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Storia e Storie

Lo spirito del Battente

Scritto da (Redazione), giovedì 9 aprile 2020 13:13:25

Ultimo aggiornamento giovedì 9 aprile 2020 16:39:51

di Francesco Reale*

«È primavera e laggiù, sui monti degli Alburni, già si sono sciolte le nevi! Da quei rosei contrafforti degradanti sulla piana del Cilento - traslucenti, meravigliose "quinte" al Golfo di Salerno - giunge a noi, sulla Costa d'Amalfi, un sole novello sotto il quale svaporano, in leggera nebbia azzurrognola, vigneti e agrumeti.» (M. Schiavo, Echi di antiche melodie sulla costa amalfitana) In questa atmosfera che ogni anno si carica di una sfumatura particolare, in questo clima foriero di affetti e memorie, in un'aria ferma, pervasa di una calma che ha del sovraumano, complice la luna piena, mai radiosa come in questo particolare periodo dell'anno, quello in cui la «Terra si ricongiunge al cielo e l'uomo al suo Creatore» (Praeconium Pachale), lo spirito del battente torna a bussare alla porta del cuore dei cantori della Passione. È in quel cuore, in quell'animo che sente le ferite del Crocifisso come le proprie che avviene, dall'infanzia, la prima Teofania. È proprio vero: «il Padre Eterno ce lo mette nel sangue prima che nasciamo», ripeteva un sene amico, e in quel sangue il mistero, come l'acqua che bagna la lingua del cervo anelante (Sal. 41), diviene percepibile, a tratti quasi esperibile.

In questa atmosfera, «mentre per l'aria già vanno sottilissimi profumi di fresie e di viole a ciocche, ci par di sentire echi di antiche melodie, meste e dolenti, rievocanti, in maniera popolare, il compimento del dramma di Gesù sulla terra» (M. Schiavo, ibidem). Una voce, un canto: «Teco venir vogl'io sul Golgota a spirar». Tecum, cum Te. Non solo un io ma anche un tu e quindi un noi. In queste tre dimensioni fondamentali si esprime lo spirito del battente, spirito che trascende una semplice dispositio animi e si incarna in un modus credendi. L'essere battente si articola nella stessa triplice dimensione dell'essere cristiano, ma assume dei caratteri specifici atti a definirlo in una peculiarità che, pur sotto i colpi della secolarizzazione presente in ogni epoca, tiene immutati nel tempo i tratti essenziali.

Egli è prima di tutto un Io, che sente, che vede, e, nel suo sentire e vedere, crede: nel suo credere si fa memoria. Quello del battente è un io checonfessa. La confessio peccatorum (J.-L. Marion) è il principio di tutto: nel peccato l'uomo riconosce tutto il suo esser miser, tutto il limite di cui è gravido e che arriva a schiacciarlo sotto il peso di sé stesso. Questo stato, che da un lato provoca nell'uomo un senso di interiore repulsione, dall'altro si fa condizione di possibilità della seconda e più cosciente confessio laudis. In essa il penitente, che si è riconosciuto dinnanzi a sé stesso come il figlio prodigo della parabola, avverte la necessità di guardare a Colui che è in altis e che, «innalzato», «attira tutti a sè» (Gv 12, 30): con tutto se stesso sente di cantare il dolore della sua condizione di peccatore, di «latore» (F. Del Pizzo) di un amore che è ricevuto in dono. È da questa «mistura» (Gv 19, 39) di sentimenti che scaturisce la lauda in cui l'ioconfessante del penitente esprime il gemito della creazione che «soffre le doglie del parto» (Rm, 8): destinatario privilegiato del messaggio della salvezza, lo annuncia agli altri ricordando che è giunto il momento di rinnovare il ricordo di quell'Uomo che, spirante su una Croce, ha aperto a tutti una strada. Così il Battente, anch'egli uomo della croce, quella quotidiana, che non conosce altari e palcoscenici, schiude lo scrigno della memoria e, nel ripetere riti che di padre in figlio acquistano forza e significato sempre più vigorosi ravvivati dalla diversa tonalità, attualizza l'antichità di questo annuncio: egli cammina in silenzio, sale e scende ripide scale, vive per due giorni i luoghi del quotidiano con un abito diverso e nel suo incedere a tratti spedito, a tratti stanco e affannato, semina, a suo modo, il «polline di Dio» (F. De Andrè) nel divenire della Storia.

