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Storia e Storie

“Italiani brava gente”: la storia di Johnny Torrio, capostipite della mafia americana

Scritto da (redazione), martedì 12 gennaio 2021 09:34:03

Ultimo aggiornamento martedì 12 gennaio 2021 09:34:03

di Sigismondo Nastri

Penso all'oriundo italiano, travestito da wichingo, protagonista dell'assalto a Capitol Hill, sede del parlamento Usa, e intanto mi torna alla mente una vecchia storia, della quale mi occupai sul mio blog tredici anni fa. La ripropongo qui.

In un saggio pubblicato nel 1975 su un numero speciale di Storia Illustrata, dedicato alla mafia americana, Arrigo Petacco scrive che Johnny Torrio (nome che a me sembra una deformazione di Giovanni Torre) «non era siciliano, ma amalfitano». Aggiunge che dopo un'aggressione subita a Chicago il 23 gennaio 1925, egli si concesse «una lunga vacanza in Italia, trascorsa nella lussuosa villa di Amalfi che aveva regalato alla vecchia madre». L'autorevolezza dell'autore mi lascia pensare che queste affermazioni siano esatte. Tuttavia, fino ad oggi, non sono riuscito a trovare un documento in grado di provarle. Da altre fonti apprendo che Torrio sarebbe nato Il 20 gennaio 1882 a Irsina, in provincia di Matera. Non mi sembra, comunque, azzardata l'ipotesi che fosse di famiglia originaria di Amalfi (o della Costiera?), dove il cognome Torre è abbastanza diffuso. Ma, è evidente, occorrerebbero accurate verifiche.

Intanto, mi si potrà chiedere: chi era costui? Risposta: un nostro emigrato negli Stati Uniti, come ce furono tanti all'inizio del Novecento. Senonché, lì, gli capitò di conoscere, e poi di sposare, Anna, nipote di tal "Big" Jim Colosimo - detto "Diamond" per il vezzo di portare alle dita anelli con vistosi brillanti -, considerato, nel 1915, il boss più potente di Chicago, in grado di influire pesantemente sulla vita politica e amministrativa della città, dello stato, della nazione americana. Lo era diventato a spese delle bande irlandesi ed ebree, che perciò minacciavano vendetta. Per avere appoggio, Colosimo convinse Johnny, che abitava a New York, a trasferirsi a Chicago. Contava sulla sua capacità e affidabilità. E in effetti, nota Petacco, «Torrio non tradì la fiducia dello zio. Era un tipo nuovo di gangster che univa alle qualità diplomatiche un'indole pacifista: per evitare una guerra tra le gang era anche capace di inghiottire un insulto».

Quando, il 16 gennaio 1920, entrò in vigore il "Volstead Act", la legge che vietava la vendita di bevande alcoliche (abolita poi dal presidente Roosewelt il 15 dicembre 1933), Johnny Torrio, soprannominato "The Brain" (il cervello), non si fece trovare impreparato: organizzò subito il contrabbando dell'alcool, mettendosi d'accordo con i siciliani, che impiantarono distillerie clandestine, e gli irlandesi, che si occuparono della distribuzione. Chiamò alle sue dipendenze il giovane figlio di un barbiere napoletano, Alphonse Capone - divenuto tristemente famoso come Al Capone -, sottraendolo ad un onesto lavoro di contabile. Gli affidò la direzione del "Four Deuces" di South Wabash Street, una sala da gioco con annesso bordello. «Il proibizionismo - sottolinea un altro studioso del fenomeno mafia, Giuseppe Madya - rappresentò il periodo della storia americana in cui si bevve di più e il contrabbando d'alcool divenne la maggiore industria degli Stati Uniti. In un anno si consumarono clandestinamente 600 milioni di litri di birra e 400 milioni di litri di vino; le entrate dei trafficanti di alcool superarono i quattro miliardi di dollari mentre, fino al 1930, il Tesoro americano riscosse tre miliardi e mezzo di dollari in meno per imposte di consumo non percepite». Eppure Colosimo considerava la nuova attività molto rischiosa e non nascondeva il suo dissenso. «Lascia stare l'alcool, gli diceva, occupati delle prostitute. E' meno pericoloso».

«Oltre a queste diversità - continua Petacco - i rapporti tra zio e nipote furono turbati anche dal comportamento del vecchio Jim. Questi, infatti, si era ‘rammollito' e aveva cominciato a trascurare la moglie per amore della cantante Dale Winters. Secondo il codice non scritto dei vecchi mafiosi, tradire pubblicamente la moglie non è una cosa ben fatta. Figurarsi quindi lo stupore di tutti quando ‘Diamond' Jim decise di divorziare dalla moglie per sposare la bella cantante».

Torrio si convinse che era necessario sbarazzarsene. Ne parlò con Frank Yale (in realtà, Francesco Uale), il fondatore dell'Unione Siciliana, altro potente boss. Insieme decisero le modalità per eliminare Colosimo. Organizzarono in suo onore un sontuoso banchetto con tanto di baci e abbracci. Quando egli si assopì, ubriaco fradicio, lo freddarono con un colpo alla nuca.

