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Cronaca

“Chi l'ha visto?”: il 29 luglio puntata sul delitto di Ravello

Scritto da (Redazione), giovedì 23 luglio 2020 12:28:49

Ultimo aggiornamento giovedì 23 luglio 2020 12:28:49

Il caso dell'omicidio di Ravello nell'ultima puntata stagionale di "Chi l'ha visto?", il celebre programma televisivo di Rai Tre condotto da Federica Sciarelli, dedicato alla ricerca di persone scomparse e ai misteri insoluti. Andrà in onda mercoledì 29 luglio, dalle 21,20, su Rai 3, il servizio di Gianloreto Carbone, giornalista di punta del programma, narratore noir dalla voce inconfondibile, che nelle scorse settimane è giunto con la sua troupe a Ravello visitando il luogo in cui il 26 marzo del 2015 si consumò il delitto Attruia: la casa degli orrori sotto il santuario dei Santi Cosma e Damiano dove Patrizia, Giuseppe Lima e Vincenzina Dipino vivevano in quella condizione anomala. Tanti gli interrogativi che ancora oggi non hanno trovato una risposta. Almeno dalle aule di tribunale.

«Sorge un interrogativo al quale spero di rispondere: il sospetto che comincia a venirmi è che ci sono stati degli errori, è una storia abbastanza aggrovigliata» ci aveva detto Carbone.

A non convincere, ancora oggi, le responsabilità nell'omicidio di Enza Dipino che in prima battura si era accollata tutte le colpe per poi essere condannata a nove anni e mezzo per la «minima partecipazione» e scarcerata. La sentenza fu annullata dalla Cassazione. In appello inflitti 14 anni e 2 mesi di reclusione, con la Dipino che è nuovamente in carcere.

Per Peppe che aveva chiesto il rito abbreviato ammettendo successivamente di essere stato l'autore dell'omicidio, una pena inferiore: 13 anni e 6 mesi con la concessione delle attenuanti generiche dopo che l'uomo ha ammesso gli addebiti (aveva sempre negato la partecipazione al delitto) affermando di aver colpito la vittima ma di non volerla uccidere. I

In entrambi i casi e nei gradi di giudizio succedutisi è venuta meno l'aggravante della premeditazione.

 

Dopo aver studiato con attenzione tutte le carte processuali, il giornalista Gianloreto Carbone ha ascoltato alcuni testimoni del processo e persone a conoscenza die fatti: dai cugini di Enza Dipino, Gregorio e Giovanni Gallo che tanto si stanno battendo affinché posa essere affermata la verità e la sua congiunta riconosciuta innocente, a Nicola Amato, ex funzionario comunale, chiamato per primo da Peppe Lima, il pomeriggio del 28 marzo, per la comunicazione della morte di Patrizia e che da pubblico ufficiale ha denunciato il fatto ai Carabinieri. E poi la titolare del bar della piazzetta, Giuliana Buonocore con il direttore del Vescovado Emiliano Amato che per primo ha ricostruito il caso nei dettagli, dubitando della piena colpevolezza di Enza.

Inoltre Gianloreto Carbone ha chiesto di intervistare in carcere sia Peppe Lima che Enza Dipino. Richiesta respinta, almeno per ora.

Le ammissioni di Lima «Quella sera a stento mi reggevo in piedi e comunque sapevo che si sarebbero calmate da sole.

Ricordo che la sera della morte di Patrizia, mentre stavo seduto nella sdraio, le ho sentite urlare con più forza del solito e mi sembra di aver capito che la questione era relativa a chi avesse avuto un rapporto sessuale con me. Di solito per calmare bastava che io urlassi dalla cucina ma quella sera Enza e Patrizia si erano addirittura azzuffate e io, preso dalla rabbia, sono entrato nella stanzetta, le ho separate e poiché Enza era fisicamente molto più piccola della Attruia, ho colpito più volte quest'ultima sbattendola, credo, vicino a un muro, se non sbaglio quello dov'era posizionato il letto.

Sono assolutamente certo di non aver usato alcuna arma o alcun oggetto mi ricordo che in qualche modo Patrizia, molto forte fisicamente, ha reagito e io credo si averle dato alcuni pugni violenti all'altezza del collo o comunque in faccia vicino all'orecchio. Dico credo perché l'unica cosa che ricordo con certezza è che Patrizia nel cadere a terra mi aveva coinvolto nella caduta. Ricordo che credevo che la stessa fosse soltanto svenuta. Altro onestamente non riesco a ricordare perché poi sono tornato nella sdraio e solo più tardi, risvegliandomi, ho visto che Patrizia era nella stessa posizione in cui l'avevo lasciata».

Tante le bugie che hanno condizionato questo processo i cui fatti erano ben chiari sin dall'inizio (vedi nostri articoli dell'epoca in basso). Desta stupore la condanna a Vincenzina Dipino, rea innanzitutto di aver ospitato in casa propria Peppe Lima e Patrizia Attruia, salvandoli dal gelo e dalla miseria di quella baracca in cui vivevano, per poi attribuirsi tutte le responsabilità dell'omicidio.

La Dipino, donna minuta, introversa e morigerata, cresciuta in un'abitazione rupestre, per quarant'anni al seguito della sola anziana madre adottiva, privata di una vita sociale, in questo assurdo processo è stata persino valutata come una "pericolosa assassina, fredda e calcolatrice", che non riusciva a tenere a freno i propri istinti omicidi e che per tale motivo era pericolosa per la società.

Invece tutto l'assioma messo in piedi dall'accusa fu definitivamente smentito dall'avvocato Giani.

Noi siamo stati sempre convinti dell'innocenza di Enza che conosciamo da sempre. A condannarla soltanto la sua ingenuità e la sua debolezza.

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