I testimoni di questi riti fatti di gesti semplici assistono ammutoliti, a metà tra incanto e stupore, in una compartecipazione interiore inesprimibile nel concetto ma limpida nel sentimento. Anch'essi, con lui, aprono lo scrigno della memoria: quella personale, fatta della propria intimità, del proprio sé, per togliere qualche pietra d'inciampo in vista dell'imminente Passaggio, e quella comunitaria, in cui torna alla mente il papà che non c'è più, un fratello, un figlio, che nel passato, nel presente e nel futuro indossa anch'egli un camice bianco tenuto da una rozza corda e, col capo coperto, si rende attore paziente di un antico rituale.

Ecco, in questo secondo aspetto si dispiegano le altre due dimensioni del Battente: l'incontro dell'io con il tu e quindi il noi. «Sulle note di questi canti, espressione familiare e devota di nostra gente, ci pare di rivedere volti di persone che furono, una folla di uomini di ogni condizione che s'accalda e si appresta a cantare spontaneamente» (M. Schiavo, ibidem), ogni anno la Settimana Santa rappresenta per tutti gli incappucciati l'occasione per rincontrarsi. Una grande famiglia che chiama all'appello quanti sono dispersi nella diaspora quotidiana.

Chi, come me, torna a casa per rinnovare la propria professione di fedeltà alla tradizione, chi, invece, ha lavorato con sudore e passione per rendere ancora più intensi sul piano emozionale i momenti che ci si appresta a vivere. Ognuno si riscopre amico e fratello di tutti perché dismette le vesti del quotidiano, dove troppo spesso sovra-strutture di stampo sociale e culturale segnano divisioni, e indossa lo stesso camice degli altri. In due giorni si intrecciano storie, vissuti, aneddoti; si torna indietro nel tempo per scoprire il tesoro prezioso nascosto nel campo (Mt 13, 44) del cuore di ciascuno. Il passato, segnato sulle mani rugose degli anziani, si ricongiunge al presente delle calzature contemporanee dei giovani: insieme condividono un comune sentire. Su questo aspetto è bene che mi soffermi. Per me la Settimana Santa, che vivo a Minori da diversi anni, rappresenta il ritorno alla prima adolescenza, quando passavo con compagni di scuola e non intere serate, e, a volte giornate, in Congrega a Minori. Penso ai fratelli Antonio e Alesandro Del Pizzo, Andrea Proto, Vincenzo Schiavo, Gianluigi Mancieri, Gerardo Bonito, Daniele Civale, Giuseppe Proto, Giuseppe Capone, Luigi e Luca Mansi con cui abbiamo condiviso momenti indimenticabili in compagnia dei più anziani. Con le loro parole, i loro gesti, tra una briscola e una scopa, brontolii e ferme ramanzine, lasciavano nelle nostre mani, forse involontariamente, quello spirito del battente, quel fuoco che ardeva il loro cuore (Lc 24, 32) e che non andava lasciato morire.

