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Storia e Storie

Totò De Curtis patrizio di Ravello, nel '51 Principe della risata scrisse: «All'albergo Caruso vorrei restarci tutta la vita» [FOTO]

Scritto da (redazionelda), venerdì 28 aprile 2017 12:57:41

Ultimo aggiornamento venerdì 28 aprile 2017 13:33:06

Amava definirsi "Patrizio di Ravello" Antonio De Curtis, il grande "Totò".

Il principe della risata, di cui in questi giorni ricorrono i cinquant'anni dalla morte avvenuta il 15 aprile del 1967, era un habitué della Città della Musica presso cui amava spesso rifugiarsi.

Non solo per godere della tranquillità e della bellezza del luogo, ma per rinsaldare quel legame al patriziato di Ravello della quale la famiglia De Curtis era annoverata con le trenta che componevano il sedile dei nobili della Città in età medievale. Destino comune per la maggior parte di esse, impegnate nelle floride attività mercantili (come testimoniato dal Boccaccio nel suo Decamerone) che ai primi del Trecento, con la fine della guerra del Vespro, si stabilirono tra Napoli, sede del Regno, e i porti pugliesi (Bari, Trani, Foggia,..) presso cui erano floridi i traffici con l'Oriente. I De Curtis, in prevalenza banchieri, avvocati e cancellieri, prestarono denaro persino a Carlo I d'Angiò.

Le sue brevi sortite Totò amava trascorrerle, negli anni Cinquanta, presso uno dei più prestigiosi alberghi cittadini: il Caruso. Nell'antica residenza patrizia della famiglia D'Afflitto il principe della risata non rinunciava mai alla colazione con tavolo vista mare accompagnata dal Gran Caruso rosè, vino prodotto dalla leggendaria cantina ravellese che proprio in quegli anni, poco dopo la fine delle ostilità del secondo conflitto bellico, cominciava a spopolare oltreoceano anche grazie al gradimento dei Marines americani che occuparono Ravello in seguito allo sbarco dell'8 settembre 1943.

Quel nettare d'uva, un'innovazione per l'epoca concepita dal genio di Pio Caruso, conquistò Totò tanto da non poterne fare più a meno. A rivelarlo fu sua figlia, Liliana De Curtis, in visita a Ravello l'11 agosto del 2012.

«Da bambina papà mi parlava spesso della bellezza di Ravello e di Villa Rufolo - confessò Liliana durante un tour a Villa Rufolo - e ci veniva soltanto con mia madre (Diana Bandini Lucchesini Rogliani ndr). Non ha mai portato le sue amanti qui. Una delle foto più belle di mio padre e mia madre, che custodisco gelosamente, è stata scattata proprio a Ravello».

E addirittura una delle governanti presso la residenza romana di Totò, la signora Mariantonia De Biasi (scomparsa lo scorso 27 novembre) era di Ravello.

Totò andava fiero di questa "appartenenza" alla Città della Musica, tanto che sul libro degli ospiti illustri, conservato gelosamente dall'ex proprietario Gino Caruso, al termine di una vacanza del luglio del 1951, l'anno prima dell'inizio della sua ultima relazione, quella con Franca Faldini, lasciò una dedica autografa: «All'albergo Caruso di Ravello vorrei, se potessi, restarci tutta la mia vita. Totò De Curtis, patrizio di Ravello».

Il titolo principesco delle scene

La sua ostentazione di nobiltà era soprattutto dovuta alle difficoltà vissute in tenera età. Totò, nato nel rione Sanità di Napoli il 15 novembre del 1898, all'atto di nascita, depositato presso il comune di Napoli, risulta registrato con il nome di Clemente Antonio, figlio di Clemente Anna, nubile. Figlia di una famiglia molto povera (a detta ovviamente dello stesso Totò, anche se per precisione sembra che la reale estrazione sociale Totò volesse nasconderla), la madre di Totò si innamorò di un marchesino di nome Giuseppe de Curtis, rampollo di una antica casata ormai decaduta.
Rimasta incinta, il marchese, terrorizzato dai parenti e dalle nobili tradizioni della sua famiglia, decise di scomparire. Così la giovane Anna, aiutata dalla madre, allevò con i pochi mezzi a sua disposizione, il piccolo Totò. Tira su cosi il figlio di quella relazione sognando per lui un futuro da ufficiale di Marina.
Nelle memorie non è dato sapere come Anna Clemente e sua madre si procurassero il sostentamento. C'è chi dice che lavoravano come lavandaie, chi come portinaie, chi invece avvalorano l'ipotesi che lo stesso marchese passasse un assegno mensile alle due donne.
Certo è che nei racconti giovanili di Totò non c'è traccia di suo padre. Il racconto prosegue con la morte improvvisa del padre del marchesino, che dà, a questo punto, il via libera al riavvicinamento tra i due giovani amanti. Passa ancora qualche anno prima che il marchesino de Curtis decida di sposare finalmente Anna Clemente e togliere quel bruttissimo n.n. dal certificato di nascita di Totò.
Il matrimonio, come rivelò Totò, avvenne intorno agli anni Venti e successivamente la nuova famiglia de Curtis si trasferì a Roma, dove il marchese aveva già da tempo spostato le sue attività.

Questo racconto non è però facilmente verificabile in ambito storico.

Diana Rogliani (una delle mogli di Totò), racconta che un giorno l'attore, ormai divenuto un personaggio noto del teatro italiano, decise di andare a trovare il presunto nobile padre, e gli propose di unirsi in matrimonio con la madre in cambio di un vitalizio e in cambio ovviamente dell'acquisizione del suo cognome. Il racconto di Diana è molto importante perchè venne fatto ben prima che Totò diventasse famoso e ben prima che Totò divulgasse la sua verità sulle sue origini.

In questa diversità di versioni una cosa però appare certa: Totò il padre se lo è cercato con forza e lo ha fortemente voluto proprio per darsi quel nome che gli era venuto a mancare da ragazzo. Nel corso degli anni, poi, cercò poi una sfilza di altri parenti nobili da cui farsi adottare, come il principe Gagliardi, e alla sua morte aveva collezionato una sfilza enorme di titoli nobiliari.

Ecco l'elenco dei titoli di Totò (tratto dall' "Elenco Storico della Nobiltà Italiana"): Focas Flavio Angelo, Ducas Comneno de Curtis di Bisanzio Gagliari Antonio Giuseppe di Luigi Napoli, Principe Conte Palatino, Cavaliere del Sacro Romano Impero, Nobile Altezza Reale....e, ovviamente, Totò.

Molto probabilmente Totò non era figlio di una nobile casata, ma acquistò il titolo badando al sostentamento di alcuni vecchi nobili decaduti della nobiltà napoletana.

Fu davvero principe, della scena, e nobile d'animo quando, nel finale de "'A Livella", la sue opere più celebri, narrando l'immaginaria e scomoda diatriba da "vicinato di tomba" in un cimitero di Napoli, nel giorno della Commemorazione dei Defunti, il netturbino Gennaro Esposito si rivolge al nobile marchese:

«Nu rre,'nu maggistrato,'nu grand'ommo,
trasenno stu canciello ha fatt'o punto
c'ha perzo tutto,'a vita e pure 'o nomme:
tu nu t'hè fatto ancora chistu cunto?

Perciò, stamme a ssenti...nun fa''o restivo,
suppuorteme vicino-che te 'mporta?
Sti ppagliacciate 'e ffanno sulo 'e vive:
nuje simmo serie...appartenimmo à morte!»

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