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Chiesa

Crisi delle vocazioni: dopo 724 anni Monastero Santa Chiara di Ravello rischia la soppressione

Soltanto cinque le monache rimaste. L'età media avanza, non ci sono nuove giovani suore e soluzioni all'orizzonte non se ne intravedono: l'unica sarebbe la chiusura

Scritto da (redazione), martedì 23 febbraio 2021 13:55:22

Ultimo aggiornamento sabato 20 marzo 2021 16:21:42

di Emiliano Amato

Crisi di vocazione. Sempre meno giovani abbracciano la vita religiosa e i conventi e i monasteri si svuotano fino a chiudere i battenti. Il rischio c'è anche a Ravello per il monastero di Santa Chiara. Una voce flebile da diversi mesi ma che in questi giorni sembra circolare con maggiore insistenza.

Cinque le monache rimaste: oltre alla badessa, suor Ester, ci sono suor Angela Maria, suor Agnese, suor Massimiliana e l'ultranovantenne Suor Maria Cristina, ricordata sempre con affetto dalle generazioni di ravellesi che hanno frequentato le scuole materne proprio a Santa Chiara. Fino agli anni Sessanta del secolo scorso erano ben 42 le consorelle, oggi ridotte alla nona parte. La delicata situazione è nota anche all'arcivescovo Orazio Soricelli che da tempo si sta adoperando per scongiurare la soluzione irreversibile.

Le monache di Ravello appartengono all'ordine delle Clarisse Urbaniste, fondato da Santa Chiara d'Assisi nel 1212, e adottano la regola mitigata da papa Urbano IV nel 1263.

 

L'origine della presenza delle Clarisse a Ravello è incerta ma sicuramente deve essere collocata tra il 1293 e il 1296 per poi ottenere il riconoscimento dalla Santa Sede nel 1303 con bolla di Papa Benedetto XI.

Questo Monastero può ritenersi quindi, a buon diritto, una delle più antiche fondazioni francescane femminili in assoluto. Mai soppresso, vanta oltre 720 anni interrotti di attività. Per lungo tempo è stato vivace centro educativo, asilo infantile della città della musica fino agli inizi degli anni Settanta del secolo scorso.

Dal febbraio al luglio del 1944, presso il Monastero di Santa Chiara, si recarono più volte il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, insieme al Principe Umberto, che risiedevano presso la Villa Episcopio di Ravello e sostennero la comunità monastica nelle attività educativa e lavorativa, con la ricostituzione dell'Asilo Infantile, e favorendo la produzione di corredi e vestiario per i poveri della Città.

Insomma, un luogo che racconta oltre sette secoli di vita claustrale, intimamente legato al tessuto cittadino, centro di spiritualità e di preghiera, ma anche scrigno di preziose testimonianze artistiche e sede di un pregevole archivio dichiarato di interesse storico nel 2014.

L'età media avanza, non ci sono nuove giovani suore e soluzioni all'orizzonte non se ne intravedono: l'unica sarebbe la chiusura.

Se la malaugurata ipotesi dovesse materializzarsi, per la prima volta, dopo sette secoli, le porte del Cenobio di Ravello si chiuderebbero.

Il monastero di Santa Chiara vanta numerose rendite, derivanti dal patrimonio immobiliare e fondiario sul territorio cittadino: oltre al vastissimo complesso storico monumentale, con foresteria e terreni coltivati, detiene la proprietà dell'edificio storico dell'hotel Parsifal, di tre locali commerciali a Piazza Fontana Moresca, nonché fondi agricoli e boschi, alcuni dei quali venduti di recente.

APPROFONDIMENTI STORICI SUL MONASTERO DI SANTA CHIARA

 

La comunità monastica di Santa Chiara s'insediò a Ravello tra il pianoro della collina di Ponticeto e il bosco di Cimbrone alla fine del XIII secolo. La sua fondazione potrebbe risalire agli anni tra il 1293 e il 1296, come risulta da alcuni atti in copia e in originale, in cui la Comunità, tramite proprio procuratore, agiva giuridicamente nell'acquisto di terreni, non solo nel territorio amalfitano, ma anche nell'area ebolitana. Era chiaro l'intento da parte del nuovo monastero di costituire un'ampia base patrimoniale anche per raggiungere quel riconoscimento canonico che avverrà solo agli inizi del XIV secolo. Fautore principale di questa causa fu il vescovo di Ravello, Giovanni Allegri, che oltre a concedere alle monache il possesso e l'ufficiatura della chiesa di San Nicola di Ponticeto nel 1297, si prodigò affinché il papato sancisse ufficialmente l'istituzione monacale, inviando la richiesta alla Sede Apostolica.

