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Lettere al Vescovado

La didattica distante dalla realtà

Scritto da (Redazione), martedì 24 marzo 2020 15:49:51

Ultimo aggiornamento martedì 24 marzo 2020 15:53:45

Gentile Direttore,

sono Claudia Nicoletti, di professione Psicologo clinico e psicoterapeuta, ma innanzitutto genitore. Abito e lavoro ad Amalfi, ma per la mia professione mi sposto anche a Salerno e Napoli.

In questi giorni di grande concitazione e confusione, ho sentito la necessità di scrivere questa lettera che le chiedo di pubblicare, nella speranza che possa servire a individuare soluzioni più funzionali nel delicato rapporto tra scuola e famiglie.

di Claudia Nicoletti*

Egregi Dirigenti, Gent.mi Professori,

ci troviamo in questi giorni ad affrontare una situazione senza precedenti nella storia dell'umanità. Le pandemie sono un fenomeno già conosciuto nel corso dei secoli, ma mai si erano verificate in presenza di internet, dei mass media e dei social network. Questi strumenti, se da un lato sono di grandissima utilità per il fatto di consentire la rapidissima diffusione e condivisione di informazioni importanti anche a distanze molto grandi (e costituiscono, quindi, un mezzo di protezione sociale e un potenziale facilitatore del progresso), dall'altro possono contribuire a creare situazioni e difficoltà, che sfuggono al controllo anche dei più benintenzionati. Esempi di ricadute negative dell'uso di strumenti tecnologici e della rete sono ormai noti ai più, al punto che il DSM5, il manuale internazionale che classifica i disturbi psichiatrici, ha introdotto una categoria di disturbo (seppure ancora in fase sperimentale) che prende il nome di Internet Addiction Gaming (Disturbo da gioco su internet), che consiste in un uso persistente e ricorrente della rete e di ciò che essa offre online e offline, che comporta disagi e compromissioni clinicamente significativi nella vita quotidiana. In questo momento storico, culturale e sociale, quindi, il ruolo del genitore e dell'educatore assume una importanza ancor più delicata di quanto non sia accaduto precedentemente. È richiesto all'adulto saggezza, sicurezza e buon senso nel gestire se stesso e i propri figli o alunni nel rapporto con gli strumenti tecnologici: dalla gestione del tempo di utilizzo di cellulare, tablet o pc, al monitoraggio della navigazione e dei contenuti con cui i minori vengono a contatto.

In questa cornice, già di per sé complessa e delicata, si è inserita la pandemia, la diffusione del Covid-19. Nel giro di pochi giorni vi è stato un susseguirsi concitato di indicazioni, circolari e decreti, nel tentativo di regolamentare le azioni dei singoli e della collettività in merito all'emergenza virale. La gravissima situazione, dovuta al propagarsi dell'infezione, ha imposto, come misura preventiva principale, il distanziamento sociale ossia la riduzione dei contatti interpersonali al minimo indispensabile, vale a dire ai soli componenti del proprio nucleo familiare (quando non si è in quarantena) e delle poche altre occasioni legalmente consentite (sì, proprio così, in questi giorni decreti e ordinanze stabiliscono dove si può andare e dove no, chi si può incontrare e chi no e addirittura a quale distanza fisica minima!). È una situazione che a molti sembra surreale, ma dobbiamo accettarla per necessità, perché ad oggi è l'unica efficace misura che abbiamo di protezione dal contagio.

Tra le prime iniziative preventive, molto saggiamente direi, vi è stata la sospensione delle attività scolastiche e di molte altre attività lavorative. Questa situazione ha spinto a prendere velocemente in considerazione in diversi ambiti modalità di lavoro alternative a quelle tradizionali, che consentono di proseguire l'attività in condizioni di sicurezza: è salito alla ribalta il cosiddetto smartworking ovverosia lavoro a distanza. Lo stesso Presidente del Consiglio lo ha suggerito nel primo DPCM dell'8 marzo 2020, confermando quanto già previsto nella Nota MIUR del 6/3/2020 n°278 e ribadito successivamente nelle Circolari MIUR n°388 e n°392 del 17 e 18/3/2020 in merito al lavoro agile. Già conosciuto e in parte sperimentato precedentemente in vari contesti, tra cui anche quello dell'istruzione, con la diffusione dell'attuale pandemia, lo smartworking sembra essere l'alternativa più utile, funzionale e "intelligente", appunto, per proseguire le proprie mansioni, da "remoto", come si usa dire, garantendone la continuità. Anche a scuola, docenti e alunni possono proficuamente scambiare informazioni, rimanere in contatto, mantenere l'aggancio con il proprio lavoro e ruolo e proseguire il percorso bruscamente interrotto. Possono farlo attraverso diverse piattaforme online grazie alle quali è possibile incontrarsi in videochiamata, scambiarsi video, materiali e comunicazioni.

