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Storia e Storie

San Pantaleone, una straordinaria storia di fede

Scritto da Emiliano Amato (redazione), martedì 27 luglio 2010 07:24:20

Ultimo aggiornamento martedì 27 luglio 2010 07:24:20

Pantaleone nacque all’epoca delle persecuzioni dei cristiani, a Nicomedia nel 283, in Turchia (attuale Uzmut, sul mare di Marmara), allora capitale della provincia romana di Bitinia e città ricca di attività culturali e scientifiche, in particolare molte prestigiose scuole di medicina: il padre era un nobile benestante, la madre era una fervente cristiana, per cui Pantaleone apprese i fondamenti della dottrina fin da piccolo. Morta la madre quando era ancora giovanissimo, egli si dedicò con tutto se stesso agli studi e riuscì molto bene proprio nell’arte della medicina.

Per questo, l’imperatore Massimiano, che aveva scelto di risiedere a Nicomedia, dispose che Pantaleone diventasse medico di corte, addirittura prima di aver completato gli studi. Fu qui che Pantaleone conobbe il sacerdote cristiano Ermelao, che praticava la fede di nascosto dall’imperatore. Questo fu un incontro chiave nella vita del Santo, perché fu Ermelao ad insegnargli che solo la fede in Cristo può guarire da ogni male e che nessuna malattia si può dire davvero curata nel corpo, finchè non guarisce anche nello spirito. Un giorno Pantaleone vide un fanciullo morto, con accanto la vipera che lo aveva appena morso. Allora pensò: "Ora vedremo se è vero quello che il vecchio Ermelao m’insegna".

Si accostò al fanciullo e gli disse di alzarsi nel nome di Gesù. Sull’istante il fanciullo rinvenne e la vipera morì. Pantaleone, visto il miracolo, si recò da Ermelao chiedendogli il Battesimo. Il buon sacerdote lo tenne con sé per sette giorni, iniziandolo a tutti i misteri della fede. Avvenne poi che un cieco si recò da Pantaleone chiedendogli di essere guarito. Egli impose le mani sugli occhi del cieco e , sempre invocando il nome di Gesù, gli fece recuperare immediatamente la vista. Allora anche il padre di Pantaleone, presente al miracolo, chiese di essere battezzato.

La fama del Santo medico crebbe a dismisura e molto in fretta, suscitando clamore tra il popolo e molta invidia tra gli altri dottori, che denunciarono l’accaduto all’imperatore, dicendo che Pantaleone era diventato cristiano. Massimiano fece prima catturare suo padre e il cieco guarito e poco dopo anche Ermelao, e tagliò loro la testa. Infine fu arrestato Pantaleone e fu rinchiuso in prigione, dove iniziò l’infinita serie di tormenti che gli furono inflitti, ma che non servirono né a scalfire il suo corpo, tantomeno la sua fede.

Fu fatto spogliare nella piazza, legato ad un legno e lacerato con unghie di ferro; gli furono squarciate le carni e bruciate col fuoco; fu immerso nel piombo bollente, annegato in mare, legato ad una ruota e fatto rotolare da una montagna, dato in pasto ai leoni e infine arpionato da uncini avvelenati. Ma niente. In tutti quei tormenti bastava che Pantaleone chiedesse aiuto a Gesù, che subito appariva Ermelao e lo liberava dalla tortura, dicendogli: "quando Dio ti è vicino, non devi temere nulla". Così, più l’imperatore Massimiano dava spettacolo di atrocità, per scoraggiare i cristiani, più migliaia di persone si convertivano ogni volta, alla vista di leoni che diventavano mansueti, piombo che si freddava, punte e corde che si spezzavano, lame che non tagliavano e altri prodigi.

Alla fine, il giovane e coraggioso medico fu legato ad un ulivo per essere decapitato e morì nel 305. Ma Dio volle che ci fosse un ultimo grande miracolo, che ancora si rinnova ai giorni nostri. L'ascia del carnefice, usata per la decapitazione, divenne molle come se fosse di cera e dal suo corpo esanime sgorgò latte misto a sangue. L’albero di ulivo, cui il Santo, rinverdì all’istante e si coprì di frutti, mentre i fedeli presenti raccolsero il sangue del Santo e lo riposero in un’ampolla.

Ancora oggi San Pantalone è venerato nella Chiesa Orientale ed è stato annoverato fra i quattordici santi ausiliatori (invocati dal popolo cristiano nei momenti difficili).

La mancanza di documenti, però, non ci consente di stabilire con esattezza come la reliquia sia pervenuta nella nostra Città. Ma la leggenda vuole che l’ampolla contenete il Sangue di San Pantaleone arrivò a Ravello tra l’ XI ed il XIII secolo, quando i Ravellesi, con Amalfitani e Scalesi, intrattenevano relazioni commerciali straordinariamente intense con l’Oriente e particolarmente con Costantinopoli, capitale dell’Impero e, con Antiochia, capitale della Siria.

