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Storia e Storie

Mai fu disposto il recupero delle salme dei 12 marittimi rimasti imprigionati

Salerno: quarant'anni fa la tragedia dello “Stabia Primo”, nella bara sommersa anche due marinai della Costiera Amalfitana

La nave, una vera e propria carretta del mare, dopo essere rimasta “alla fonda” dinanzi al porto con un motore in avaria e con una sola ancora alla fine, trascinata dalle onde alte, andò a schiantarsi contro la scogliera

Scritto da (redazione), venerdì 11 gennaio 2019 10:51:19

Ultimo aggiornamento domenica 3 gennaio 2021 18:55:07

Sono trascorsi esattamente quarant'anni dalla tragedia dello "Stabia Primo", la nave da carico affondata all'imboccatura del porto commerciale di Salerno il 4 gennaio 1979 con a bordo il suo equipaggio di tredici uomini.

Tra questi due giovani della Costiera Amalfitana: Enrico Guadagno di Amalfi e Maurizio D'Urso di Maiori.

Dodici furono i morti, con un solo sopravvissuto. Mai fu disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa.

Il cadavere di Maurizio D'Urso fu ritrovato - senza testa - venti giorni dopo sull'Isola di Ponza, trascinato dalla corrente. Il giorno precedente a Capri fu rinvenuto il corpo del comandante.

La nave, una vera e propria carretta del mare, dopo essere rimasta "alla fonda" dinanzi al porto a causa delle complicate condizioni meteomarine, con un motore in avaria e con una sola ancora (l'altra l'aveva perdura qualche mese prima), alla fine, trascinata dalle onde alte, andò a schiantarsi contro la scogliera ad Ovest del porto, per inabissarsi a poca distanza dalla riva. Dell'equipaggio si salvò un solo marinaio, sbalzato miracolosamente a terra da un'onda (tale almeno fu la sua discussa versione dei fatti).

Al termine dell'istruttoria, di quella tragedia furono chiamati a rispondere l'armatore della nave (l'amministratore di una inconsistente società a responsabilità limitata) e l'allora comandante del porto di Salerno: il primo per aver fatto circolare per i mari una "carretta" sgangherata, scassata e inaffidabile, il secondo per non averne permesso l'ingresso nel porto di Salerno e per non aver apprestato adeguati soccorsi.

Nonostante la creazione di un comitato dei parenti delle vittime, il relitto non fu mai sollevato dal fondale, perché una simile operazione, giudicata troppo costosa, non fu ritenuta indispensabile per le esigenze istruttorie. Non fu neppure disposto il recupero delle salme dei marittimi rimasti imprigionati in quella bara sommersa.

Il processo di primo grado si concluse con la condanna dell'armatore e l'assoluzione con formula piena del comandante del porto.

Secondo le regole processuali del tempo (era ancora in vigore il codice di procedura penale del 1930) le parti civili non erano legittimate ad impugnare la sentenza: poteva farlo soltanto il pubblico ministero. E a lui ci si rivolse per sollecitarne l'impugnazione, che fu proposta e diffusamente motivata dall'allora sostituto procuratore, Claudio Tringali. Anche la Procura Generale insorse con distinto gravame contro l'assoluzione del comandante del porto. La Corte salernitana, pur non accogliendo in pieno le impugnazioni, modificò comunque la formula assolutoria del comandante del porto in "insufficienza di prove".

A seguito di distinti e contrapposti ricorsi della Procura Generale e della difesa del comandante del porto, la Corte di Cassazione annullò la sentenza di secondo grado e rinviò il processo, per il doveroso riesame, alla Corte d'Appello di Napoli.

Il processo si concluse molti anni dopo senza alcuna rilevante novità sul punto dell'esclusione della responsabilità del comandante del porto.

Fonte: Salerno Capitale

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