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L'Editoriale

Noi siamo forti di qualcosa che non è in vendita: la dignità

Scritto da (Redazione), domenica 2 dicembre 2018 13:13:29

Ultimo aggiornamento lunedì 3 dicembre 2018 09:36:10

di Antonio Schiavo

Sì, lo confesso, sono un disadattato come qualcuno dalla sua torre d'avorio ha voluto tacciare tutti quelli che non si "adattano" a relazioni umane e politiche (che poi è la stessa cosa ) improntate a livore, minacce, ricatti, alterigia.

Sì, lo confesso, sono un disagiato come sempre lo stesso ha definito forse quelli che provano disagio a riconoscersi in questa nostra Ravello ormai ridotta ad un campo di battaglia dove non c'è più onore ma disprezzo per chi non la pensa come i dominanti di sempre, quelli che un minuto prima della fine del conflitto sanno saltare sul carro del vincitore di turno.

E il campo di battaglia è solo pieno di morti e feriti, non c'è più il sacro dovere di concedere l'onore delle armi a chi, ahilui, non ha avuto la sagacia e la furbizia di cavalcare, sempre, il cavallo vincente anche a costo di apparire traditore non solo dei precedenti alleati, ma anche dell'impronta più sana che ci fa essere degni di essere uomini: il coraggio e la coerenza.

Si, lo confesso, sono affetto da turbe. Dovute a notti insonni ricordando quante battaglie abbiamo condotto insieme agli attuali amministratori, in primis con il Sindaco. E pure a quante volte siamo stati fortemente in disaccordo, senza mai trascendere, mantenendoci fermi sulle nostre posizioni antitetiche ma convinti che si sarebbe sempre potuto trovare un punto di incontro per il bene, non solo sventolato ai quattro venti, del nostro paese.

Ricordo Salvatore Di Martino seduto ad un tavolino del San Domingo con papà e il maestro Vlad per realizzare l'idea di Ravello Città della Musica. Lo ricordo preoccupato perché non sapeva come trovare i finanziamenti per la galleria sotto piazza Fontana per un'idea che avevo lanciato (senza strombazzamento vanaglorioso) su un mio libro e la telefonata, emozionata ed entusiasta, che mi fece per dirmi, per primo, che l'opera si sarebbe realizzata.

O quando, Sindaco, mi riempisti di improperi, perché tra i vincitori di un premio giornalistico, figurava un redattore del Messaggero che, nel suo articolo, non era stato proprio benevolo con Ravello. Minacciasti fuoco e fiamme ma, poi, (quanta acqua è passata sotto i ponti) presenziasti con puntualità e signorilità alla cerimonia finale.

E non ti offendesti o andasti fuori di matto quando un giorno con un altro compagno di partito conversavate davanti all'edicola con l'allora maresciallo dei carabinieri e io ironizzai: "per la prima volta si vede un carabiniere in mezzo a due socialisti e non il contrario".

Rammento, infine, la solidarietà chiesta ed ottenuta in un momento triste e difficile della tua esistenza umana e politica (perché, caro Salvatore, non fu solo una faccenda personale, ma coinvolse tante famiglie e altrettante coscienze, pulite come il tuo certificato penale) quando ....

Volete che tutto questo non crei turbamento in chi, invecchiando ricorda fisiologicamente più il passato che il presente che, poi, sarebbe meglio dimenticare?

Si, lo confesso, è vero: viviamo in un tunnel buio perché stentiamo a vedere luce nei formalismi di oggi che, pur coerenti alle leggi, rischiano di minare alle radici la trasparenza, la libertà di espressione, il civile consesso e che inducono a tacciare di ignoranza, falsità, cattiva fede, giornalisti, opinionisti, amministratori di altre comunità costiere.

In due cose non riesco proprio a riconoscermi. Me lo consentiranno quelli che pontificano su social e giornali on line (altrettanto degni come il Vescovado ormai condannato da una conventio ad excludendum immotivata e becera imposta chissà dove o chissà da chi).

In molti compaesani (tanti costretti ad andarsene) non credono di essere ingrati, perché non si sentono beneficiati da alcuno, ne ora né mai, e da sempre tornano a Ravello con la schiena dritta di chi può affermare ciò a fronte alta (una volta io fui addirittura destinatario di un commento che mi dipingeva come uno a cui nessuno rivolgeva più il saluto o la parola).

Chi, magari avendo letto solo la seconda di copertina di un libro della psicoterapeuta Maria Rita Parsi, dichiara di poter rinfrescare la memoria a quanti ritiene aver avuto sotto la sua ala protettrice, dovrebbe fare anche nomi e cognomi per poter giocare così a carte scoperte.

Un'ultima cosa che dico, grido forte: non siamo soli. Noi de Il Vescovado andiamo fieri di quel piccolo contributo che riusciamo a dare alla crescita politica e civile della nostra Ravello. Commettiamo errori, sappiamo riconoscerli, anche noi ogni tanto, se provocati, andiamo fuori dalle righe ma la gente ci segue, ci sostiene, ci critica anche, dichiarando comunque di essere con noi. E sono in tanti!

Perché noi siamo forti di qualcosa che non è in vendita (qualcuno se ne faccia una ragione): la dignità.

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