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Storia e Storie

Si riaccende la magia dei fuochi di Torello, tra innovazione e tradizione/Video

Scritto da Luigi Buonocore (emiliano), giovedì 17 settembre 2009 08:38:34

Ultimo aggiornamento venerdì 6 agosto 2010 16:45:27

Lo spettacolo pirotecnico di Torello, offerto nella terza domenica di settembre a chiusura dei festeggiamenti in onore della Madonna Addolorata, si inserisce nel solco dei tradizionali "incendi", scenografie di fuoco probabilmente eseguite per la prima volta a Napoli nel corso del XVII secolo.

Nella capitale partenopea, infatti, fino al 1647, durante la festa della Madonna del Carmine, Piazza Mercato era animata da una lotta tra fazioni popolari (lazzari e alarbi) culminante nell’incendio di una torre in legno. In questo modo la città commemorava la battaglia della Goletta, nel corso della quale i cristiani avevano incendiato un castelletto presidiato dai turchi per liberare Piazza Mercato dalla presenza degli infedeli. Sconfitto Masaniello, le autorità abolirono il rituale dello scontro e della torre incendiata, temendo che ciò potesse eccitare alla violenza e alla ribellione.

La cerimonia del fuoco si salvò trasferendosi allora sotto la materna protezione della Chiesa e diventando "Incendio del Campanile". Non bisogna, però, dimenticare che Napoli, pioniera nelle arti pirotecniche, introdusse in occasione della festa di Piedigrotta del 1657 un altro elemento di novità: il fuoco a mare. In quella occasione, per volere del vicerè Garcia de Avellaneda, al largo del golfo si svolsero una gara pirotecnica, vinta dall’artificiere Giuseppe Dell’Orca di Torre del Greco, e la simulazione di una battaglia navale conclusa con l’incendio di Castel dell’Ovo.

Lo spettacolo di Torello si inserisce, pertanto, nel solco di questa tradizione pirotecnico-scenografica che ha teso ad integrare pirotecnica e paesaggio, creando scenari di fuoco fortemente suggestivi. La festa, di cui si hanno notizie almeno dal 1887, secondo quanto leggiamo nella "Ravello Sacra-Monumentale" del canonico don Luigi Mansi, iniziava con il settenario e viveva il momento più significativo durante la processione della sera che richiamava i fedeli anche dai paesi vicini.

Le origini dell’inimitabile spettacolo vanno, invece, ricercate nel secondo dopoguerra quando il prof. Mario Palumbo, mosso dalla grande passione per le arti pirotecniche, allestì con pochi bengala, regalati da un "fuochista" della vicina Pogerola, una fiaccolata per salutare il passaggio della "Mater Dolorosa". Novità che subito accese d'interesse il piccolo borgo, abituato fino a quel momento a celebrare la festa mariana con congegni perlopiù acustici, a base di sola polvere da sparo e, pertanto, privi di un elemento così importante quale è il colore.

La povera coreografia, affidata a quei semplici cartocci di composizione pirica, fissati alla meglio sui "lastrici battuti", si arricchì con il tempo di numerosi effetti sia fissi che aerei: "girandole", "striscioni", "fontane" e "candele romane", crearono così un nuova tipologia scenografica in grado di illuminare con fiotti colorati l’intero borgo medievale, distinto dalle tradizionali case con volte estradossate tra pergolati di vite e di limone. A distanza di mezzo secolo, ovviamente, le innovazioni tecnologiche ed artistiche hanno consentito di offrire ad un pubblico, sempre più numeroso, con differenti modalità di accensione, non solo i numeri pirotecnici della tradizione italiana e vesuviana, nello specifico, ma anche i meravigliosi "fiori di fuoco" del lontano oriente, segno di un' identità stilistica ed espressiva.

Le giapponesi originali di Marutamaya, le palme, le sfere e i numeri pirici di Ricardo Caballer da Valencia, le candele romane dell’industria pirotecnica "Panzera" di Torino, vanto della tradizione pirotecnica mondiale, ne sono un esempio. Oggi gli artifici avvolgono il campanile, la chiesa, le case e i giardini, si rincorrono e, a tratti, sembrano addirittura danzare in un curioso balletto evanescente fatto di luci e colori. Piogge di alluminio e di magnesio illuminano il cielo di una notte di fine estate mentre i "lumi" rossi avvolgono l’intero borgo in un "incendio" che ha il sapore acre della polvere da sparo.

Uno spettacolo, quindi, unico nel suo genere, curato nei minimi particolari dai membri del comitato feste, sotto la sapiente ed entusiasta direzione del prof. Mario Palumbo, che ha ormai portato la manifestazione ad altissimi livelli di qualità tecnica, con la consulenza di valenti maestri partenopei. Le incantevoli coreografie ottengono sempre l’unanime consenso del pubblico e degli esperti per la bellezza degli artifici, la cura dei colori e la ritmicità dei colpi che fanno dei fuochi dolci melodie.

I numerosi "quadri" si susseguono in un ritmo incalzante fino alla chiusura quando "stucchi", "intrecci" e "cacciate" si innalzano fino al parossismo, in un crescendo di sorpresa, emozione e stupore. Da quanto scritto emerge una Torello che si delinea sempre più "terra del fuoco", definizione capace di richiamare celebri piazze della pirotecnica italiana come Recco (GE), San Severo (FG), Aci Bonaccorsi (CT), per citarne alcune.

"Un'immagine pirotecnica suscita emozione attraverso colori e forme ma, come la felicità, dura soltanto un istante", ricordava il compianto comm. Francesco Pagano, titolare dell'industria pirotecnica "Ipon" di Ottaviano. A noi non resta che ringraziare il Comitato Festa e quanti con sacrificio, passione e professionalità portano avanti questa tradizione straordinaria, capace di riproporre, in uno scenario fortemente suggestivo, l’infinita fantasia e l’estro creativo degli antichi maestri del fuoco, origine della vita.

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