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Chiesa

26 ottobre: a Ravello si celebra il Beato Bonaventura da Potenza

Scritto da (redazione), lunedì 26 ottobre 2020 07:48:37

Ultimo aggiornamento lunedì 26 ottobre 2020 08:08:58

Ottobre è il mese del Beato Bonaventura da Potenza. Oggi, lunedì 26, la comunità di Ravello si riunisce attorno alla mensa eucaristica per celebrare il "Martire dell'obbedienza", esempio di perfezione evangelica, di ascesi, di santità, testimone della fede che si è speso totalmente per annunciare la lieta novella ai poveri e per servire Cristo nei fratelli bisognosi.

Presso la chiesa di San Francesco, dove dal 1711 riposano le spoglie del Martire dell'Obbedienza, le celebrazioni eucaristiche scandiranno il giorno festivo. Alle 8,30 Santa Messa con la benedizione del pane, a cui seguirà la celebrazione delle 11 e 30.

Alle 17,30 Messa solenne presieduta dall'Arcivescovo Orazio Soricelli.

Il Beato Bonaventura da Potenza, al secolo Carlo Antonio Gerardo Lavanga, nacque a Potenza nel 1651; figlio di "povera gente ornata di singolare onestà di costumi e d´insigne cristiana pietà", lasciò la città natale all'età di 15 anni (per non ritornarvi mai più da vivo), cominciando il novizio nei Minori Conventuali di Nocera Inferiore. Trascorso il periodo di preparazione tra Aversa, Maddaloni e l' Irpinia, nel 1675, ad Amalfi, sotto la guida di padre Domenico Girardelli, venne ordinato sacerdote.

Fu quindi inviato in diversi conventi, tra i quali quelli di Napoli, Ravello, Ischia, Sorrento e Nocera Inferiore, dove divenne responsabile dei novizi. Morì il 26 di ottobre del 1711, in una cella del convento di San Francesco a Ravello, per i postumi di un intervento resosi necessario per l'asportare un cancro alla gamba.

A lui si riconducono molti miracoli: si racconta che abbracciò un lebbroso che immediatamente guarì dalla sua malattia. Venne proclamato beato da papa Pio VI nel 1775. Oggi il Beato Bonaventura riposa nella meravigliosa urna posta sotto l'altare maggiore della chiesa di San Francesco.

ULTIMA DESTINAZIONE: RAVELLO

Si era nel cuore del rigido inverno quando, nel 1710, Padre Bonaventura, in qualità di Superiore, insieme ad altri confratelli raggiunse, percorrendo vie accidentate, una Ravello solitaria, che nelle Visite ad limina appariva "una città con edifici caduti o cadenti e in gran parte rasa al suolo".

Il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1707-1714), dei Minimi di San Francesco di Paola, celebre predicatore e scrittore, aveva infatti richiesto espressamente al Commissario della Religiosa Provincia di Napoli la riapertura del convento francescano di Ravello già soppresso nel 1652.

Nella città costiera il frate potentino avrebbe terminato una lunga itineranza, spesa totalmente nel soccorso ai poveri e agli ammalati senza, tuttavia, far mancare una parola di conforto ai nobili che, con frequenza, si rivolgevano a lui. Amalfi, Napoli, Sorrento, Capri e Ischia, sono solo alcune tappe di un itinerario spirituale, prima che fisico, volto all'imitazione di Cristo sull'esempio del Serafico Padre San Francesco e costellato di eventi prodigiosi, prima di essere nominato Maestro dei Novizi nel Convento di Nocera Inferiore.

A Ravello il pensiero del Beato andava spesso alle parole del suo maestro spirituale, il Venerabile Domenico Girardelli da Muro Lucano, altro figlio esemplare della provincia francescana conventuale di Napoli, morto ad Amalfi nel 1683 e sepolto nella chiesa del convento di San Francesco.

Egli, tre anni prima della dipartita, nel momento del commiato aveva profetizzato a Padre Bonaventura la riapertura della casa conventuale della "Città di Ravello col favore di un vescovo amantissimo dei nostri" dove avrebbe trascorso gli ultimi anni prima del suo ritorno alla casa del Padre, "così i corpi sarebbero stati vicini dopo la morte, come gli animi erano stati in vita congiunti".

