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Cronaca

Ravello, soppressione Monastero S. Chiara. Nicola Amato: «Storia non può essere cancellata da freddo calcolo numerico»

Scritto da (redazione), lunedì 1 marzo 2021 07:47:56

Ultimo aggiornamento lunedì 1 marzo 2021 07:53:48

Il rischio concreto della soppressione del Monastero delle Clarisse di Santa Chiara di Ravello, preoccupa e genera il dibattito pubblico. A intervenire è il consigliere comunale Nicola Amato con una lettera trasmessa al sindaco, Salvatore Di Martino, all'arcivescovo della Diocesi di Amalfi-Cava de' Tirreni, mons. Orazio Soricelli , a Suor Damiana Ardesi, alvertice della Federazione Santa Chiara d'Assisi delle Monache Clarisse Urbaniste d'Italia, a Fra Cosimo Antonino, Ministro provinciale dell'Ordine dei Frati Minori Conventuali di Napoli, alle Clarisse del Monastero di Santa Chiara e alla cittadinanza ravellese che pubblichiamo integralmente di seguito.

 

Da diversi giorni si rincorrono voci e indiscrezioni sull'avvio delle procedure di chiusura del Monastero delle Clarisse di Santa Chiara, qui a Ravello (la cui storia è sommariamente riportata a margine della presente).

 

Voci in parte confermate negli ambienti ecclesiastici e riportate sulla stampa locale. Ma l'amarezza per quanto appreso non ci deve piegare alla rassegnazione!

 

E' nostro dovere di cittadini, di impegnati civilmente, come pure da parte del Clero, di porre in essere ogni utile iniziativa atta a scongiurare quanto già deciso altrove e forse già da tempo.

 

Quale che siano le motivazioni vere o gli interessi a base delle scelte, si ritiene che una firma sotto un provvedimento non possa cancellare oltre sette secoli di storia del nostro Monastero, che, nonostante la regola della clausura, costituisce una presenza importante ed è parte integrante di questo paese per le tante attività, anche formative e di prima infanzia, svolte nel tempo a servizio dei ravellesi.

 

In tutte le vicende che hanno segnato la vita della comunità religiosa il ruolo svolto dalla città di Ravello con la sua Chiesa particolare prima e, successivamente, dall'Arcidiocesi di Amalfi-Cava de'Tirreni, è stato sempre determinante nella ricerca delle migliori soluzioni alla complessità delle vicende spirituali e materiali.

 

A tal riguardo è importante richiamare l'atto del 28 luglio 1931 allorchè il Comune di Ravello, proprietario del Monastero di Santa Chiara e del Convento di San Francesco, permutava i suddetti beni con il Palazzo Tolla, ora sede municipale. La permuta veniva effettuata, con lo spirito della fratellanza cristiana e per nobili finalità spirituali.

 

La notizia diffusa di una concreta possibilità di chiusura del monastero di Santa Chiara di Ravello getta nello sconforto più profondo il territorio che per circa 730 anni ha beneficiato della presenza spirituale, assistenziale e caritativa di una gloriosa istituzione della Chiesa.

 

Di questo sentire comune sono testimonianza autorevole ed eccezionale il considerevole patrimonio architettonico e immobiliare, le straordinarie espressioni della cultura e dell'arte, di cui restano indelebile memoria l'Archivio e la biblioteca monastica e le opere figurative pittoriche e scultoree.

 

L'Archivio monastico, per le sue caratteristiche di eccezionale pregio, è stato dichiarato nel 2014 dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo di interesse storico particolarmente importante ed è sottoposto alle disposizioni di tutela, diventando a tutti gli effetti parte del patrimonio nazionale.

 

Per le opere pittoriche, oggetto di restauro a cura della competente Soprintendenza per i beni architettonici e per il paesaggio, per il patrimonio storico artistico e demoetnoantropologico di Salerno e Avellino tra il 2001 e il 2002, fu proposta, in collaborazione della Parrocchia del Duomo di Ravello, l'istituzione di una sezione distaccata del Museo del Duomo di Ravello.

