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L'Editoriale

Mons. Giuseppe Imperato: novant'anni sulla breccia

Scritto da (redazione), giovedì 22 luglio 2021 08:28:08

Ultimo aggiornamento giovedì 22 luglio 2021 09:18:24

di Francesco Criscuolo

 

Oggi, 22 luglio 2021, Mons. Giuseppe Imperato, esponente di punta del clero della diocesi di Amalfi - Cava de' Tirreni, compie 90 anni.

È un giorno che va annoverato, secondo il costume degli antichi romani, tra i "dies fasti" e che assume una connotazione di grossa rilevanza non solo per Ravello, di cui egli è uno dei figli migliori, ma anche per l'intero territorio diocesano.

L'evento, di per sè carico di esultanza, non deve fornire l'occasione per una facile melassa celebrativa, perché, al di là del felice traguardo anagrafico, non può non dar luogo ad una riflessione a tutto campo sulla figura di un uomo e di un prete, che ha il merito indiscusso di rappresentare un paradigma di spiritualità e un modello di riferimento nella comunità ecclesiale e civile. La ricca e complessa gamma di attività pastorali da lui svolte trova una sintesi nella parafrasi affermativa dell'espressione dell'autore del Cantico dei cantici: "Posuerunt me custodem et custodivi vineam meam" (cfr ctc 1,6).

Veramente è stato il custode di una vigna, di cui ha curato i molteplici elementi di germoglio e di crescita, a partire dalla direzione del seminario arcivescovile di Amalfi negli anni ‘60 del secolo scorso, fino ai lunghi periodi dell'esercizio del ministero quale parroco di Scala prima e di Ravello poi, nonché di docente di IRC presso il Liceo classico di Amalfi. In questo stesso arco temporale, si è adoperato fino alla spasimo per diffondere e far penetrare "ab imis" lo spirito e la dirompente carica innovativa del Concilio sia nel presbiterio che nel popolo di Dio.

Promotore e organizzatore di non pochi convegni su tematiche di storia sacra locale e su argomenti di ampia valenza storico - letteraria e filosofica, con risonanza anche al di fuori della Costa d'Amalfi, ne è stato più volte relatore con l'indubbia competenza dell'uomo di cultura e con l'apporto di proprie pubblicazioni, di cui la più recente è quella dal titolo "Don Giuseppe Pansa e Sant'Alfonso Maria de' Liguori".

Sul piano più specificamente ecclesiale, si devono a lui la preparazione degli "instrumenta laboris" per la partecipazione, quale delegato della Chiesa di Amalfi - Cava, al convegno nazionale di Loreto del 1985, le iniziative di attuazione del convegno diocesano di Maiori del 1986, l'indagine socio - religiosa sul clero amalfitano del 1992, la riformulazione aggiornata e la revisione degli statuti dell'Azione cattolica, delle confraternite e di gruppi e associazioni consimili, cui ha posto mano giovandosi della collaborazione del sac. Prof. Vincenzo Taiani e, molto più modestamente, di questo pover'uomo che scrive.

In un'opera cosi poliedrica e infaticabile è, comunque, possibile intravedere non un vano affaccendarsi su una ribalta per scalare gli effimeri gradini di un presunto "cursus honorum", ma l'umile manifestazione dell'habitus, che gli è più congeniale, quello della contemplazione, l'evangelico "porro unum necessarium" (Lc 10, 42).

Don Peppino è, anzitutto e soprattutto, un sacerdote, un uomo afferrato da Cristo, attratto dal Mistero, innamorato di Dio, affascinato dalle parole, dagli insegnamenti, dallo sguardo, dalla morte e risurrezione del Nazareno.

Nel suo lungo spazio di azione ha fatto concretamente sentire che amare è l'unica realtà che dà valore e sapore al vivere e al morire. Come ministro al servizio della Chiesa e dell'umanità, come portatore del dono di sollevare i deboli e gli indifesi, come dispensatore del perdono a chi sa di aver peccato o sbagliato finanche nelle forme più gravi, come consolatore, in nome dell'Uomo della croce e del sacrificio eucaristico offerto quotidianamente sull'altare, per gli afflitti e per chiunque sia ferito dalle tante angosce e difficoltà di tipo personale, familiare, sociale, non è rimasto indifferente o estraneo a nulla di ciò che è umano e tutto ciò che riguarda il fratello è stato oggetto del suo interesse e della sua attenzione. Ha intimamente avvertito l'appartenenza di ognuno a lui e la sua appartenenza a ognuno, perché il sacerdote di Cristo non si appartiene e tutti hanno il diritto di abbeverarsi alla sua fonte.

Ben a ragione Georges Bernanos ha scritto nel "Diario di un curato di campagna": "L'inferno è non amare più". Mons. Imperato non è rimasto ad aspettare, anzi è corso verso chi arranca, incespica, cade, si perde, rimanendo travolto e sopraffatto dalle spire dell'ingiustizia, della prevaricazione, dell'esclusione, della povertà non solo materiale. Ha insegnato così, nei fatti, che solo chi contempla la pienezza dell'Amore non si ferma, non si dà tregua né si volta indietro. Una forza irresistibile, che si identifica anche con la croce, lo attrae. Grazie a questa forza, si è sentito unito a tutti nella gioia, e ancor più, nel dolore, come ha dimostrato tangibilmente lunedì 19 luglio u.s. con un ponderoso e alato discorso, dal respiro pascaliano, pronunciato nel Duomo di Ravello, quasi a mo' di una lezione di teologia fondamentale in sedicesimo, in memoria di un benemerito concittadino qual è stato il maestro Lorenzo Imperato.

É ben percepibile una gratitudine corale, che si eleva spontanea in questa più che fausta circostanza e che sfocia nell'augurio di un ancor lungo vitae tempus per proseguire, a beneficio di tanti, la traiettoria di un itinerario "al divino dall'umano, / all'etterno dal tempo" (Par XXXI, 37-38), che è il proprium della missione sacerdotale.

Possa egli, per ancor molti anni, con l'intuitio cordis e l'intelligenza delle cose che lo hanno sempre contraddistinto, inabissarsi in Dio per meglio continuare a servire l'uomo!

*già dirigente scolastico del Liceo "Ercolano Marini" di Amalfi

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