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Storia e Storie

Ravello, perla di bellezza incontaminata della Costa d'Amalfi

Scritto da Giuseppe Liuccio (Redazione), venerdì 7 settembre 2012 22:53:26

Ultimo aggiornamento martedì 11 settembre 2012 20:10:41

di Giuseppe Liuccio - Ho passato circa due settimane d'agosto a Ravello. Non lo facevo da decenni. Le ho vissute intensamente tra ricordi, relax e proiezioni a porte di futuro.
Ho recuperato, con lancinante nostalgia, parte del mio vissuto storico in costiera nei fitti conversari fino a notte fonda ai tavoli dei bar di piazza Duomo con amici vecchi e nuovi. Ho ripercorso a passi lenti vicoli a ferita di centro storico, tra palazzi gentilizi, conventi che parlano di santi e di monache macerate dalla penitenza ed esatate dall'estasi nel volontario "carcere" della clausura.

Ho incrociato l'ombra macilenta di Pasolini alla regia di film dissacratori di storia e tradizioni nel tortuoso e saltellante percorso verso Villa Cimbrone, incantandomi agli orti di geometrica fattura a strapiombo nella gola del Dragone, prima di inebriarmi nel turbine accecante di luce dall'abisso del Belvedere a conquista ariosa di colline che carcacollano a mare con il prezioso carico di case a cupole extradossate, chiese e campanali che ricamano arabeschi maiolicati e cercano cielo a scivolo dai Lattari su Amalfi, Conca, Furore, Praiano e Positano con il sottofondo del canto di seduzione delle Sirene ammarate a Li Galli.

Di notte, dal terrazzo del Graal, dove alloggiavo, ho dialogato con le stelle in assemblea festosa sui lecceti dell'Avvocata in attesa di una virgola di luna che facesse capolino sul Falerzio e dirupasse con il carico prezioso d'argento sulle acque di Capodorso. Mi sono indignato per la volgarità gratuita di una discoteca di Maiori, che lacerava i silenzi e mi profanava l'incantesimo.

All'alba ho caracollato giù verso il mare di Minori, per scalinate che penetrano giardini di limoneti e profumano di susine, pesche e fichi ed ho spiato dalle cancellate dove il contadino paziente e sapiente ha ricamato macere di contenimento, innalzato pergolati che sono baldacchini, sarchiato, potato ed irregimentato le acque. Mi sono ubriacato dell'aroma penetrante del finocchietto selvatico ed incantato alla fioritura della valeriana spontanea sui muri a secco in compagnia di fagioli e pomodori al palo e palle e bottiglie oblunghe di zucche infiocchettate dai fiori gialli a conquista di mosconi ed api in gara di nettare da succhiare.

Che spettacolo il sagrato della chiesa di Torello nell'abbaglio della luce! Che meraviglia il Santuario di San Cosma che minaccia di frantumarsi sui limoneti che scivolano caracollando a valle! Che fantasia di creatività e di voli arditi la nube bianca della Rondinaia, dipinta nel vero della falesia dove ancora aleggia, folle di genio e sregolatezza, lo spirito di Gore Vidal. Sarebbero l'una e l'altro contenitori da visibilio di piacere per eventi di straordinario impatto mediatico se solo si decidesse di spalmare eventi musicali e letterari su tutto il territorio comunale della "Città della Musica", che, allo stato attuale lo è più di nome che di fatto.

Me ne rendo conto girandola in lungo e in largo attraversandola da Via Roma a Piazza Fontana e salendo, poi, fin lassù al Caruso fiorito per miracolo di grazia e di eleganza su di uno sperone di roccia che esalta ancora di più la violenza dell'edilizia di rapina che involgarisce il rione Monti. Scendo a passi lenti giù e interiorizzo e metabolizzo bellezza, eleganza ed efficienza del Sasso, del Palumbo, di Villa Fraulo tra luce, colori e silenzio, fino ai giardini di geometrica e caleidoscopica fattura del Palazzo Comunale. Villa Episcopio è memoria tangibile di pagine di storia recente dell'Italia. Meriterebbe ben altra destinazione e non certo il quasi abbandono a degrado annunziato.

Me ne rammarico con me stesso mentre mi precipito giù dalle scale per l'apertura della Mostra del grande Maestro Cargaleiro a Villa Rufolo. C'è ressa più di autorità e di addetti ai lavori che di fruitori, ma apprezzo molto le dichiarazioni dell'onorevole Renato Brunetta, che, in qualità di Presidente, annunzia di voler trasformare la Fondazione Ravello in una istituzione a servizio dell'intera Costa d'Amalfi. E' la seconda volta che gli sento fare queste dichiarazioni (la prima fu alla Conferenza stampa del Ravello Festival a Roma nel giugno scorso).

Evidentemente ne è convinto: ne sono felice. Tanti su questa idea hanno scommesso impegno e credibilità, il progetto è bello ed esaltante. Mi auguro che coinvolga prima tutta, dico tutta, la collettività di Ravello, dando centralità all'Amministrazione Comunale (maggioranza e minoranza) come impone la democrazia rappresentativa e poi l'intera Costa d'Amalfi, attraverso l'organismo della Conferenza dei Sindaci.

Ma il tema impone una ulteriore riflessione, che mi riprometto di fare a breve, nella consapevolezza che Ravello diventerà "Città della musica" a pieno titolo, quando ogni spazio, ogni giardino pubblico o privato sarà sede di concerti, quando accanto e insieme a negozi di ceramiche e boutiques, enoteche e negozi di prodotti tipici, oreficerie, chincaglierie e botteghe di antiquariato, ci saranno anche punti vendita di spartiti e strumenti musicali, come ci testimoniano tante città austriache che lo fanno e bene da decenni.

Lo diventerà quando ci saranno corsi di formazione ed educazione musicale per giovani e meno giovani, quando tutti gli eventi (mostre, presentazioni di libri, convegni, rassegne filmiche, ecc.) ruoteranno intorno alla musica.

L'obiettivo lo si raggiunge con il consenso di tutti, coinvolgendo anche intellegenze e professionalità del territorio, riducendo la straripante colonizzazione esterna, pur salvaguardando la qualità dell'offerta. Aprendo un confronto serio e non chiudendosi nei califfati. Io appartengo ad una generazione che si è formata con convinzione sul principio democrazia e partecipazione, slogan che il genio di Giorgo Gaber trasformò in una canzone/inno che gonfiò d'entusiasmo le piazze rafforzandolo con un accento: democrazia è partecipazione.

Forse è il caso di cantarlo ancora, anche e soprattutto sulla piazza di Ravello, da cui arrivano venti di guerra per lotte intestine per spartizione di fette consistenti di potere. Per piacere, risparmiateci le ferite anche a Ravello, l'unica perla di bellezza quasi intatta ed incontaminata rimasta nella Costa d'Amalfi. Per quel che posso e valgo io la difenderò con le unghie e con i denti. Spero solo di essere in buona e numerosa compagnia!

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