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Storia e Storie

Testimonianze d’Archivio sulla porta di Ravello

Scritto da (Redazione), mercoledì 20 marzo 2013 15:25:30

Ultimo aggiornamento mercoledì 20 marzo 2013 15:25:30

di Luigi Buonocore* - L'Archivio Vescovile di Ravello, il cui riordino, fortemente voluto dal parroco del Duomo Mons. Giuseppe Imperato, è stato curato dal dott. Crescenzo Paolo Di Martino, consente di attingere preziose informazioni per la conoscenza della storia cittadina. Si tratta, infatti, di un triplice archivio (diocesano, capitolare e parrocchiale) dal quale la ricerca storico-artistica non può prescindere, anche sull'esempio dello storico Don Giuseppe Imperato senior, ben consapevole, sulla scia di una nobile tradizione di ricerca, che una chiesa come una città dimentica della sua storia fosse destinata alla morte.

Il fondo pergamenaceo fornisce interessanti notizie sulla famiglia Muscettola, il cui nome sembrerebbe deriverare dai muschetti, uccelli presenti tra l'altro in maniera speculare nella parte superiore dello stemma. La stirpe apparteneva alla nuova aristocrazia mercantile della Civitas Ravellensis che, quasi in opposizione alla vecchia nobiltà atranese-amalfitana, consolidava gradualmente la propria posizione sociale e politica.

Il primo esponente della nobile prosapia citato nei documenti è Mauro Muscettola, proprietario nel 1013 di terreni e di un fabbricato nel castello di Sopramonte, una sorta di villaggio fortificato con chiese, terreni e case coloniche, presente alla base dello sperone roccioso del Cimbrone nella località oggi denominata Civita.

Sergio Muscettola, donatore del prezioso capolavoro, viene nominato invece nel 1164 come testis in un contratto di vendita e nel 1175 come giudice in una controversia per i confini tra proprietari in località Aqua Sambucana. In un momento di forte espansione, che portava le nobili famiglie a ramificarsi e ad stabilire relazioni matrimoniali con le altre casate, gli esponenti avvertirono spesso la necessità di aggiungere ai propri cognomi dei soprannomi, attinti a piene mani dal repertorio di matronimici, patronimici e toponomastici, per specificare la propria origine anche al fine di evitare omonimie. Così nell'iscrizione dedicatoria delle valve bronzee Sergio dichiara di appartenere al ramo dei Muscettola de Jordani, distinto dagli altri rami (Gizzo, de Barnaldo, de la Rocca). In essa vengono ricordati anche la moglie, Sigilgaida Pironti, i figli Mauro e Giovanni, proprietari di quattro botteghe nella piazza di Sant'Adiutore, la piazza principale della Città (l'odierna piazza Fontana) in seguito vendute alla Congregazione del Clero, e la figlia Anna.

L'hospitium del casato si ergeva nel rione Toro: si trattava di un fabbricato che nel 1369 sarebbe stato venduto dalla vedova di Luca Muscettola a Giacomo Acconciagioco per poi passare in dote ad Aniello Confalone nel 1389 e, infatti, oggi conosciuto come Palazzo Confalone.

E qui non mi dilungherò sui vari esponenti della famiglia che si distinsero non solo in patria ma anche in Calabria e in Puglia. Mi preme evidenziare che tra la metà del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento iniziarono a profilarsi nuovi assi genealogici e nuove dislocazioni territoriali di residenza rispetto ai nuclei originari. Emerse un ramo napoletano dal quale sarebbe discesa la branca dei futuri principi di Leporano, che all'occorrenza non faranno mancare il proprio contributo alla chiesa d'origine.

Di certo la porta bronzea continuò a costituire un riferimento, quasi un totem anche per le successive generazioni dei Muscettola: nella cappella di famiglia, presente al Gesù Nuovo di Napoli, la lapide di Sergio Muscettola (1583 - 1646), primo principe di Leporano dal 1624, «fa memoria della munificenza degli antenati / che nel Duomo di Ravello / una volta repubblica (città stato) / oltre cinquecento anni (addietro) / edificarono le porte di bronzo».

 

I registri delle Sacre Visite e le Conclusioni Capitolari, unitamente a perizie, note di spesa, platee e ad una variegata raccolta documentaria forniscono precise indicazioni, altrimenti difficilmente reperibili, sullo stato della chiesa cattedrale.

Nel 1577, a sinistra della porta maggiore, era presente una cappella di patronato dei Muscettola dedicata alla SS. Trinità. Essa era ornata con l'immagine di Gesù tra i santi Pietro e Paolo. Nei pressi della porta erano presenti alcune sculture in stucco, annotate anche nel 1617 quando il vescovo Michele Bonsio ingiunse a Sergio Muscettola, «assertum patronum», di provvedere al restauro dell'altare e di demolire le statue «ex cemento», che per lo stato in cui versavano inducevano al riso più che alla devozione.

Nel 1643 Bernardino Panicola dopo aver descritto il vestibolo della cattedrale, che insisteva su quattro colonne di marmo africano, si soffermò sulla porta centrale, «ricoperta da 80 tra grandi e piccole formelle con rose e con varie immagini scolpite in modo mirabile con l'iscrizione dedicatoria».

