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L'Editoriale

Violenza di genere: quanto ancora c’è da fare anche in Costiera Amalfitana

Scritto da (redazione), mercoledì 25 novembre 2020 08:04:09

Ultimo aggiornamento mercoledì 25 novembre 2020 08:05:20

di Maria Citro

 

Non si può ancora aspettare una giornata internazionale contro la violenza sulle donne per parlare di come affrontare il problema, la situazione è più grave di quello che si constata quotidianamente con l'ascolto del numero di femminicidi, perché il problema ha radici molto più profonde nel tessuto culturale e personale di chi li perpetra. Mi occupo di donne, di politiche di genere ormai da un po' di anni, ho iniziato il mio percorso socio politico come aderente del Centro Italiano Femminile provinciale di Salerno, per poi fondare una sezione nel mio Comune. In questi primi anni del XXI secolo ho dedicato parte del mio tempo all'ascolto del disagio nelle sue varie forme, non fosse altro anche per il mio lavoro di pedagogista, e nello stesso tempo ho avuto la possibilità di mettere la mia esperienza al servizio del bene comune ricoprendo il ruolo di amministratore comunale.

Ritengo di estrema necessità, per combattere la violenza sulle donne, l'investimento sulla prevenzione in tutti gli ambiti a partire dalla famiglia, per finire al mondo del lavoro, nonché a quello del linguaggio comunicativo-relazionale. La mia deformazione professionale mi ha portato a riconoscere nei bisogni della gente la vera soluzione dei problemi. E' proprio da questa premessa, che ho cercato di mettere in atto, sul territorio costiero, delle azioni che potessero andare incontro alle donne, alle mamme, alle persone: non è stato semplice ma quando a smuovere gli animi c'è una passione, tutto si può fare. Nasce così, nel lontano 2014, lo sportello ascolto per le donne , il primo CAV in Costiera Amalfitana con sede a Minori, dove grazie alla disponibilità e al volontariato delle aderenti del Cif comunale si aprirono le porte dell'accoglienza e dell'ascolto per le donne del territorio. Negli anni, grazie all'investimento regionale e al coordinamento dei Piani Sociali di Zona è diventato un vero e proprio servizio riuscendo a garantire un Cav per ogni distretto sanitario. Ad oggi questa è la storia: un lavoro di rete, di progettazioni, di invii e prese in carico ma soprattutto un lavoro di sensibilizzazione nelle scuole condotte dalle operatrici del nostro centro antiviolenza, la partecipazione a tavole rotonde e seminari, ad eventi e manifestazioni pubbliche per far sapere che il territorio c'è, le istituzioni ci sono.

Tutto questo sembra tanto, ma non basta!

Sicuramente non partiamo da zero ma forse siamo nella fase più difficile, quella della consapevolezza del problema: il nostro CAV ci riporta dati significativi sulla violenza in costiera amalfitana, violenza psicologica, sessuale, economica e soprattutto domestica , ed è proprio quest'ultima che richiede interventi sistemici che possano portare ad una riduzione della violenza sulle altre aree.

Si parte sempre dal nucleo fondamentale, dalla famiglia, dalla coppia genitoriale e dai modelli parentali di riferimento. Ecco perché c'è ancora tanto da investire, l'obiettivo politico dovrà essere quello di aumentare la consapevolezza nella pubblica opinione sulle radici strutturali, sulle cause, sulle conseguenze della violenza maschile sulle donne, c'è bisogno di rafforzare il sistema scolastico migliorando la capacità operativa degli insegnanti e del personale in merito a come intercettare, prevenire e far emergere e gestire situazioni di violenza, compresa la violenza assistita. Sempre nella scuola sarebbe opportuno promuovere nell'offerta formativa l'educazione alla parità tra i sessi, per il superamento dei ruoli e degli stereotipi di genere, anche attraverso la revisione della didattica e dei libri di testo e la formazione del corpo docente di ogni ordine e grado.

Anche i servizi di aiuto alle donne devono iniziare a contemplare l'impegno preventivo contro la recidiva attraverso percorsi di rieducazione degli uomini autori di violenza e di reati relativi alla violenza maschile contro le donne, così come gli stessi centri anti violenza debbano prendere in carico anche i figli che sono vittime indirette della violenza perpetrata sulla propria mamma.

Ecco, queste osservazioni sono frutto della mia esperienza sul campo da amministratore, cosi come, invece, dal punto di vista pedagogico, rilevo che c'è da investire sugli stili educativi messi in atto nel rapporto genitoriale dell'uomo carnefice e della donna vittima per capire ed interpretare i comportamenti devianti. L'altro aspetto da considerare è il danno derivante sui figli in caso di violenza, in quanto le competenze genitoriali verranno inevitabilmente alterate. Le carenze genitoriali, infatti, possono manifestarsi lungo un continuum di gravità crescente, fino alla violazione dei diritti e della dignità del figlio. La violenza comporta un nascere di schemi cognitivi disfunzionali, utili per la sopravvivenza di chi subisce la violenza, ma che si ripercuotono sui figli. Uno stile familiare violento ha un'influenza sulla quotidianità dei figli, qualificandosi come una modalità relazionale pervasiva e prevaricante che influenza il pensiero e il modo di relazionarsi del bambino, provocando un apprendimento distorto circa lo stare insieme e le relazioni affettive e interpersonali, poiché influenzano fortemente le modalità di rapporto con i pari e riproducono modalità aggressive e di sopraffazione o manifestando un'evidente incapacità nel gestire le relazioni. In queste condizioni aumenta la probabilità di sviluppare una sintomatologia di tipo post traumatico che non sempre viene riconosciuta in maniera precoce. È importante sottolineare come spesso i figli sono coinvolti nelle forme di maltrattamento inflitte alla madre e diventano a loro volta vittime vicarie di varie forme di maltrattamento, con le conseguenze note nei soggetti in età evolutiva, ovvero l'acquisizione di schemi disfunzionali.

Ho cercato, seppur in maniera sommaria, di inquadrare il problema sia a livello territoriale che strutturale e culturale; auspico quindi che tutte queste azioni possano davvero creare collaborazione, sinergia e concertazione tra le varie agenzie che interagiscono sulla persona, a partire dall'infanzia affinché si possano eliminare e rimodulare le modalità perverse e patologiche che portano all'utilizzo della violenza.

*Pedagogista, assessore Politiche Sociali del Comune di Minori

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