Nonostante il convento fosse desolato e privo di tutto, persino le suppellettili ecclesiastiche erano difatti indecorose, il Padre Superiore riteneva che non mancava "ciò ch'era necessario e che in convento aveva assai più di quello che si sarebbe meritato".

Il Vescovo lo nominò suo confessore e gli affidò la direzione spirituale dei due monasteri delle "Sacre Vergini nobili, principal coronamento dell'angusta sua Diocesi".

Ma gli altri confratelli abbandonarono la casa conventuale lasciando, per i primi mesi, il Beato in solitudine, fedele all'obbedienza verso il Padre Provinciale, alla carità verso le anime bisognose e all'amore per la povertà. L'instancabile impegno veniva profuso non solo a Ravello ma anche nelle vicine città di Scala, Amalfi, Atrani dove il frate si recava per lenire le sofferenze dei corpi e i tormenti dell'anima.

Il Beato era solito trattenersi per lunghe ore dinanzi al SS. Sacramento, tra gemiti e lacrime, sia di giorno che di notte, avendo grande cura della lampada ardente che, con la sua fiamma, segnalava la presenza reale del Signore del Mistero Eucaristico.

Questa profonda immersione nel Mistero Eucaristico gli era facilitata a Ravello, dove la sua stanzetta versava, con la finestra, proprio sull'altare maggiore. Sempre ilare e giocondo, malgrado le pessime condizioni di salute, Egli celebrava l'Eucaristia con grande emozione e partecipazione.

In prossimità della Consacrazione il volto si trasformava mentre lacrime e sudore bagnavano il frate in estasi. I sui giorni trascorrevano all'insegna della preghiera, della confessione e della predicazione, "si macerava colle discipline, coi cilizi, e con altre penitenze" mentre, pur di sovvenire alle necessità degli ultimi, si privava anche del pane quotidiano, unico mezzo di sostentamento.

L'incontro con "sorella morte" si avvicinava: "Io già vedo che le mie infermità si vanno troppo avanzando; è necessario che io muti stanza tra poco", diceva sei mesi prima della dipartita.

Nell'ottobre 1711, assalito dalla febbre, trascorse gli ultimi giorni nella sua cella in compagnia del Cristo Crocifisso che pendeva dalla parete. "Ave Maria, Ave Maria, Ave Maria", furono le ultime parole, i suoi occhi si chiudevano privando il popolo ravellese, che lo pianse con devozione filiale, di un tesoro inestimabile. Verso la sera del terzo giorno dopo la morte, il corpo del Beato fu trasportato dall'Oratorio in chiesa per essere sotterrato alla presenza del Vescovo e di altri qualificati testimoni.

Durante il trasporto, alla vista del Tabernacolo, la salma aprì gli occhi, rimasti sempre chiusi dal momento in cui egli era spirato, e quasi chinò la testa di fronte al SS. Sacramento. Il fenomeno, alla luce delle candele, fu osservato da tutti gli astanti e fu interpretato come un segno con il quale il Signore aveva voluto premiare la grande devozione eucaristica del suo Servo.

Ancora oggi, in special modo per la nostra città, che ha il privilegio di custodirne il corpo, il Beato Bonaventura si pone come modello offrendo tre proposte: la santa messa quotidiana come partecipazione al Mistero di Cristo; la "Visita" al SS. Sacramento come ricerca dell'intimità con Cristo; l'adorazione estatica come contemplazione del Mistero di Cristo. Questa è la consegna del nostro Beato, questo il suo prezioso messaggio per i sacerdoti, i laici, per l'intera chiesa.

Con il conforto e la testimonianza del Beato Bonaventura cerchiamo di vivere in comunità per essere autentici missionari, autentici evangelizzatori, autentici profeti della fede cristiana, dell'amore, della giustizia, della speranza, di quella speranza di cui ha bisogno soprattutto il mondo di oggi.

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