Oggi nella vita ognuno ha preso la sua strada, cantavamo tutti nella quarta, o farrone, e piano piano siamo passati chi nella prima e chi nella seconda, qualcuno inizia a cantare anche in Chiesa. Chi è fuori da quei "tornielli" forse non intenderà a fondo le mie parole: non si tratta di un cursus honorum entro un circulus clausus, ma di un segno della graduale acquisizione di un patrimonio che è di tutti e che da tutti va custodito. "‘E viecchij" e "i grandi" ci hanno trasmesso con il tempo un complesso sistema di pratiche e concezioni non scritte, ma ancor più una spiritualità che è sempre più nostra e che lega ciascuno di noi a quel camice come le radici legano la pianta alla terra. Tra loro mi va di ricordare alcuni testimoni emblematici. Il grande Enzo Del Pizzo, minorese di nascita e scalo/ravellese di adozione, un vero e proprio organo umano (gli addetti capiranno). Con lui Claudio Citarella, Luigi Mansi ed io abbiamo condiviso le più belle quinte mai fatte, bassi dal suono pieno e rotondo, senza eguali. La coppia Gennaro & Carmine Galibardi, l'uno di professione direttore con il mignolo, narratore come nemmeno il venerando e terribile Tacito, l'altro "terzajuolo" per antonomasia; ricordo quando, con un amico un po' più grande di me, lì dove "grandezza" è sinonimo di esperienza e sapientia cordis, Carlo Del Pizzo, compagno e maestro, tornavamo a Maiori dopo una prova e disquisivamo sull'armonica bellezza delle loro voci, delle loro terze in particolare. Nella loro voce è sintetizzabile la bellezza del canto coram Domino proprio dei Battenti, che unisce alla rude durezza della voce sacrificata la dolcezza di una spiritualità che si esprime in sofferti melismi. Nella stessa discussione guardammo ad un'altra voce unica, quella del grande Gennaro Infante, Titillo, che, mi si consenta, provava per me un affetto particolare, più volte dimostratomi. Come per la tradizionale Messa Pastorale e il proverbiale Te Deum con botta, anche per il ripieno all'Afflitta e sconsolata era solito raccomandarmi di impararlo per bene perché potessi provocare la commozione mia e degli ascoltatori: emozionarsi per emozionare: «l'Afflitt s'adda chiagnr, 'e battient' s' chiagn' co' core e s'alluccano, tu t' tien' a ‘mbarà buon». Nel mio piccolo cuore di dodicenne albergava il sogno di diventare come lui, non brontolone, perché Gennaro, nel suo fare affettuosamente duro, era anche questo, ma profondo e commosso.

Ancora oggi quel sogno alberga dentro di me e, quando canto il ripieno di quella parte, una lacrima bagna la mozzetta e il mio pensiero vola a lui. Ai "grandi" la nostra ammirazione per la cura e la passione che mettono nel tramandare con perizia filologica a noi e ai più piccoli la "tecnica" del canto, ai tanti che si sono fatti compagni di strada di noi Battenti giovani e ci hanno insegnato uno stile, il valore di certi gesti e il potere di certi segni, il significato di certe conquiste e la necessità del sacrificio.

Sorge dunque spontanea a ciascuno la domanda: che ne sarà quest'anno? E qui «incomincian le dolenti note» (D. Alighieri, Inf. V). Già. Perché, che lo si voglia nascondere o meno, per ogni battente durante la Settimana Santa si ferma il mondo. Giovedì e Venerdì Santo «si esce e basta». Forse, ma sono troppo giovane per dirlo, una simile assenza non è mai stata registrata negli anni addietro, neanche in caso di pioggia. Questa, forse, è la sofferenza più grande. Come dicevo in apertura, il cuore del battente in questo periodo dell'anno è nella stessa condizione del germoglio che rompe la terra per venire alla luce, è forza della natura che è impossibile da tenere a freno. D'altro canto, però, quella di quest'anno potrebbe essere la buona occasione per rimettere al centro un po' di quell'Essenziale che spesso, nella dimensione comunitaria, tende a confondersi con gli humana verba di un sermo cotidianus.

La Pasqua di quest'anno sarà indubbiamente il momento in cui ciascuno scaverà nel proprio io, quell'io Battente intimo, privato, e cercherà di rinvigorire la propria vocazione all'Annuncio misterioso che in questi giorni di velata mestizia si fa ancora più urgente. L'uomo vive il dolore con intensità perché sa che verrà la Gioia, «è nella notte che ci si scopre attesi dall'Aurora» (D. Battaglia). Perciò, Giovedì e Venerdì sera, volgendo gli occhi al plenilunio, eleviamo insieme il canto più bello e sentito a quel Dio che «volentier perdona» (D. Alighieri, Purg. III), che innalza i miseri e abbatte i superbi, perché ci conceda un sereno ritorno a casa, il nostro io più vero e originario, il Suo Paradiso, che ci farà riscoprire, questo sì, la bellezza di quel noi!

*studente di Filosofia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma

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