Fatto fuori il vecchio Jim, Johnny Torrio divenne "il primo grande boss del crimine organizzato". A Chicago non si muoveva foglia senza il suo permesso. Era un uomo piccolo, di straordinaria intelligenza. Petacco ricorda che uno studioso americano, il professore Asbury, lo aveva definito «l'essere umano più vicino al genio che l'America abbia prodotto». Il mercato clandestino dell'alcool consentiva guadagni enormi, che - ricorda Giuseppe Mayda - «potevano oscillare tra i 200 e i 300 milioni di dollari annui in una sola grande città. Ciascuno dei diecimila ‘speakeasy' (spacci clandestini) di Chicago acquistava, ogni settimana, sei fusti di birra a 55 dollari l'uno e, in media, due cassette di liquori a 90 dollari la cassetta. Poiché ai ‘bootlegger' (contrabbandieri di alcool) la birra veniva a costare quattro dollari al fusto e i liquori 20 dollari la cassetta, i contrabbandieri intascavano netti quasi cinque milioni di dollari alla settimana». Il mercato era ormai controllato interamente dall'accoppiata Torrio-Al Capone. Le altre bande venivano man mano sterminate. Si trattò di vere e proprie guerre. Le cronache del tempo elencano trentasette battaglie nel 1922, cinquantasette nel 1923. L'anno seguente avvenne l'assassinio di Charles Dion O'

Banion, noto come il ‘re di Chicago', un irlandese di trent'anni "religioso e astemio", col quale i due boss avevano in comproprietà una fabbrica di birra. Movente del delitto: aveva tentato di truffarli per 500.000 dollari. O'Banion non era un pesce piccolo: da parte della polizia gli erano stati contestati venticinque omicidi, senza riuscire a trovare elementi per incriminarlo. Particolare interessante: le esequie, alle quali intervennero non meno di duemila persone, si svolsero con grande pompa, dopo che la salma, con la corona del Rosario in mano, era rimasta esposta per tre giorni: una bara lussuosa, in legno pregiato e argento massiccio; tantissimi fiori, che richiesero ventisei automezzi, tra furgoni e camion, per il trasporto; tre orchestre e, particolare non trascurabile, una consistente scorta di polizia. La Chiesa, tuttavia, negò la messa di suffragio e la sepoltura in terra consacrata. Momento ‘clou' della cerimonia, l'orazione funebre pronunciata proprio da Al Capone: «Dion era in gamba - disse, quasi per giustificarsi, - ma s'era montata la testa». Torrio, per motivi di sicurezza, si allontanò da Chicago trovando rifugio a Hot Springs, in Arkansas.

A questo punto, ecco che entra nella storia come suo socio, un personaggio autorevole, rimasto sconosciuto. Il 17 novembre 1924 il Chicago Daily News scrisse che i due erano ormai i padroni di tutti i locali clandestini della città: «Nessuno può intervenire nei racket senza il loro permesso. E se l'omicidio si rende necessario, come spesso succede, i due re hanno il potere di proteggere i loro sicari. Il socio di Torrio è talmente al di sopra della legge, così al sicuro, che diventa per noi pericoloso farne il nome, sebbene polizia e magistratura sappiano benissimo chi egli sia...».

Cresceva a dismisura il potere, per l'emigrato che Petacco definisce "amalfitano", e contemporaneamente aumentavano i rischi ai quali era costretto ad esporsi. Il 23 gennaio 1925 subì un attentato, organizzato dal successore di O'Banion, George ‘Bugs" Moran. Quel giorno era tornato a Chicago, con la moglie, per fare delle spese. Stava uscendo dall'auto con dei pacchi in mano, sulla Michigan Avenue, quando fu raggiunto da una scarica di proiettili partiti da una Cadillac. Torrio rimase colpito al torace, alla mascella, al braccio destro e all'inguine. Quando Moran in persona gli puntò la pistola alla tempia per il colpo di grazia, l'arma fece cilecca e così poté salvarsi. Al Capone dormì nella sua camera in ospedale per proteggerlo da altri possibili attentati. Interrogato dalla polizia, Torrio, pur dichiarando di conoscere gli assalitori, non volle rivelarne i nomi. Quattro settimane dopo, non ancora ristabilito, sorprese tutti presentandosi a un processo nel quale era imputato per un raid in una birreria. Fu condannato a nove mesi di detenzione, durante i quali lo sceriffo lo trattò come ospite di riguardo. Il carcere gli fece prendere coscienza che la situazione, per lui, messo sotto tiro dagli avversari, stava ormai precipitando. Nel mese di marzo convocò Al Capone alla prigione e gli affidò tutti i suoi affari (che ammontavano a 10 milioni di dollari l'anno). Quando tornò libero non perse tempo per andar via da Chicago. Fu allora che, secondo Petacco, egli si concesse, «una lunga vacanza in Italia, trascorsa nella lussuosa villa di Amalfi che aveva regalato alla vecchia madre» Anche di questa notizia, ahimè, non sono riuscito a trovare riscontri in loco. Chi può, mi dia una mano.

Al rientro in America, Torrio si stabilì a New York. Fuori dagli ‘affari', lo si vedeva poco in giro, e mai di sera. Gli piaceva ascoltare musica, la sua passione erano le opere di Verdi. Tra le quinte, però, svolgeva funzioni di consigliere speciale di Lucky Luciano (vero nome, Salvatore Lucania, emigrato dalla Sicilia), divenuto nel frattempo capo assoluto dell'impero del crimine. Nel 1939, Johnny Torrio incappò in una nuova disavventura giudiziaria. Accusato di evasione fiscale, subì una condanna a due anni e mezzo di reclusione, che scontò nel penitenziario di Leavenworth.

«Appena sei mesi dopo - cito ancora Petacco - in quello stesso salone veniva ucciso a colpi di pistola un gangster della nuova generazione. Si chiamava Albert Anastasia».

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