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Storia e Storie

Racconto della Vigilia di Natale

Inserito da (redazionelda), giovedì 24 dicembre 2015 10:28:30

di Mimmo Della Monica

E' proprio vero. Me lo dicevano anni fa: quando arrivano le feste, e sei vecchio, la malinconia aumenta. Sarà perchè d'inverno le giornate qui dentro sono più lunghe, ci si trascina su e giù per i corridoi, ciabattando fino alla sala della televisione. E l'animazione che sentiamo fuori da questo ospizio, i clacson delle macchine, la gente che corre e fa compere (oggi si dice "shopping", che stupidata!), ti fa sentire ancora più estraneo e quasi doloroso l'arrivo del Natale.

"Professò, non lamentatevi!", mi dicono "che almeno verrà a trovarvi vostro figlio..."

E' vero, verrà a trovarmi Alberto. Ma so che verrà perchè non può farne a meno, perchè si sente obbligato. Preferisco quando viene in un giorno qualunque, magari di sorpresa.

"C'è qui vostro figlio", mi annuncia l'infermiera, con un sorriso raggiante come se fosse merito suo.

Certe volte io sto leggendo (leggo spesso i miei amati autori : Sthendal, Cecov, Dostojevski, Stevenson; rileggendoli ritorno agli anni della mia giovinezza, quando sognavo di diventare scrittore...), e mi faccio trovare addormentato in poltrona, la coperta sulle ginocchia, il libro aperto in grembo.

"Ti ho svegliato, papà, mi dispiace, scusami."

"Ma no, no, stavo leggendo..."

Chissà perchè si ricorre a questi piccoli trucchi: per farci compatire? Per punirli delle assenze suscitando in loro qualche rimorso? Non vi nascondo che provo una certa goduria nel momento in cui Alberto resta sulla porta qualche secondo, indeciso se entrare. Oppure se c'è con lui anche il mio nipotino si consultano sottovoce sul da farsi, finchè io non mi decido ad aprire gli occhi.

"Come vuoi che stia" dico sempre.

Se almeno stessi male avrei qualcosa anch'io da raccontare.Invece è soltanto la testa che diventa ogni giorno più pesante, e questo tremito della mano che si accentua col passare dei giorni.

"Ma le pillole le prendi?"

Faccio segno di sì, anche se non è vero. Troppe medicine mi intontiscono, e dicendo di sì cerco di sbrigare subito le formalità sulla mia salute.

"Come va? Tutto bene in famiglia?"

Faccio sempre la stessa domanda. Del resto è lui che ha da raccontare, novità sul lavoro o in famiglia, scuola viaggi dissapori, insomma le cose che formano la vita e che qui dentro non esistono più se non di riflesso.

"Hai risolto, poi, per l'auto? E tua moglie è tornata da Roma?"

Oppure gli dico:"Ma è nuova questa cravatta!"

Non sbaglio mai, e lui ogni volta è stupìto che io me ne accorga. Vorrei che anche lui notasse certi particolari, se zoppico o sono più pallido del solito, ma succede di rado, quando sto male sul serio. Mi sembra che lui mi veda come un monumento, una statua a cui non si chiede mai se è stanca di stare in piedi.

Altre volte gli leggo in faccia la fretta che ha di andarsene, le occhiate furtive all'orologio dopo mezz'ora che stiamo seduti. E allora sono io che dico: "Ho voglia di riposare. Torna un'altra volta..."

Perchè, ormai ne sono convinto, sono i genitori che anche da vecchi debbono continuare a capire, che debbono ancora dare, e in cambio non chiedere, non pretendere niente. Sono cose che capisci a star qua dentro, a vedere come si spengono pian piano persone che pure hanno avuto sogni e speranze, che avevano un lavoro e degli interessi, e adesso sono come fantasmi sopravvissuti a se stessi.

"Che senso ha stare qui, essere vivo? Vi costo dei soldi e basta, visto che la mia pensione non è sufficiente a pagare la retta."

"Papà, non dire sciocchezze."

