urbano nelle metropoli, la deforestazione galoppante, l'uso sfrenato del suolo, il commercio illegale di fauna selvatica, che hanno portato, a detta di autorevoli biologi, alla migrazione di molte specie animali e alla contaminazione di vasti habitat umani con microrganismi finora estranei alla sfera delle conoscenze scientifiche.

Non si può negare, inoltre, che stiamo sperimentando sulla nostra pelle le conseguenze di una globalizzazione che abbiamo incoraggiato, anche nei normali ritmi quotidiani, senza porre in essere gli strumenti adatti a disciplinarla e governarla efficacemente.

Il mondo, impegnato fino allo spasimo in una lotta epica contro un male imprevisto, è lo stesso che ha dato vita a mercati finanziari globali, che hanno fortemente accentuato sperequazioni economiche e deturpamenti ambientali, è lo stesso che si è dotato di sistemi produttivi privi di qualsiasi confine, attraverso i quali è possibile ordinare un prodotto e averlo a casa in un giorno, senza attrezzarsi con altrettanto integrate strutture di salvaguardia della salute, è lo stesso che corre e inquina senza coscienza, come denunciato dai ragazzi dei Fridays for Future e dagli attivisti di Estinction Rebellion, è lo stesso che ha fatto registrare, nel corrente anno 2020, il febbraio più caldo di sempre con 2,76 gradi in più e l'80% di piogge in meno.

Non a caso, l'epicentro dei contagi e, purtroppo, il picco dei decessi si rinvengono nelle regioni della pianura padana (Lombardia e Emilia Romagna), le cui caratteristiche meteo - climatiche e geofisiche hanno subito, negli ultimi decenni, una notevole alterazione a causa degli allevamenti intensivi, della concimazione chimica dei campi, dei fumi delle fabbriche, delle emissioni dei motori diesel. Qui non sono affatto scomparsi, anzi sono in aumento, nonostante la riduzione dello smog, gli inquinanti atmosferici, come l'ozono e il particolato M5 e M10, vale a dire le minute particelle che si depositano nei polmoni dei cittadini europei.

L'azione dissennata dell'uomo contro la salubrità dell'ambiente, unita a una disinvolta percezione di onnipotenza digitale (si è calcolato che tutte le operazioni digitali compiute sulla terra danno luogo al 2% delle emissioni globali di gas serra e consumano il 10% dell'elettricità mondiale), ha prodotto guasti enormi e forse irreversibili, sicché si ritiene falsamente di "essere sani in un mondo malato", come ha recentemente affermato Papa Francesco.

La crisi sanitaria si intreccia, così, con quella relativa ai mutamenti climatici. In entrambi i casi abbiamo dimostrato di voler deliberatamente ignorare il messaggio della scienza e il lungimirante monito dello stesso Papa Francesco nell'enciclica "Laudato sì", che convergono nell'additare un ampio e chiaro orizzonte di ecologia integrale. Ecco materializzarsi il crimine sconosciuto, di cui parla Camus!

Nello spazio di silenzio e di solitudine forzata che si espande intorno a noi, è andato, comunque, in frantumi il mito dell'invulnerabilità, di cui ci siamo nutriti fin dall'inizio del terzo millennio. Sono, quindi, messe in discussione tante sicurezze, che hanno alimentato l'idea di progresso incontrollato e senza limiti, ed è seriamente minata la fiducia nella capacità autoregolatrice e nelle virtù taumaturgiche del mercato.

Non ci si può permettere, però, di cedere allo sconforto, al pessimismo, alla rassegnazione fatalistica, anche perché, una volta superata la fase critica, bisogna ricostruire con coraggio e determinazione un tessuto economico quasi sgretolato. La paura del virus non può tenerci in ostaggio. Beethoven, in una scultorea chiosa della sinfonia n. 3, detta l'Eroica, ebbe a dire: "Catturerò il destino afferrandolo per il collo".

La scrittrice olandese Hetty Hillesum, in una lettera dal campo di concentramento, così scriveva: "Se noi salveremo i nostri corpi e basta dai campi di prigionia, dovunque essi siano, sarà troppo poco. Non si tratta, infatti, di conservare questa vita a ogni costo, ma di come la si conserva. Se non sapremo offrire al mondo impoverito del dopoguerra nient'altro che i nostri corpi salvati ad ogni costo e non un nuovo senso delle cose, attinto dai pozzi più profondi della nostra miseria e disperazione, allora non basterà".

Gli storici sostengono che le grandi epidemie, insieme alle guerre e alle carestie, hanno il potente effetto di scuotere intere civiltà e di provocarne la rigenerazione morale e spirituale. Sarà veramente utile trarre da una contingenza piena di lutti e di sofferenze una lezione di umiltà per rientrare in contatto con la fragilità insita in ogni uomo, riacquistare la consapevolezza della Terra come "casa comune", riassaporare un nuovo senso della realtà e tornare all'essenziale, ravvisando anche nella sventura l'opportunità per vincere le sfide epocali e le principali concause della pandemia da coronavirus e dei suoi terribili contraccolpi.

*docente, già preside del Liceo "Ercolano Marini" di Amalfi

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