 

All'inestimabile patrimonio culturale si aggiungono le testimonianze dei tanti incontri e delle visite che nel tempo hanno arricchito e beneficato l'istituzione clariana dai secoli dell'età moderna ai giorni nostri. Si segnalano, in tal senso, la consuetudine che dagli anni Trenta del Novecento la comunità ebbe con la famiglia Reale, al punto che tra il 20 febbraio e il 10 dicembre 1944 diverse furono le visite private al monastero dei sovrani Vittorio Emanuele III ed Elena di Savoia.

 

Tutte queste testimonianze, in uno all'incessante servizio che le figlie di S. Chiara nei secoli hanno svolto in quelle sante mura, inducono a sollecitare la sensibilità delle autorità religiose e civili perché si adoperino presso le supreme autorità della Chiesa, per far valere le ragioni della fede, della storia e della cultura che da 730 anni sostengono il monastero di Ravello, la cui opera plurisecolare non può essere cancellata per sempre da un freddo calcolo numerico.

 

Nicola Amato (consigliere comunale)

Mail amanicola@alice.it

 

NOTIZIE STORICHE SUL MONASTERO DI SANTA CHIARA DI RAVELLO

 

La comunità monastica di Santa Chiara s'insediò a Ravello tra il pianoro della collina di Ponticeto e il bosco di Cimbrone alla fine del XIII secolo. La sua fondazione potrebbe risalire agli anni tra il 1293 e il 1296, come risulta da alcuni atti in copia e in originale, in cui la Comunità, tramite proprio procuratore, agiva giuridicamente nell'acquisto di terreni, non solo nel territorio amalfitano, ma anche nell'area ebolitana. Era chiaro l'intento da parte del nuovo monastero di costituire un'ampia base patrimoniale anche per raggiungere quel riconoscimento canonico che avverrà solo agli inizi del XIV secolo. Fautore principale di questa causa fu il vescovo di Ravello, Giovanni Allegri, che oltre a concedere alle monache il possesso e l'ufficiatura della chiesa di San Nicola di Ponticeto nel 1297, si prodigò affinché il papato sancisse ufficialmente l'istituzione monacale, inviando la richiesta alla Sede Apostolica.

Nel 1298 Bonifacio VIII stabilì, anche per il Monastero di Ravello, gli stessi benefici e immunità accordati e da accordarsi ai Frati Minori Conventuali, mentre, con bolla del 2 novembre 1303, Benedetto XI, accogliendo favorevolmente la domanda del vescovo e delle monache, confermava la fondazione e stabiliva che la comunità dovesse restare sotto il magistero e il governo del ministro Generale e Provinciale dell'ordine francescano.

Stabiliva, inoltre, che l'elezione dell'abbadessa dovesse avvenire nel monastero; che i frati minori dovessero amministrare i sacramenti, ma non potendo risiedere nel monastero, in caso di necessità, potevano rivolgersi a "discreti e provvidi Cappellani"; dava, infine, facoltà di accettare proprietà e redditi liberamente, "nonostante consuetudini e statuti contrari".

Si avviava, perciò, una grande opera di costituzione del patrimonio monastico, di cui sono testimonianza emblematica non solo gli antichi titoli di possesso in pergamena, ma anche le "platee" che dagli inizi del XVII secolo riordinano alfabeticamente i numerosi possedimenti e censi della comunità, formata esclusivamente da donne nobili.

