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Storia e Storie

Il terremoto, quarant’anni fa

Scritto da Antonio Schiavo (redazione), lunedì 23 novembre 2020 10:32:04

Ultimo aggiornamento lunedì 23 novembre 2020 10:32:04

di Antonio Schiavo

Quarant'anni, cosa sono quarant'anni in confronto all'eternità: un sospiro appena accennato, un alito di vento, un battito d'ali di un colibrì.

 

Un minuto o poco più: il 23 novembre 1980, quella fu per noi di Ravello l'eternità.

 

Cominciò così, d'un tatto, con un muggito cupo e sordo che arrivava dalle viscere della terra, poi un sussulto prolungato proprio sotto i nostri piedi di ragazzi spensierati che, sulle scale della Posta, in una serata stranamente tiepida per essere in autunno inoltrato commentavamo i risultati delle partite pomeridiane.

 

Fra poco saremmo ritornati a casa, cena frugale, consueta dopo il pranzo festivo normalmente più ricco, La Domenica Sportiva, poco altro.

 

Invece non tornammo a casa e non ci saremmo tornati per mesi. Quel tremito sotto i nostri piedi aveva provocato ferite inimmaginabili e non solo sulle strutture abitative.

Donne, anziani, bambini anche piccolissimi, avvinghiati in uno smarrimento generale che si faceva man mano terrore, si ritrovarono davanti alla Cattedrale, invocando Santi e Madonne che in quel sospiro di un istante sembrarono assenti, precipitati anch'essi nella abissò da cui era arrivato quel tuono senza fine.

 

Qualcuno trovò riparo in macchina, qualcun'altra si avvolse in una coperta perché quella che era stata fino ad allora una serata tiepida volle trasformarsi nel più gelido prodromo d' inverno.

Gli occhi di ciascuno cercarono conforto in quelli degli altri, le tenebre calarono mentre le radio a transistor svelavano uno scenario apocalittico, a pochi passi da noi, in Irpinia e, appena più in là, in Basilicata. Uno scenario di devastazione e morte, di una terra che si era come sbriciolata come a chiuderci il conto della nostra superficialità, dei nostri abusi, della nostra incuria.

 

Un'alba pallida, algida fece capolino dietro Capo d' Orso e ci trovò ancora lì, increduli, impotenti.

Forse, non ricordo, le porte della Chiesa Madre furono aperte per chi, senza entrarci, volesse ritrovare una confidenza con i Protettori che erano sembrati svaniti la sera prima.

 

Tranne per i nostri vecchi che, con un rosario in mano, avevano replicato in silenzio gesti e preghiere che erano stati il loro scudo fideistico durante la guerra.

 

Ora si trattava di capire, di ricominciare, di riappropriarsi di un'esistenza che quel sisma aveva disvelato come non nostra, in balia della forza incontrastabile della natura, di un destino che ci aveva voltato le spalle ma che pareva anche prometterci un futuro diverso, migliore, dipinto in quel l'alba di ghiaccio che si faceva strada laggiù, all'orizzonte.

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