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Cronaca

In ospedale per curarsi, contrae il Covid e muore: l'odissea del 93enne di Ravello fa indignare

Scritto da (redazione), lunedì 19 ottobre 2020 20:04:18

Ultimo aggiornamento martedì 20 ottobre 2020 09:49:01

di Emiliano Amato

Non trovano pace i familiari di Giuseppe Di Landro, il 93enne di Ravello deceduto sabato scorso all'ospedale "Mauro Scarlato" di Scafati per le complicanze dovute al Covid 19.

L'anziano, che agli inizi di settembre era stato ricoverato in seguito alla frattura del femore e "finito"all'ospedale Umberto I di Nocera Inferiore, aveva contratto il virus: il 6 ottobre scorso l'accertamento del contagio con altri cinque tra pazienti, medici e infermieri.

Poi il trasferimento, nei giorni successivi, a Scafati dove il coronavirus non lo ha risparmiato, complice una broncopolmonite. Giuseppe Di Landro è morto in un letto d'ospedale in silenzio, nella solitudine, lontano dai suoi affetti che non hanno potuto confortarlo nel momento più difficile a causa delle restrizioni imposte dall'emergenza sanitaria.

Ma grazie alla disponibilità degli operatori sanitari che assistevano l'anziano, è stato possibile stabilire un contatto attraverso videotelefonate durante l'arco delle lunghe giornate di degenza con Giuseppe che si mostrava lucido e partecipe. Nulla che potesse far pensare il tragico epilogo.

Sabato mattina la comunicazione inaspettata. «Pronto, buongiorno, potrei parlare con mio padre?» la richiesta telefonica della figlia Enza. «Non l'hanno ancora informata che suo padre è morto?» la risposta dell'operatore sanitario di turno che ha gettato nella disperazione l'intera famiglia. Nessuno avrebbe immaginato un epilogo così beffardo: trovare la morte nel luogo più sicuro che avrebbe dovuto garantire e tutelare la salute.

Già, perché malgrado l'età avanzata, Giuseppe Di Landro poteva salvarsi.

Aveva superato egregiamente l'intervento chirurgico al femore il 5 settembre scorso all'Ospedale "Santa Maria dell'Olmo" di Cava de' Tirreni. Poi, il 10 settembre, il trasferimento presso il centro medico "Villa Silvia" di Roccapiemonte per la riabilitazione. Stava cominciando persino a muovere i primi passi quando, di colpo, si è ritrovato, dopo 11 giorni, nuovamente in ospedale. Stavolta all'Umberto I per una fibrillazione cardiaca. La sua condanna a morte.

Stando a quanto riferitoci dai familiari, i medici del nosocomio nocerino avevano riscontrato miglioramenti tanto da immaginare di dimetterlo agli inizi di ottobre. Il 6 ottobre la mannaia.

Sabato mattina il corpo di Giuseppe Di Landro, detto "'o maresciallo", classe 1927, instancabile lavoratore, saggio e onesto, è stato chiuso in fretta e furia in un doppio sacco, di quelli usati per il recupero dei cadaveri raccolti negli incidenti stradali col nome scritto con un pennarello nero sul telo bianco.

L'addetto delle onoranze funebri incaricato dalla famiglia ha provveduto a deporre la salma all'interno della bara e a sigillarla. Né la moglie Trofimena, né le figlie Maria Letizia, Enza, Annamaria e il figlio Pasquale con gli adorati nipoti hanno potuto rendere l'ultimo saluto al loro caro. Alla figlia Enza gli addetti dell'ospedale avevanp consegnato, inizialmente, persino la certificazione errata: quel giorno all'ospedale di Scafati è morto un altro anziano di Sarno, sempre col Covid.

Oggi la famiglia Di Landro è afflitta anche dal dubbio che in quella bara, tumulata ieri mattina nel cimitero di Atrani al termine di una sobria e ristretta cerimonia, potesse non esserci il corpo del loro congiunto.

Al dolore si aggiunge lo strazio di una vicenda che ha dell'incredibile e che lascia profondamente indignati.

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