Negli ultimi decenni del XIV secolo la Comunità non fu esente dal coinvolgimento nelle vicende storiche di Ravello, segnate non solo da carestie e terribili pestilenze, ma anche da continue guerre e lotte intestine, culminanti nella sanguinosa guerra di successione al regno di Napoli e combattuta tra Ladislao di Durazzo e Ludovico d'Angiò. La corsa alla corona vide famiglie e città dell'antico Ducato di Amalfi schierarsi le une contro le altre, con Ravello, filodurazzesca, che combatté una guerra fratricida con la vicina Scala, sostenitrice del d'Angiò. Le tensioni e le distruzioni durarono circa trent'anni, fino ai primi decenni del XV secolo, colpendo anche le strutture del Monastero di Santa Chiara, che, spinto dalla necessità di provvedere alla manutenzione degli edifici e al sostegno della vita claustrale, nel 1397 vendeva ad Antonio Nigro de Altavilla una terra con alberi di olive, castagne e querce situato nelle pertinenze di Ravello, nella località collinare di Forcella. Con i sussidi dei benefattori la vita monastica si avviava a nuova ripresa e, nel corso del XV secolo, come riferisce l'Autore della Cronaca di Minori Trionfante, "si vede il detto Monastero risplendere in grandezza e ricchezza copiosi".

Fino alla prima metà del Cinquecento la direzione e la guida spirituale della Comunità fu tenuta dai Frati Minori Conventuali, che a Ravello avevano sede presso il Convento di San Francesco, poco distante dalle Clarisse. Nel 1568 Papa Pio V abrogò la bolla di Benedetto XI e pose le Clarisse sotto la giurisdizione del Vescovo di Ravello. Il provvedimento era ricordato nel verbale della prima Visita Pastorale di Mons. Paolo Fusco, eseguita il 28 ottobre 1577. Il dotto e zelante Pastore, dopo aver rivolto un efficace discorso alle quaranta suore professe, perché osservassero con amore i voti della castità, dell'obbedienza e povertà, fece la visita alla chiesa ed al monastero, riportando l'elenco di tutta la sacra suppellettile dell'una e dei beni immobili e delle rendite dell'altro.

Le Visite Pastorali successive, conservate presso l'Archivio Vescovile di Ravello, oltre alla mera descrizione degli ambienti e della comunità monastica, allegano anche "regole e costituzioni", a partire dal 1604.

A seguito della terribile pestilenza del 1656, che decimò gravemente la città di Ravello, il vescovo pro tempore, Bernardino Panicola, il 25 aprile del 1665 ottenne dalla Congregazione dei Vescovi e Regolari la facoltà per il Monastero di Santa Chiara di ricevere altre 14 donne forestiere, a causa della riduzione delle famiglie Nobili ravellesi.

Contemporaneamente, grazie all'opera del Venerabile P. Domenico Girardelli da Muro Lucano, fu avviata anche la riforma spirituale della Comunità e nel 1667 fu istituito il Noviziato.

Dopo oltre mezzo secolo di crisi generale, dovuta alla fiera pestilenza, il monastero riprendeva vitalità e splendore, grazie anche all'impulso premuroso del Vescovo Mons. Giuseppe Perrimezzi, che impegnò nella direzione della comunità, sin dai primi giorni della sua venuta a Ravello, P. Bonaventura da Potenza (1710), proclamato Beato nel 1776, «per un più profondo rinnovamento ed elevazione spirituale dei due monasteri di Sacre Vergini, nobili, principal ornamento dell'augusta sua Diocesi».

Non meno zelante fu l'opera del Vescovo Mons. Nicola Guerriero (1718-1732). Di lui resta ben documentata la Visita Pastorale del 17 luglio 1719, nel corso della quale, dopo aver ricevuta l'obbedienza dalla superiora, Caterina Bonito, dalle undici monache, dalle cinque educande, dalla novizia e dalle sei converse , dà severi ordini riguardanti la disciplina e la clausura

A suggellare il rapporto tra la Città di Ravello e il monastero fu, nel maggio del 1736, quando l'Università del Popolo, l'amministrazione comunale del tempo, con la partecipazione anche del Sindaco dei Nobili, Pietro Fusco, deliberò l'elezione di santa Chiara a patrona "meno" principale e di stabilire che il 12 agosto fosse osservato come giorno di precetto, "affinché maggiormente possa santificarsi". Le motivazioni addotte dal governo cittadino per la scelta di tale patronato nascevano ovviamente dalla presenza, a Ravello, dell'antico e munifico monastero di donne nobili a Lei dedicato, «nel quale - scriveva il cancelliere dell'Università, il notaio Luise d'Amato - nel tempo presente gioisce la regolare osservanza con edificazione grandissima, non solo di essa Città, ma de' luoghi vicini e lontani».

