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Storia e Storie

Santa Maria delle Grazie a Paradiso: un culto mariano tra Ravello e Minori

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), mercoledì 16 gennaio 2013 21:34:52

Ultimo aggiornamento giovedì 17 gennaio 2013 13:06:39

di Salvatore Amato - Nel 2011, in occasione della cerimonia di restituzione delle opere d'arte trafugate dalla cappella di Santa Maria delle Grazie a Paradiso, ripercorsi le vicende di quel familiare luogo di culto, per cui mi pare cosa buona e giusta renderne noto il testo anche al numeroso pubblico di questa testata. La fondazione della Cappella si deve alla famiglia Marciano, in particolare a Pietro, un ravellese vissuto nel Cinquecento e sposato in seconde nozze con la minorese Faustina Di Lieto. Abitava in una località situata tra San Giovanni alla Costa e il Traglio, che proprio per la presenza della famiglia verrà chiamata in seguito Casa Marciano. Lì gestiva un frantoio e un forno in società con il nipote Marcello e con i fratelli Cosma e Vincenzo Manso.

Dall'unione con Faustina Di Lieto, Pietro ebbe Cosma, Giovan Andrea, Giovan Antonio, Agostino,Vincenzo, Giulia, Beatrice e Sabatella. Morì tra il 1577 e il 1580 e venne sepolto in Cattedrale, nella Cappella del SS. Nome di Gesù, sede dell'Arciconfraternita omonima (Pinacoteca del Duomo), al quale evidentemente Pietro e i suoi familiari erano associati. Nel suo testamento, redatto dal notaio ravellese Cesare Battimelli il 21 maggio 1576, dispose che i suoi eredi avrebbero dovuto edificare una cappella nella vigna di sua proprietà, situata nel luogo Paradiso, lungo la strada che da Torello conduce a Minori, e all'interno collocarvi un'icona della Madonna delle Grazie. Coloro che l'avrebbero amministrata nei secoli successivi dovevano impegnare, il 13 luglio, in occasione del ricordo del ritrovamento delle reliquie di Santa Trofimena, un barile di vino per ristorare i viandanti che si recavano a Minori ed erano obbligati a passare sotto l'atrio della cappella.

In realtà, Pietro Marciano aveva in mente la realizzazione della Cappella sin dal 1572, anno in cui divise le sue proprietà tra i figli. L'atto di divisione, redatto anch'esso dal notaio Cesare Battimelli, disponeva che la grossa vigna, con alberi da frutto e case di Paradiso, doveva essere divisa tra i 5 figli maschi, i quali comunemente avrebbero dovuto contribuire alla realizzazione dell'edificio di culto entro due anni. L'offerta del vino ai viandanti, in occasione delle feste patronali, era praticata contemporaneamente in un altro luogo di culto ravellese, edificato da Natale Manso nella località Bivaro, lungo la via che da San Cosma conduce a Castiglione. In quella cappella, nel giorno della festa di Sant'Andrea, veniva distribuito il vino a coloro che transitavano per quella strada.

Tornando ora a Santa Maria delle Grazie a Paradiso, non sappiamo se il termine di due anni, imposto per la realizzazione della Cappella, sia stato rispettato. Sicuramente no e i lavori dovettero terminare solo agli inizi del Seicento, come testimoniano, ancora una volta, alcuni documenti notarili. Il 17 settembre 1617 Vincenzo Marciano, ultimo figlio vivente di Pietro, ormai cieco, vendeva quattri parti della grossa proprietà di Paradiso a Giovanni Carlo Manso, marito della nipote Olimpia. Nell'atto di vendita lo stesso Vincenzo conservò 2 metri di lunghezza verso oriente e 1,5 metri verso meridione per ingrandire la Cappella, dotata anche di un piccolo campanile con una sola campana. I Marciano si erano preoccupati molto della cura materiale dell'edificio, ma poco di quella spirituale e degli aspetti canonici, mancando del rettore e di una rendita. Tale situazione, notata dal vescovo ravellese Michele Bonsi il 24 settembre 1621, minacciava seriamente l'esistenza stessa del luogo di culto.