Una vera e propria ricognizione della porta risale invece al settembre del 1651, come testimonia un atto del notaio Marco Livio Battimelli, quando Don Orazio Sasso, il Rev. Domenico d'Afflitto, insieme al notaio e ad altri testimoni si recarono nella Chiesa Cattedrale per valutare lo stato della porta maggiore, «consistente in due mezze porte dell'altezza di sedici palmi e della larghezza di undici palmi, "sitam et positam", posta nel mezzo di altre due porte di legno su cui si potevano osservare diverse iscrizioni scolpite e quella dedicatoria».

Sul pavimento, in corrispondenza della porta maggiore, era presente una sepoltura appartenente alla famiglia Muscettola sormontata da una lapide marmorea che riportava l'iscrizione «Hic jacet Sergio Muscettola peccator».

La presenza in cattedrale di lapidi che risalivano all'epoca dei primi vescovi della diocesi, come Giovanni Rufolo e Pantaleone Pironti, lascia supporre che si potesse trattare proprio del "Dominus et Donator" Sergio Muscettola.

Il breve excursus ci conduce adesso al Settecento, il secolo in cui la Chiesa Cattedrale venne interessata da una serie di interventi destinati a trasformare radicalmente la configurazione spaziale del sacro tempio e dei suoi arredi. Lavori di consolidamento erano stati effettuati nel 1693 e nel 1704, questi ultimi erano stati realizzati grazie alla vendita di una grande quantità di legna che aveva consentito il rifacimento del tetto e la riparazione dell'atrio.

Alla metà del secolo il sacro edificio si presentava in uno stato miserevole.

Nessuno avrebbe potuto finanziare i necessari lavori: non certo il vescovo, per la povertà della mensa dal reddito di circa 100 ducati, non il capitolo, le cui distribuzioni annue erano di tre ducati a testa, e nemmeno la Città, piena di debiti. Ragione che indusse mons. Biagio Chiarelli a vendere due preziose colonne in verde antico a Carlo di Borbone, che elargì dapprima la somma di 450 ducati e poi altri 1209 ducati concessi sulla stima dei periti.

Nel 1742 Biagio Chiarelli descriveva il magnifico portale in cui poteva ammirare «miro labore et artificio» le immagini di Gesù, della Vergine, degli apostoli e degli altri santi riportando per intero l'iscrizione.

Nel 1756 un furto rese necessario l'intervento sul portale maggiore. «La porta era stata sfregiata da malviventi che avevano rubato 10 rosoni e dodici fasce». Il vescovo Chiarelli, nell'impossibilità di provvedere alle spese, si rivolse pertanto Nicola Sergio Muscettola, principe di Leporano, per la riparazione della porta grande fatta costruire dai suoi antenati. Il prelato faceva presente che i pezzi sottratti sarebbero stati rifatti per togliere lo sfregio e conservare così il monumento. Nicola Sergio Muscettola era uomo molto legato alle istituzioni religiose e avvezzo alle pratiche devozionali. In quegli anni aveva donato un nuovo organo alla chiesa parrocchiale di Leporano ed acquistato a Roma di numerose reliquie da esporre nella nuova chiesa della cittadina pugliese. Il principe concesse al Procuratore del Reverendo Capitolo della Cattedrale la facoltà di esigere la somma di 150 ducati dai censi a lui dovuti da alcuni signori di Ravello. Così la porta fu accomodata «e la spesa esatta dai tavolieri di castagno comportò la spesa di 94 ducati».

Il munifico gesto viene confermato anche da una nota successiva in cui l'arciprete della cattedrale riferiva che «la porta maggiore, magnificamente di bronzo d'alto rilievo, era stata realizzata dal fu Sergio Muscettola, da sempre reputato ascendente dell'eccellentissima famiglia Muscettola del principe di Leporano, il quale per mantenere le glorie dei suoi antenati fece riparare la porta suddetta che per la caducità del tempo trovavasi logorata e di alcuni pezzi mancante».

Il 21 dicembre 1757 il canonico Don Antonio Conte riferiva alle dignità e ai canonici della cattedrale, riuniti more solito in sacrestia al suono della campanella, che Paolo Manso aveva richiesto la cautela, e cioè, una certificazione, per la somma di 55 ducati, provenienti dai censi del principe di Leporano, versati per la «riattazione» della porta maggiore di detta cattedrale, come risultava anche nel libro della spesa di Fabbrica della Chiesa Cattedrale.

Nel 1775 venne poi realizzata la nuova porta (antiporta) posta a protezione delle valve bronzee, pagata 44 ducati dal Procuratore del Capitolo Don Alessio Mansi.

Un ulteriore intervento riferibile al secolo XIX trova un preciso riferimento nelle ricerche del canonico Luigi Mansi il quale se nel 1893 lamentava l'assenza di 17 fasce e di 13 rosoni nel 1898 riferiva che questi elementi erano stati apposti, confidando inoltre di aver trovato in un ripostiglio due rosette originali.

Questo piccolo tassello di ricerca che avremo modo di ampliare nei prossimi mesi rientra nel programma di valorizzazione della cultura sul territorio promossa dall'Associazione per le Attività Culturali del Duomo di Ravello e dal Museo del Duomo ai fini di una più ampia diffusione e conoscenza di un patrimonio straordinario che Ravello offre al mondo intero.

* Storico dell'arte, direttore del Museo dell'Opera del Duomo di Ravello

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