Nel 1298 Bonifacio VIII stabilì, anche per il Monastero di Ravello, gli stessi benefici e immunità accordati e da accordarsi ai Frati Minori Conventuali, mentre, con bolla del 2 novembre 1303, Benedetto XI, accogliendo favorevolmente la domanda del vescovo e delle monache, confermava la fondazione e stabiliva che la comunità dovesse restare sotto il magistero e il governo del ministro Generale e Provinciale dell'ordine francescano.

Stabiliva, inoltre, che l'elezione dell'abbadessa dovesse avvenire nel monastero; che i frati minori dovessero amministrare i sacramenti, ma non potendo risiedere nel monastero, in caso di necessità, potevano rivolgersi a "discreti e provvidi Cappellani"; dava, infine, facoltà di accettare proprietà e redditi liberamente, "nonostante consuetudini e statuti contrari".

Si avviava, perciò, una grande opera di costituzione del patrimonio monastico, di cui sono testimonianza emblematica non solo gli antichi titoli di possesso in pergamena, ma anche le "platee" che dagli inizi del XVII secolo riordinano alfabeticamente i numerosi possedimenti e censi della comunità, formata esclusivamente da donne nobili.

Negli ultimi decenni del XIV secolo la Comunità non fu esente dal coinvolgimento nelle vicende storiche di Ravello, segnate non solo da carestie e terribili pestilenze, ma anche da continue guerre e lotte intestine, culminanti nella sanguinosa guerra di successione al regno di Napoli e combattuta tra Ladislao di Durazzo e Ludovico d'Angiò. La corsa alla corona vide famiglie e città dell'antico Ducato di Amalfi schierarsi le une contro le altre, con Ravello, filodurazzesca, che combatté una guerra fratricida con la vicina Scala, sostenitrice del d'Angiò. Le tensioni e le distruzioni durarono circa trent'anni, fino ai primi decenni del XV secolo, colpendo anche le strutture del Monastero di Santa Chiara, che, spinto dalla necessità di provvedere alla manutenzione degli edifici e al sostegno della vita claustrale, nel 1397 vendeva ad Antonio Nigro de Altavilla una terra con alberi di olive, castagne e querce situato nelle pertinenze di Ravello, nella località collinare di Forcella. Con i sussidi dei benefattori la vita monastica si avviava a nuova ripresa e, nel corso del XV secolo, come riferisce l'Autore della Cronaca di Minori Trionfante, "si vede il detto Monastero risplendere in grandezza e ricchezza copiosi".

Fino alla prima metà del Cinquecento la direzione e la guida spirituale della Comunità fu tenuta dai Frati Minori Conventuali, che a Ravello avevano sede presso il Convento di San Francesco, poco distante dalle Clarisse. Nel 1568 Papa Pio V abrogò la bolla di Benedetto XI e pose le Clarisse sotto la giurisdizione del Vescovo di Ravello. Il provvedimento era ricordato nel verbale della prima Visita Pastorale di Mons. Paolo Fusco, eseguita il 28 ottobre 1577. Il dotto e zelante Pastore, dopo aver rivolto un efficace discorso alle quaranta suore professe, perché osservassero con amore i voti della castità, dell'obbedienza e povertà, fece la visita alla chiesa ed al monastero, riportando l'elenco di tutta la sacra suppellettile dell'una e dei beni immobili e delle rendite dell'altro.

Le Visite Pastorali successive, conservate presso l'Archivio Vescovile di Ravello, oltre alla mera descrizione degli ambienti e della comunità monastica, allegano anche "regole e costituzioni", a partire dal 1604.

A seguito della terribile pestilenza del 1656, che decimò gravemente la città di Ravello, il vescovo pro tempore, Bernardino Panicola, il 25 aprile del 1665 ottenne dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari la facoltà per il Monastero di Santa Chiara di ricevere altre 14 donne forestiere, a causa della riduzione delle famiglie Nobili ravellesi.

Contemporaneamente, grazie all'opera del Venerabile P. Domenico Girardelli da Muro Lucano, fu avviata anche la riforma spirituale della Comunità e nel 1667 fu istituito il Noviziato.

Dopo oltre mezzo secolo di crisi generale, dovuta alla fiera pestilenza, il monastero riprendeva vitalità e splendore, grazie anche all'impulso premuroso del Vescovo Mons. Giuseppe Perrimezzi, che impegnò nella direzione della comunità, sin dai primi giorni della sua venuta a Ravello, P. Bonaventura da Potenza (1710), proclamato Beato nel 1776, «per un più profondo rinnovamento ed elevazione spirituale dei due monasteri di Sacre Vergini, nobili, principal ornamento dell'augusta sua Diocesi».