Il panorama delle offerte dei vari Istituti a tal riguardo è molto vario ed eterogeneo. Si va da Istituti che impegnano i ragazzi online in videoconferenze che durano esattamente tanto quanto l'orario scolastico pre-virus, con successivi assegni di compiti da fare quando sono offline, a scuole i cui docenti non compaiono se non in una bacheca virtuale, con assegni fatti con un click, come se fossero ancora in classe. A volte qualcuno di quest'ultimo gruppo di docenti, invisibili e nascosti dietro la piattaforma, probabilmente per mostrare di essere veramente presente dall'altra parte, inserisce un messaggino di pseudo-incoraggiamento agli alunni o al contrario minatorio, convinto che in tal modo mostrerà ai propri alunni (e forse dimostrerà a se stesso) che veramente lui/lei è lì dall'altra parte a fare ancora il docente.

Ecco io credo che né l'uno né l'altro estremo siano soluzioni sagge e di buon senso. Questa non è la didattica digitale di cui si parla da settimane. In questi giorni di emergenza i bambini e i ragazzi NON sono a scuola e didattica a distanza per essere veramente smart non può non tenere conto di questo. "La scuola chiede di far finta che tutto continui normalmente, quando in realtà nulla è normale in questo periodo e tutto, ora dopo ora, continua ad essere emergenza" afferma sul web una mamma che riveste il doppio ruolo di genitore e di docente. Se educare significa "condurre" l'alunno per mano, cosa stanno insegnando questi docenti ai loro alunni in questo momento con questo comportamento? Anziché accompagnarli saggiamente in questi giorni difficili e portarli per mano, incoraggiandoli, impongono loro di continuare a lavorare come se nulla fosse. Qual è la lezione di vita che stanno dando loro? Che bisogna ignorare quello che accade? Che bisogna far finta di niente di fronte agli eventi? Che non si deve stare nel qui e ora, ma solo e soltanto in uno schema predefinito, magari di un programma ministeriale deciso a tavolino in un consesso di esperti? Nel costruttivismo sociale, una delle teorie sull'apprendimento e sullo sviluppo della conoscenza, quest'ultima è una creazione sociale e la tecnologia da sola non può far nulla di per sé in proposito. Non è la mera introduzione del computer o della rete a creare una nuova modalità di apprendimento: non credo che basti dotare una comunità di uno strumento, che tecnologicamente risponde alla necessità di stabilire un contatto, per avere di per sé apprendimento. L'insegnante dovrebbe chiedersi quali risultati e quale livello di cooperazione e di condivisione è stato raggiunto e, rispondendo a tali interrogativi, modulare le proprie azioni. l concetti di comunità di apprendimento e di rete educativa vanno ridefiniti.

 

Allora mi aspetto che il docente saggio, colui o colei che intende realmente educare i propri alunni, rifletta che in questo momento non è certo incollando l'alunno al monitor per tutta la mattina o al contrario cliccando "da remoto" gli assegni a ritmo regolare, come se si fosse ancora a scuola e secondo l'orario della classe, che sta insegnando alcunché. Ci deve essere sempre un supporto, un ruolo di "scaffolding" da parte dell'insegnante, che non abbandona l'alunno a se stesso, ma offre sempre una forma di supporto.

La cosa migliore sarebbe un moderato impegno (al massimo un paio d'ore online in videoconferenza e qualche compito da fare dopo, con disponibilità di video lezioni offline), che lasci all'alunno anche il tempo di "stare" hic et nunc in questa situazione eccezionale, con se stesso, con la sua famiglia e con la realtà di questo momento. Riprendendo le riflessioni della mamma-docente citata prima: "l'organizzazione della didattica a distanza va pensata e organizzata, sganciandola dagli schemi mentali del "come se si fosse a scuola", per adattarla alla realtà dell'ambiente domestico e della vita familiare". Utile sarebbe anche avere un docente referente per ogni classe che moderi la relazione tra gli alunni e gli altri docenti.

Confido nella comprensione che questa lettera nasce dal sincero desiderio di offrire un feedback e una informazione di ritorno sulla didattica a distanza, in questi giorni di grande sconvolgimento e confusione, nell'auspicio che le nostre vite tornino alla normalità il più rapidamente possibile.

 

*Psicologo clinico e psicoterapeuta

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