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Cronaca

Omicidio di Ravello: 14 anni a Enza Dipino, pena ridotta a Lima

Il verdetto d'appello per i due imputati in due processi paralleli

Scritto da (Redazione), martedì 17 dicembre 2019 07:00:07

Ultimo aggiornamento martedì 17 dicembre 2019 12:39:37

di Emiliano Amato

Quattordici anni e due mesi di reclusione per Vincenzina Dipino e tredici anni e sei mesi per Giuseppe Lima. Questo il verdetto d'appello per l'omicidio di Patrizia Attruia consumatosi a Ravello tra il 26 e 27 marzo del 2015 con il cadavere stipato in una cassapanca.

Per gli imputati due processi paralleli: per la Dipino difesa dall'avvocato Gaspare Dalia, la pena più severa. E dire che nel giudizio precedente (difesa dall'avvocato Marcello Giani) era stata condannata a nove anni e mezzo per la «minima partecipazione» e scarcerata (sentenza annullata lo scorso anno dalla Cassazione).

Lima (difeso dall'avvocato Luigi Gargiulo), che aveva chiesto il rito abbreviato e ha ammesso di essere stato l'autore dell'omicidio, ha ottenuto una pena inferiore. Lo scorso anno al termine del rito abbreviato, era stato condannato a 18 anni ridotti in secondo grado a 13 anni e 6 mesi con la concessione delle attenuanti generiche dopo che l'uomo ha ammesso gli addebiti (aveva sempre negato la partecipazione al delitto) affermando di aver colpito la vittima ma di non volerla uccidere. In entrambi i casi e nei gradi di giudizio succedutisi è venuta meno l'aggravante della premeditazione.

Le ammissioni di Lima «Quella sera a stento mi reggevo in piedi e comunque sapevo che si sarebbero calmate da sole.

Ricordo che la sera della morte di Patrizia, mentre stavo seduto nella sdraio, le ho sentite urlare con più forza del solito e mi sembra di aver capito che la questione era relativa a chi avesse avuto un rapporto sessuale con me. Di solito per calmare bastava che io urlassi dalla cucina ma quella sera Enza e Patrizia si erano addirittura azzuffate e io, preso dalla rabbia, sono entrato nella stanzetta, le ho separate e poiché Enza era fisicamente molto più piccola della Attruia, ho colpito più volte quest'ultima sbattendola, credo, vicino a un muro, se non sbaglio quello dov'era posizionato il letto.

Sono assolutamente certo di non aver usato alcuna arma o alcun oggetto mi ricordo che in qualche modo Patrizia, molto forte fisicamente, ha reagito e io credo si averle dato alcuni pugni violenti all'altezza del collo o comunque in faccia vicino all'orecchio. Dico credo perché l'unica cosa che ricordo con certezza è che Patrizia nel cadere a terra mi aveva coinvolto nella caduta. Ricordo che credevo che la stessa fosse soltanto svenuta. Altro onestamente non riesco a ricordare perché poi sono tornato nella sdraio e solo più tardi, risvegliandomi, ho visto che Patrizia era nella stessa posizione in cui l'avevo lasciata».

Tante le bugie che hanno condizionato questo processo i cui fatti erano ben chiari sin dall'inizio (vedi nostri articoli dell'epoca in basso). Desta stupore la condanna a Vincenzina Dipino, rea innanzitutto di aver ospitato in casa propria Peppe Lima e Patrizia Attruia, salvandoli dal gelo e dalla miseria di quella baracca in cui vivevano, per poi attribuirsi tutte le responsabilità dell'omicidio.

La Dipino, donna minuta, introversa e morigerata, cresciuta in un'abitazione rupestre, per quarant'anni al seguito della sola anziana madre adottiva, privata di una vita sociale, in questo assurdo processo è stata persino valutata come una "pericolosa assassina, fredda e calcolatrice", che non riusciva a tenere a freno i propri istinti omicidi e che per tale motivo era pericolosa per la società.

Invece tutto l'assioma messo in piedi dall'accusa fu definitivamente smentito dall'avvocato Giani.

Noi siamo stati sempre convinti dell'innocenza di Enza che conosciamo da sempre. A condannarla soltanto la sua ingenuità e la sua debolezza.

>Leggi anche:

E se in carcere vi fosse un'innocente?

Omicidio di Ravello, 9 anni ad Enza Dipino. Non fu lei a uccidere Patrizia

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