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Storia e Storie

Ravello. Nicola D'Agostino: una vita per la Patria, il lavoro e la famiglia

Scritto da (Redazione), lunedì 13 ottobre 2014 06:43:39

Ultimo aggiornamento lunedì 13 ottobre 2014 06:43:39

Pubblichiamo una testimonianza della vita di Nicola D'Agostino, uno degli ultimi ravellesi reduci della seconda guerra mondiale scomparso ieri all'età di 92 anni. La firma dell'articolo, pubblicato nel gennaio del 2012 su "La Scuola in...forma", l'organo di informazione della scuola di Ravello, e' a firma della giovanissima Vittoria Mandaro, nipote di D'Agostino. Di seguito il testo.

Durante le vacanze natalizie sono stata accolta da zio Nicola D'Agostino, di 89 anni*, nella sua abitazione quasi isolata da Ravello.
Mi sono seduta e zio Nicola ha rapidamente cominciato a narrare la sua storia:
"Quando ero giovane mi imbarcai ad Ancona che avevo solo vent'anni con la nave della Marina Militare, appartenente all'Esercito e, precisamente, al corpo del Novantatreesimo Fanteria.

Ho combattuto a Ragusa (Yugoslavia) e sono stato fatto prigioniero l' 8 settembre 1943 dai tedeschi. Sono stato portato al confine tra Germania ed Olanda, in un campo di concentramento, dove lavoravamo per conto della Cancelleria Tedesca.

Eravamo sessanta italiani e lavoravamo il lino. Quello di colore verde lo mettevamo in apposite vasche a maturare, poi veniva introdotto in macchine per la filatura, infine il prodotto veniva spedito in Germania.
Noi lavoravamo anche per costruire pezzi per i sottomarini militari e sei dei nostri compagni furono trasferiti in un'altra fabbrica per costruire pezzi per bombe.

I Tedeschi nascondevano il cibo in grandissimi depositi. Per la grande fame, io non potevo fare altro che rubarlo e per questo i miei compagni mi diedero un soprannome: il Topo.
Una mattina, una guardia mi sorprese a rubare dei fagioli e, per punizione, mi fece strisciare col petto nudo sul ghiaccio alzando ed abbassando una sedia.
Una mattina d'inverno, dalla fame, rubai una cima di rapa ghiacciata; la nascosi dietro l'apparato meccanico di un tornio e presi un coltello e un mattone per romperla. Un comandante tedesco mi sorprese mentre mangiavo e mi diede un calcio."

A questo punto, zio Nicola si è fermato e le lacrime gli hanno rigato il viso. Troppi ricordi...
Quando si è ripreso, ha continuato:
"Quella maledetta macchina mi tirò la punta della giacca e così finì per tirarmi la pelle del braccio destro. Un prigioniero russo fermò immediatamente la macchina. Mi portarono all'ospedale e il dottore mi mise una garza che sembrava carta igienica.

La mattina seguente, al posto del dottore, trovai una suora, che, senza alcuna pietà, mi strappò la garza dal braccio. Subito dopo trovai un'infermiera crocerossina che mi disinfettò e curò la ferita. Mi portò in una stanza e, dato che pesavo meno di 40 kg, mi offrì del cibo.
Cominciai a guarire e, per paura di dover tornare a lavorare,mi grattai la pelle per far cadere la crosta dal braccio.

Nel frattempo, in nostro aiuto, arrivarono gli Americani.
Con gli Americani io lavoravo in cucina e, quando mi davano del cibo, io andavo in grandi magazzini e lo dividevo con i miei compagni.
Preparavo la colazione a base di frittelle e frutta secca. Il pranzo consisteva in carne in scatola e patate.

Dopo qualche mese, preso il congedo militare, partii immediatamente per l'Italia. A causa dei bombardamenti dei Tedeschi in ritirata, attraversai il Lago di Costanza, la Svizzera, il Lago di Como e Milano. Eravamo in tre: un ragazzo di Amalfi, un altro di Minori ed io.

A Vietri sul Mare ci fermammo in una trattoria, dove mangiammo pane e soffritto. Usciti avemmo la notizia che lungo la costiera c'erano briganti in agguato.
Giunti a Minori e salutato i miei compagni, incontrai un uomo, amico di mio padre, che mi disse che, quella mattina, era passato per quelle strade.
Mio padre soffriva di cuore, quindi, appena arrivai a Torello, una piccola frazione di Ravello, andai da alcuni miei compagni d'infanzia.

Uno di questi era Raffaele e proprio lui andò dai miei genitori a rivelare la notizia del mio arrivo.
Tornato a casa, cercai di entrare, ma mia madre mi fermò.
Credeva che io avessi i pidocchi e mi fece lavare davanti alla porta di casa."
Quando zio Nicola ha finito la sua narrazione, ho esclamato:"Grazie!!!".
L'ho salutato con un bacio e le lacrime agli occhi.
Questa storia rimarrà nel mio cuore.... e nei vostri!

*oggi 92 anni.

Vittoria Mandaro

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