Nell'agosto del 1739, su domanda dell'abbadessa, il Vescovo Antonio Maria Santoro approvò l'ampliamento della clausura, «includendo un territorio contiguo, il quale per essere aperto ed esposto a chiunque, viene continuamente danneggiato, nè può ricavarsene profitto alcuno».

Di conseguenza veniva avviati i lavori di ampliamento dell'intero complesso claustrale; si ingrandivano e si restauravano anche alcuni locali per renderli adeguati alle nuove esigenze dei tempi e della stessa comunità che aumentava. Anche la chiesa era restaurata interamente con le decorazioni settecentesche che tuttora si ammirano.

Fra tutti i monasteri femminili della diocesi, come quello delle Benedettine della SS. Trinità di Amalfi, non andò soggetto alle leggi eversive della Soppressione napoleonica del 29 novembre 1810, che smembrò le comunità che avevano meno di dodici religiose. Fu nominata, però, una commissione governativa, che tenne l'amministrazione, con a capo Pasquale Pisacane.

L'immobile passò con la legge del 7 luglio 1866 prima al Demanio dello Stato, poi al Fondo per il Culto, ma per lungo tempo si riuscì ad evitare la definitiva chiusura della Comunità e nel 1892 il complesso passò in proprietà del Comune di Ravello.

Dopo un lungo periodo di abbandono, di dispersione di beni e di depressione dovuta alla mancanza di vocazioni, il Monastero, prima sotto il governo dell'Arcivescovo di Amalfi Enrico De Dominicis, che nel Sinodo Diocesano dell'ottobre 1903 diede delle severe norme per la vita delle Claustrali, e poi del successore Ercolano Marini, che sostituì la "Regola" del 1682 con la Regola e le Costituzioni di S. Chiara a norma di Urbano IV e Eugenio IV.

Con vigile attenzione, nel marzo del 1920, ottenne dapprima dal Municipio di Ravello che le Monache avessero in fitto tutto il fabbricato con il giardino per lire trecento annue; poi, grazie all'autorevole ed intelligente opera di P. Giuseppe Palatucci, Guardiano del Convento di San Francesco di Ravello, coadiuvato pienamente anche dalle Autorità locali, lo riscattarono totalmente, con il vicino Convento di S. Francesco, dando in permuta l'edificio « Casa Tolla », che fu destinato a sede comunale.

Ritornato così il monastero in pieno possesso delle Clarisse, che, però, mai l'avevano abbandonato, esso ottenne il riconoscimento giuridico di Ente Morale con R.D. del 2 settembre 1932.

Dietro la saggia guida spirituale dei frati del Convento di San Francesco, la Comunità di Santa Chiara rifioriva di belle e sante vocazioni. Nel secondo decennio del 1900 si enumeravano ben trentaquattro ammissioni, sedici professioni solenni e quindici semplici e la comunità si attestava su 3540 religiose.

Dal febbraio al luglio del 1944, presso il Monastero di Santa Chiara, si recarono più volte il Re

Vittorio Emanuele III e la Regina Elena, insieme al Principe Umberto, che risiedevano presso la Villa Episcopio di Ravello e sostennero la comunità monastica nelle attività educativa e lavorativa, con la ricostituzione dell'Asilo Infantile, e favorendo la produzione di corredi e vestiario per i poveri della Città.

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