Questi ricchi signori – principi, che il Boccaccia chiama "uomini ricchi e procaccianti in atto di mercanzia", secondo la testimonianza di Guglielmo di Puglia, che scriveva tra il 1090 e il 1111, erano conosciuti in tutto il mondo, "come gente che percorre moltissimi mari… che arreca altrove ciò che è degno di acquisto e ne riporta quanto comprato". La gente di Ravello ad una abilità commerciale univa una grande religiosità cristiana, che espresse nella erezione di Chiese e Monasteri in patria e in terre lontane, arricchendoli di opere di arte e di sacre Reliquie.

Era allora l’epoca delle grandi Basiliche e della raccolta di insigni Reliquie. La Regina dell’Adriatico, Venezia, con le ricchezze provenienti dall’Oriente, innalzava la Basilica di S. Marco, mentre i suoi mercanti nell’828 l’arricchivano delle sacre spoglie dell’Evangelista S. Marco, trasportate da Alessandria di Egitto. Nel maggio del 1087 i marinai Baresi con alcuni Ravellesi trafugarono il corpo di San Nicola da Mira e lo portarono a Bari, dove fu eretta la stupenda Cattedrale, vero gioiello dell’arte romanica. Non altrimenti Amalfi dal Cardinale Pietro Captano, l’8 maggio 1208, riceveva solennemente il prezioso corpo dell’Apostolo S. Andrea da Costantinopoli.

I Ravellesi non vollero essere da meno. L’amore alla loro patria e la fede alla loro Chiesa Cattolica li spinse ad avere la preziosa Reliquia del Sangue di uno dei più gloriosi e popolari Martiri Orientali: S. Pantaleone. Come siano venuti in possesso di tale Reliquia sono da fare solo delle supposizioni più o meno attendibili: o con scambi di doni, o furtivamente o a seguito di saccheggio, dopo qualche guerriglia, che in quel tempo non erano per niente rare. Non si può qui non riferire anche la tradizione popolare, anche se abbastanza leggendaria. Si tramanda che una pia donna di Nicomedia, raccolto il sangue del martire, l’abbia conservato gelosamente in casa sua. Dei mercanti della Repubblica amalfitana, venuti a conoscenza della esistenza di esso, si adoperavano in ogni modo per averlo; e vi riuscirono.

Di ritorno in patria, l’imbarcazione battente la gloriosa bandiera dalla croce ottagona, fu sorpresa da una forte tempesta, che la obbligò a trovare riparo nella rada di Castiglione in Ravello. Fattasi bonaccia, ripresero vela; ma invano, perché e per la prima volta e per la seconda volta più furiosa si fece la tempesta. Pensarono che la preziosa Reliquia volesse rimanere nella loro terra. Il clero e tutto il popolo ravellese scesero in quella rada e con una solenne processione reca dono l’ampolla del Sangue del martire a Ravello che da quel giorno aveva scelto come Sua Patria di elezione o predilezione, dando segno tangibile della sua presenza attraverso il miracolo della liquefazione.

Il processo di mutamento dello stato del plasma pare si verificasse già a Costantinopoli dove è documentato dal 1057. Ma a Ravello, di questo processo, si apprende solo nel 1577. "Il sangue miracolosamente si scioglie dai primi vespri della festa che si celebra solennemente ogni anno (27 luglio ndr) e rimane così per tutta l’ottava fino al tramonto di alcuni giorni dopo".

Così scriveva il Vescovo Paolo Fusco in una visita pastorale nel settembre di quello stesso anno. La traslazione fu poi decisa nel 1617 da mons. Michele Bonsio e, in occasione del sinodo diocesano del 1695, monsignor Luigi Capuano, patrizio napoletano di origini amalfitane, ordinò che il sangue venisse posto al centro dell’altare della cappella e che fosse celebrata nella terza domenica di maggio la festa della traslazione con rito doppio. Il sangue, dopo essere stato esposto alla venerazione con le altre reliquie, fu portato in processione per la Città, col suono continuo delle campane, per poi essere riposto nel nuovo reliquiario, costruito appositamente ed ornato.

Il miracolo della liquefazione è avvenuto eccezionalmente anche in occasione della festa della traslazione nel 1718. Nelle ore pomeridiane del 21 maggio 1922 si verificò la liquefazione "a metà" del prezioso sangue, e il popolo colse in quel segno straordinario, una visibile approvazione data dal patrono, all’arrivo della luce elettrica presso la Basilica, inaugurata proprio in quel giorno. Questa celebrazione, dunque, ricorderà per sempre che il Sangue di San Pantaleone è il dono più prezioso che Iddio abbia mai potuto prevedere per Ravello.

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