Il presule di origine romane, già penitenziere lateranense, minacciando la scomunica per i governatori laici del luogo, ordinò di rendere conto in 15 giorni delle rendite e dei titoli. Requisì le chiavi e aggiunse la cappella alla Mensa Episcopale, ossia all'insieme delle rendite costituenti il patrimonio del vescovo. Per non perdere il diritto di patronato, gli amministratori pro tempore, Marino e Orazio Marciano, il cognato Sicuranzo Battimelli e suo fratello Minico decisero di nominare un cappellano, per cui si presentarono dal notaio Francesco Antonio Battimelli per richiedere la scrittura dell'atto di dotazione. La cappella veniva dotata di quaranta carlini annui sulle proprietà dei convenuti, per un capitale di cinquanta ducati oltre ad altri sei che provenivano dal testamento di Vincenzo Marciano, con l'onere della celebrazione di una messa la settimana. I richiedenti provvidero all'acquisto di tutte le suppellettili necessarie alle celebrazioni e al culto e richiedevano all'Ordinario il ius sepeliendi, la facoltà cioè di poter essere seppelliti nella piccola chiesa. Circa le modalità di nomina del cappellano, gli amministratori pro-tempore erano tenuti a sceglierlo tra gli appartenenti alle famiglie Marciano o Battimelli.

Il Vescovo Bonsi, accogliendo con favore le richieste dei patroni della Cappella, con bolla del 29 ottobre 1621, immise il chierico Andrea Battimelli, nipote del già ricordato Sicuranzo, nel possesso del Beneficio di Santa Maria della Grazie a Paradiso, con l'obbligo di celebrare una messa alla settimana, quale ultima volontà di Vincenzo Marciano. Andrea Battimelli risultava ancora rettore nel 1636, quando la chiesa era visitata dal vescovo Onofrio del Verme, che vi trovò l'altare ben ornato. Dopo la morte di Andrea, venne designato Carlo Battimelli, come si apprende dal verbale della Visita Pastorale del 1643, effettuata dal vescovo Panicola.

Ma in quell'occasione sorsero nuovi problemi poiché Carlo, invece di proseguire la carriera ecclesiastica, si era dedicato all'attività di speziale a Napoli, a disdoro e offesa del costume clericale. Mons. Panicola, onde evitare una nuova chiusura della cappella, privò Carlo del beneficio e ordinò ai patroni di presentare entro dieci giorni un nuovo rettore. Quella del 1643 è anche la prima Visita Pastorale che fa menzione di un dipinto con l'immagine della Beata Vergine Maria e altri santi, che l'estensore del verbale non riuscì ad identificare.

In quello stesso verbale il Vescovo Panicola, in esecuzione del mandato di privazione del beneficio, ordinò di consegnare la chiave della cappella a Don Valerio Mosca, divenuto in quegli anni parroco di San Michele Arcangelo di Torello, insieme alle suppellettili, previa redazione dell'inventario con le offerte pervenute. A quei tempi l'unico onere era la celebrazione di una messa settimanale, mentre le entrate erano costituite da dieci ducati provenienti dalla vigna sottostante. Verso la metà del Seicento, poiché la linea maschile dei Marciano e dei Battimelli non annoverava più sacerdoti in famiglia, la Cappella di Santa Maria delle Grazie a Paradiso divenne proprietà di quel ramo della famiglia Manso imparentata con la linea femminile dei Marciano. Ci riferiamo a Don Carlo e Francesco Manso, figli di Paolo e di Vittoria de Fenitia, e nipoti di Olimpia Marciano.

Impegnato nell'incarico di Vicario Generale per la Diocesi di Ravello, Don Carlo decise di presentare come cappellano di Santa Maria delle Grazie a Paradiso Michele Manso, che tuttavia rinunciò nel 1702, perché incardinato sacerdote nell'Arcidiocesi di Napoli. Mons. Luigi Capuano, vescovo di Ravello in quegli anni, decise di affidare la Cappella ad Andrea Manso, che ritroviamo il 16 settembre 1710, quando il vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi vi si recò per la Visita Pastorale. Su questa visita occorre fermarsi, perché ci permette di capire quanta devozione suscitasse a quei tempi l'immagine della Madonna delle Grazie. Nel verbale è definita «perpulchra», bellissima, e «valde miraculosa», grandemente miracolosa, al punto che il vescovo Perrimezzi s'inginocchiò devotamente, «devote genuflexus», e iniziò a cantare le litanie alla Madonna. Ordinò poi di apporre un telo davanti all' immagine sacra per la maggiore conservazione del dipinto e di intonacare le pareti della cappella.

