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Giardini Hotel Rufolo ore 19,00

Ravello ricorda Pasolini 60 anni dopo: 8 agosto si ripercorre “La lunga strada di Sabbia”

La letteratura di viaggio nel cuore del Mezzogiorno dimenticato

Scritto da (Redazione), domenica 4 agosto 2019 18:22:28

Ultimo aggiornamento mercoledì 14 agosto 2019 20:57:37

«Non riesco a staccarmi da questo angolo di cielo: un luogo deputato all'estasi». Così Pier Paolo Pasolini, nel luglio del 1959, terminava il racconto del suo viaggio a Ravello, descritto con grande trasporto nel reportage "La lunga strada di Sabbia", pubblicato in tre puntate dalla rivista "Successo".

Al volante della sua Fiat Millecento, lo scrittore realizzò un vero e proprio racconto del paese, teso tra cambiamento e tradizione, vacanza borghese e residui di un dopoguerra difficile, e individuò il fenomeno nascente del turismo di massa, che colpirà le spiagge sin dagli anni Sessanta. Un testo di grande bellezza che continua a colpire per la sua profondità e poesia.

Dopo sessant'anni esatti da quel passaggio di forte impatto emotivo, la Città della Musica celebra il grande intellettuale, poeta, scrittore e regista, con un incontro dal titolo "Pasolini a Ravello. La letteratura di viaggio nel cuore del Mezzogiorno dimenticato".

 

Giovedì 8 agosto, dalle 19, nel salotto dei giardini dell'hotel Rufolo, ne discuteranno il giornalista e scrittore Andrea Manzi, il professor Rino Mele, già docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo all'Università degli Studi di Salerno, e Paolo Speranza, storico del cinema e direttore della rivista "Cinemasud". Le conclusioni sono affidate al sociologo Domenico De Masi.

L'evento, promosso da "Il Vescovado" con il patrocinio dell'Assogiornalisti Cava de' Tirreni-Costa d'Amalfi, sarà moderato da Emiliano Amato.

Non mancherà certo l'approfondimento sul ritorno del poliedrico Pasolini a Ravello undici anni più tardi per le riprese dell'episodio del suo "Decameron" (1971) che racconta la novella di Masetto da Lamporecchio, la prima della terza giornata dell'opera del Boccaccio. Le scene furono girate dal 29 agosto al 1° settembre del 1970 tra il meraviglioso Complesso monumentale dell'Annunziata e il giardino di Klingsor che ispirò Wagner, col maestro che albergò proprio al Rufolo.

Protagonista della novella boccaccesca il ravellese Vincenzo Amato (all'epoca giardiniere a Villa Rufolo), richiesto esplicitamente da Pasolini per l'interpretazione del fattore sordomuto al servizio del monastero. L'episodio sarà proiettato nel corso della serata con stralci di interviste esclusive.

 

RAVELLO NELLA LUNGA STRADA DI SABBIA

"Lascio la strada sul mare, e mi arrampico su, tra colline fitte di pergole di vigneti, di fichi d'India, più verdi del verde. Ecco a sinistra Scala, e, dopo un'ultima curva da vertigini, una piazzetta con una fontana moresca: sono a Ravello.

Sbaglio tutto: contrariamente al solito, che indovino subito dove devo andare, prendo, a sinistra anziché a destra, lasciata alla fontana moresca la macchina. E vado per un paese anonimo, in fondo, che si allunga come una serpe sulla cima stretta d'un monte: eppure c'è qualcosa di nobile, di misterioso, intorno. Sento puzza di novità. Arrivo in capo alla striscia di paese. "Ma gli alberghi, dove sono?" chiedo a delle donne sedute sui gradini rosicchiati delle povere case.

"Non stanno qui! - fanno, smarrite, dolenti, dolci. - Stanno dall'altra parte!" Ridiscendo di corsa la lunga strada, sorpasso la fontana, e entro, dall'altra parte, nel vero paese. Lì ho passato le due ore più belle di tutto il viaggio, e, sicuramente, tra le più belle della mia vita. È venuta quasi l'ora del tramonto, intanto, e il sole, ancora limpido carico, rade le cime delle colline dense di piante pure, secche, nette come cristalli e insieme piene di umile tenerezza.

Per le strade del paese non c'è quasi nessuno: solo la gente che si vede nei paesi veri, di tutto il nostro mondo, nell'ora del tardo meriggio estivo: ragazzi, soli, che rincasano dal catechismo, donne che tornano al lavoro. E le strade sono pulite, ben selciate, nobili come nel più eletto paese di Lombardia o delle Venezie. Le costeggiano palazzetti barocchi, settecenteschi, d'una discrezione e d'una eleganza mai vista: ogni tanto, le case s'interrompono, c'è un muretto, da cui si intravedono, sotto, abissi caldi di verde. È tutto pieno di chiese, di monasteri: il monastero di Santa Chiara, la chiesa di San Francesco, il santuario dei SS. Cosma e Damiano: è una città sacra, una piccola Assisi, dimenticata. Vedo un frate giovane, rosso, che cammina in fretta giù per gli scalini della strada, tra due muretti sospesi nel vuoto: lo chiamo, gli chiedo quasi allarmato come mai tante chiese in un così piccolo paese. Mi risponde in un greve, gretto napoletano: "Anticamente qui ci stava 'nu popolo molto numeroso!".

Scompare dietro un portone di quel barocco umile che si vede nei paesi. Ravello è come in uno sperone, sospeso nel vuoto, in fondo a cui si stendono colline che strapiombano sul mare. Ma te ne accorgi solo alla fine, quando giungi alla Villa Cimbrone, che è il punto supremo di Ravello. In capo alla strada ti si para davanti un portoncino, entri, e non puoi gridare dalla meraviglia: subito, a sinistra uno stupendo chiostro, poi un delizioso palazzetto, e davanti un viale per un giardino favolosamente neoclassico, che finisce di colpo, laggiù, contro il cielo.

Entro nella cripta, esulto davanti a un Della Robbia, a dei bassorilievi anonimi, del primo Quattrocento, i Sette Peccati Capitali, e i nove, meravigliosi, Guerrieri Normanni. Scendo ancora giù, per una scaletta che mi porta a un'abside, una selva di colonne, come dalle mie parti, gotiche; ma, davanti, è aperto, c'è il precipizio, il vuoto, il mare. Sperduta tra le colonne, un'antica sedia di legno, ecclesiastica, mi siedo, c'è tanta pace, che qui vorrei morire, finirla così dolcemente.

Ma mi rialzo, corro sul giardino, filo lungo tutto il viale, profumato da ubriacare, arrivo in fondo alla terrazza, sospesa nel cielo, con una fila di nobili teste di marmo, e una dolce ringhiera. Ci sono dei turisti, estasiati. In realtà, la situazione è di quelle che non si possono facilmente esprimere: tutto il golfo da Amalfi a Salerno è ai tuoi piedi, e tu voli. Riannodo le fila che mi parevano perse, con la grande Italia cristiana e comunale: non c'è Borbone che riesca a cancellarne lo spirito.

Come Lawrence - che anche lui, avrebbe voluto morire qui, di troppa pace - non riesco a staccarmi da questo angolo di cielo: un luogo deputato all'estasi".

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