Ecco come risponde, non riesce neanche lui a trovare un motivo convincente. E' già un problema venirmi a trovare, sottrarre del tempo libero ai suoi impegni, adesso che non ho particolari problemi di salute, figuriamoci se mi ammalassi.

"Ti voglio in forma, domani, ci saranno anche i miei suoceri."

Va bene, verrà a prendermi e poi mi riporterà come si fa con i paralitici in carrozzella. E poi per dieci, quindici giorni si sentirà a posto con la coscienza.

"Intanto ti ho portato del torrone..."

"Grazie, mettilo lì."

Gliel'ho detto chissà quante volte ma lui se ne dimentica: che il torrone non lo posso masticare, se no mi si stacca la dentiera.

"Come sta tuo figlio?, è da un pò che non lo vedo..."

"E' cresciuto, vedrai."

Qui dentro c'è di tutto: chi non ha avuto figli e vive solo come un cane; chi ha rotto con la famiglia e non ha più legami di sorta; chi ha figli residenti altrove...Dunque dovrei essere contento, ritenermi fortunato, anche se sono vedovo, di ricevere visite a intervalli più o meno regolari, dal figlio e raramente dal nipote.

Quando Alberto mi dà il braccio ed entro con lui in sala da pranzo, sento su di me gli sguardi un pò invidiosi degli altri, chini sul piatto della minestrina, e allora mi dico: tanti sacrifici per tirarli su e per farli studiare sono serviti almeno a questo. Poi raggiungiamo il tavolo, io appoggio il bastone al bordo della tovaglia, Alberto mi scosta la sedia e me l'accompagna di sotto, come fanno ( o facevano) i camerieri nei ristoranti di lusso.

"Buon appetito" dico a Tommaso che mangia di fianco a me.

E' uno degli ospiti più anziani di questo ospizio, ha quasi novant'anni. Non si è sposato, non ha parenti, e gli amici che aveva se ne sono andati da anni. Forse per questo guarda mio figlio con quella specie di ammirazione e quasi una punta di tenerezza: a furia di vederlo è come se fosse diventato parente anche suo.

"Fagli vedere il presepe" mi suggerisce bofonchiando.

"Cosa ha detto?" vuol sapere Alberto.

"Di farti vedere il presepe. Lo hanno fatto in questi giorni."

"Sì, certo" dice Alberto, ma io capisco che è già preoccupato di far tardi, fuori piove e ha l'auto parcheggiata lontano.

"Vai pure, ci vediamo domani."

Mi vergogno sempre un pò della presenza di tanti crani lucidi e teste canute curve sul cibo, quasi fosse colpa mia il trovarmi qui. Avessi potuto badare a me stesso e mantenermi da solo con la pensione sarei rimasto a casa mia. Ora il pomeriggio sarà interminabile, appena rimarrò di nuovo solo, perchè lo spettacolo della vecchiaia altrui mi rende insopportabile persino la mia...E così le lunghe pause, i silenzi, le ombre, i ricordi che sbiadiscono, proprio quelli che pensavo mi avrebbero fatto più compagnia...

"Ah, senti" ha aggiunto Alberto "ho pensato di regalarti un paio di pantofole col pelo."

"Grazie, ma lascia stare. Non spendere soldi per me. Non ho bisogno di niente."

Che avvilimento constatare che non c'è regalo che possa essermi utile, o farmi piacere, all'infuori del gesto in sè.

"Vuoi forse qualcos'altro?"

Gli ho fatto cenno di avvicinarsi per poter aggiungere sottovoce. "Casomai fà un regalo a Tommaso, che non ha nessuno."

"Va bene" mi rassicura.

Dalla vetrata si è girato a farmi un saluto con la mano. Chissà se si ricorderà.

Poi dopo mangiato, seduto nella saletta della televisione, guardando il telegiornale, mi è ritornato un pensiero. Forse si muore perchè il mondo è peggiorato, e in quei fatti, in quelle cronache trasmesse dallo schermo ci sentiamo estranei.

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