Gli anni che ci portano fino alla metà del Settecento, furono un periodo di notevole importanza per la chiesa di Santa Maria delle Grazie a Paradiso, che conobbe un altro grande devoto nella persona di Don Lorenzo Risi, uno dei più importanti sacerdoti della Diocesi di Ravello nel XVIII secolo. Il Risi ebbe modo di conoscere la Cappella durante il periodo in cui fu parroco della Chiesa di San Michele Arcangelo di Torello, dal 1726 al 1753. Colpito anch'egli dalla miracolosa immagine della Madonna delle Grazie, ingrandì l'intero edificio, costruì l'atrio, fece realizzare le immagini di San Pantaleone e San Lorenzo da affiancare al dipinto della Madonna delle Grazie e costruì altri due altari: uno dedicato al SS. Crocifisso effigiato in rilievo, con ai lati Santa Barbara e Santa Lucia, custodite dal 2001 nel Duomo di Ravello; l'altro fondato nel 1739 e dedicato a Maria SS. Addolorata, poi trasferito nel 1772 nella chiesa di San Michele di Torello, segnando l'inizio di quel culto che ancora oggi è radicato nell'antico casale medievale. Il Risi, oltre ad eseguire tutti questi lavori, acquistò nel 1740 anche una grossa vigna di proprietà della chiesa, abbandonata da diversi anni, impegnandosi a farla fruttare.

L'acquisto venne perfezionato davanti al notaio ravellese Luigi D'Amato con il nuovo cappellano Giuseppe Manso, figlio di Francesco e nipote del Vicario Generale della Diocesi, Carlo Manso. Egli era stato immesso nel possesso della Cappella con bolla del Vescovo Nicola Guerriero del 17 giugno 1723. Ma anche Don Giuseppe, dopo alcuni anni, si trasferì a Napoli insieme alla sorella Candida. Così, per non lasciare la Cappella senza rettore, suggerì al Vescovo Chiarelli la nomina di Alessio Manso quale nuovo beneficiario. Don Alessio era figlio di Pantaleone e Maddalena Di Lieto, entrambi di Torello. Questa famiglia diede alla Chiesa ben tre sacerdoti e una suora. Alla morte di Don Alessio, avvenuta nel 1793, il possesso della Cappella passò al fratello Francesco, Arciprete della Cattedrale di Ravello.

Agli inizi dell'Ottocento, l'altare del Crocifisso, costruito dal Risi, venne demolito e le tele con le immagini di Santa Barbara e Santa Lucia affiancate a quella della Madonna delle Grazie. Ne dà testimonianza lo stesso Don Raffaele Mansi, figlio di Ambrogio, e nuovo beneficiario dopo la morte dello zio Don Francesco, nell'inventario redatto il 4 agosto 1811, per ordine dell'Intendente di Principato Citra. L'ultimo cappellano di Santa Maria delle Grazie a Paradiso fu Don Luigi Mansi, come appare dalla relazione sulla Visita Pastorale del 1874 dell'Arcivescovo di Amalfi Francesco Majorsini.

È molto probabile che anche nel corso dell'Ottocento, così come era avvenuto nel secolo precedente, nonostante la nomina di un cappellano per l'amministrazione delle rendite, la cura spirituale della chiesa era tenuta dai Parroci pro-tempore di San Michele Arcangelo di Torello. Lo testimonia, fra gli altri, una relazione del 1880 del parroco Luigi Conte, che ricordava come nella Cappella di Santa Maria delle Grazie a Paradiso si celebrassero, a sua cura, il mese di maggio e la novena della Madonna delle Grazie. Pochi anni dopo, nel 1885, lo stesso don Luigi, con le offerte che i fedeli lasciavano in una cassettina posta all'ingresso, fece realizzare l'altare in marmo tuttora esistente. Per rinuncia dello stesso Canonico Teologo Luigi Mansi, ultimo rettore, la Cappella di Santa Maria delle Grazie a Paradiso anche amministrativamente passò alla Parrocchia di San Michele Arcangelo di Torello.

Tuttavia, l'usura del tempo, accompagnata ad uno stato di inesorabile abbandono, resero sempre più precarie le condizioni della Cappella, per cui, una decina di anni fa, per interessamento del Comitato festeggiamenti vennero effettuati alcuni interventi di restauro all'interno, tra cui lo scoprimento dell'originaria volta a botte, nascosta dal soffitto ligneo. Ma l'ultimo ed ignobile colpo sferrato alla devota chiesetta fu il trafugamento della miracolosa immagine della Vergine, venerata da quattro secoli da ravellesi e viandanti, avvenuto nell'ottobre del 2001, e prontamente denunciato dal Prof. Mario Palumbo di cara memoria.

Il 15 settembre 2011, memoria liturgica della Beata Vergine Maria Addolorata, grazie al Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dell'arma dei Carabinieri, le opere sottratte sono ritornate a casa, con l'obbligo di conservarle gelosamente, perché, scriveva Luigi Mansi, padre della storiografia ravellese, "coloro che verranno, edotti dalla storia e dalla esperienza, vogliano camminare la via della giustizia e dell'onestà, insieme ad una viva devozione alla SS. Vergine Maria, giacché quando i nostri antenati furono caldi devoti di Maria, come attestano il monumentale pulpito, la porta di bronzo e cento chiese a lei dedicate, allora mostrarono la loro parte migliore".

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