Non meno zelante fu l'opera del Vescovo Mons. Nicola Guerriero (1718-1732). Di lui resta ben documentata la Visita Pastorale del 17 luglio 1719, nel corso della quale, dopo aver ricevuta l'obbedienza dalla superiora, Caterina Bonito, dalle undici monache, dalle cinque educande, dalla novizia e dalle sei converse , dà severi ordini riguardanti la disciplina e la clausura

A suggellare il rapporto tra la Città di Ravello e il monastero fu, nel maggio del 1736, quando l'Università del Popolo, l'amministrazione comunale del tempo, con la partecipazione anche del Sindaco dei Nobili, Pietro Fusco, deliberò l'elezione di santa Chiara a patrona "meno" principale e di stabilire che il 12 agosto fosse osservato come giorno di precetto, "affinché maggiormente possa santificarsi". Le motivazioni addotte dal governo cittadino per la scelta di tale patronato nascevano ovviamente dalla presenza, a Ravello, dell'antico e munifico monastero di donne nobili a Lei dedicato, «nel quale - scriveva il cancelliere dell'Università, il notaio Luise d'Amato - nel tempo presente gioisce la regolare osservanza con edificazione grandissima, non solo di essa Città, ma de' luoghi vicini e lontani».

Nell'agosto del 1739, su domanda dell'abbadessa, il Vescovo Antonio Maria Santoro approvò l'ampliamento della clausura, «includendo un territorio contiguo, il quale per essere aperto ed esposto a chiunque, viene continuamente danneggiato, nè può ricavarsene profitto alcuno».

Di conseguenza veniva avviati i lavori di ampliamento dell'intero complesso claustrale; si ingrandivano e si restauravano anche alcuni locali per renderli adeguati alle nuove esigenze dei tempi e della stessa comunità che aumentava. Anche la chiesa era restaurata interamente con le decorazioni settecentesche che tuttora si ammirano.

Fra tutti i monasteri femminili della diocesi, come quello delle Benedettine della SS. Trinità di Amalfi, non andò soggetto alle leggi eversive della Soppressione napoleonica del 29 novembre 1810, che smembrò le comunità che avevano meno di dodici religiose. Fu nominata, però, una commissione governativa, che tenne l'amministrazione, con a capo Pasquale Pisacane.

L'immobile passò con la legge del 7 luglio 1866 prima al Demanio dello Stato, poi al Fondo per il Culto, ma per lungo tempo si riuscì ad evitare la definitiva chiusura della Comunità e nel 1892 il complesso passò in proprietà del Comune di Ravello.

Dopo un lungo periodo di abbandono, di dispersione di beni e di depressione dovuta alla mancanza di vocazioni, il Monastero, prima sotto il governo dell'Arcivescovo di Amalfi Enrico De Dominicis, che nel Sinodo Diocesano dell'ottobre 1903 diede delle severe norme per la vita delle Claustrali, e poi del successore Ercolano Marini, che sostituì la "Regola" del 1682 con la Regola e le Costituzioni di S. Chiara a norma di Urbano IV e Eugenio IV.

Con vigile attenzione, nel marzo del 1920, ottenne dapprima dal Municipio di Ravello che le Monache avessero in fitto tutto il fabbricato con il giardino per lire trecento annue; poi, grazie all'autorevole ed intelligente opera di P. Giuseppe Palatucci, Guardiano del Convento di San Francesco di Ravello, coadiuvato pienamente anche dalle Autorità locali, lo riscattarono totalmente, con il vicino Convento di S. Francesco, dando in permuta l'edificio « Casa Tolla », che fu destinato a sede comunale.

Ritornato così il monastero in pieno possesso delle Clarisse, che, però, mai l'avevano abbandonato, esso ottenne il riconoscimento giuridico di Ente Morale con R.D. del 2 settembre 1932.

Dietro la saggia guida spirituale dei frati del Convento di San Francesco, la Comunità di Santa Chiara rifioriva di belle e sante vocazioni. Nel secondo decennio del 1900 si enumeravano ben trentaquattro ammissioni, sedici professioni solenni e quindici semplici e la comunità si attestava su 3540 religiose.

Dal febbraio al luglio del 1944, presso il Monastero di Santa Chiara, si recarono più volte il Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, insieme al Principe Umberto, che risiedevano presso la Villa Episcopio di Ravello e sostennero la comunità monastica nelle attività educativa e lavorativa, con la ricostituzione dell'Asilo Infantile, e favorendo la produzione di corredi e vestiario per i poveri della Città.

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