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Storia e Storie

Ravello culla dell'Italia repubblicana. Quella sera che il Re disse a De Nicola: «Accetto»

Riga per riga ecco il testo della relazione che De Nicola scrisse sul suo colloquio con Vittorio Emanuele III avvenuto a Villa Episcopio

Scritto da (Redazione), venerdì 16 febbraio 2018 10:44:27

Ultimo aggiornamento sabato 16 febbraio 2019 11:23:02

Il Vescovado pubblica integralmente la ricostruzione del colloquio tra Enrico De Nicola, già presidente della Camera dei Deputati dal 1920 al 1924, e il Re Vittorio Emanuele III, avvenuto nella dimora di Villa Episcopio nel febbraio del 1944.

Nella testimonianza lasciata proprio dal noto giurista napoletano (che diverrà il primo presidente della storia dell'Italia repubblicana) l'intento di convincere il sovrano a lasciare la luogotenenza del Regno al figlio Umberto (progetto intermedio tra la permanenza di Vittorio Emanuele III sul trono e la sua abdicazione), l'unico compromesso possibile con i capi dei partiti antifascisti, che esigevano, appunto, l'abdicazione del Sovrano.

Vittorio Emanuele accettò, e il 5 giugno del 1944, giorno successivo la liberazione di Roma, firmò il decreto luogotenenziale. Una pagina importante della storia d'Italia fu scritta a Ravello(clicca qui per visualizzare il video dell'arrivo, a Villa Episcopio, dei Ministri del primo Governo di Unità Nazionale).

Non ho diario. Ricordo che Ferdinando Martini, a un amico che voleva sapere perché non scriveva una commedia, rispose: «Lavoro spesso mentalmente sull'argomento, sui personaggi, sullo svolgimento, insomma su tutto; poi rileggo "Rusteghi" e non la scrivo più». Così io mi accingo a scrivere i diari: poi rileggo i diari di Martini - veri capolavori di stile - e non li scrivo più. Un giorno venne da me un fedele amico di Benedetto Croce e anche affettuoso amico mio, Renato Morelli, il quale mi disse che Benedetto Croce e Carlo Sforza, che da poco tempo era ritornato in Italia dal volontario esilio, desideravano parlarmi. Fissai subito un appuntamento e mi recai l'indomani al convegno prestabilito.

Croce mi disse: «Nel recente congresso di Bari (28-29 gennaio '44- ndr) tutti i partiti hanno deciso di andare uniti al governo, per sostituire al ministero in carica (Badoglio ndr), di semplice amministrazione, un ministero politico, ma hanno posto tre condizioni: che il re abdichi, che il figlio rinunzi al trono, che il nipote sia proclamato re con reggenza, data la minore età, del generale Badoglio.

Abbiamo saputo che siete contrario alla decisione di Bari: vi chiediamo se questa notizia sia esatta e, in caso affermativo, le ragioni del vostro dissenso». Io risposi subito: «E' verissimo che io sono contrario alla decisione del congresso di Bari e sono pronto a dirvene le ragioni. In linea pregiudiziale affermo che con quella decisione è stata riaperta la questione istituzionale da una sola parte dell'Italia - mezzogiorno, perché neppure Roma era stata allora liberata - laddove io ritengo che debba essere regolata quando tutta l'Italia sia stata liberata.

Nel merito osservo che quella decisione è stata addotta in aperta violazione del vigente Statuto Albertino, il quale prescrive che, durante la minorità del re, il principe suo più prossimo nell'ordine della successione al trono sarà reggente del regno se ha compiuto gli anni ventuno; in mancanza di parenti maschi la reggenza appartiene alla madre: se manca anche la madre, la Camera dei deputati nomina il reggente.

«Nel caso presente il parente più prossimo sarebbe il duca d'Aosta, re di Croazia; dovendosi, per ovvie ragioni, escludere tale nomina, la reggenza aspetta alla madre (Maria Josè ndr). Indipendentemente da ogni considerazione sull'opportunità di tale reggenza affidata a una donna nelle gravi condizioni in cui il Paese si trova e si troverà, è manifesto che la reggenza di Badoglio sarebbe incostituzionale».

Croce e Sforza consultarono il testo dello Statuto Albertino e constatarono che la disposizione statutaria corrispondeva letteralmente a quella da me riferita a memoria, e mi domandarono: «E allora quale soluzione, quale via, si dovrebbe adottare?» e io risposi: La luogotenenza: istituto che non è previsto dallo statuto ma è nella prassi di casa Savoia: da Carlo Alberto a Vittorio Emanuele III, il quale durante la prima guerra mondiale, andando al fronte, nominò suo luogotenente il duca di Genova. A mio avviso, la luogotenenza avrebbe soprattutto due vantaggi: lascerebbe impregiudicata, per la sua transitorietà, la questione istituzionale che l'Italia, quando sarà interamente libera, risolverà; potrebbe vincere le recise opposizioni del re, che - come mi avete detto- non abdicherete né assisterebbe alla rinuncia al trono da parte del figlio, il quale anzi eserciterebbe le funzioni di capo dello stato. In breve: una soluzione provvisoria, facilmente accettabile, di una situazione provvisoria».

Croce e Sforza si dichiararono convinti delle mie osservazioni e dalla mia proposta, dicendo: «Come avete convinto noi, andate a convincere il re». Accettai. Vittorio Emanuele si trovava allora a Brindisi ma era stato preannunziato che fra breve si sarebbe trasferito a Ravello. Il viaggio a Brindisi era lunghissimo in quel tempo ed io proposi di aspettare che il re raggiungesse Ravello per avere il colloquio con lui. Pochi giorni dopo -in una gelida e tempestosa mattina del febbraio 1944- mi avviai, solo, in automobile, a Ravello, attraverso strade e curve che non sono le attuali. Lessi qualche anno fa, in un giornale, che la mia macchina era seguita da un'altra della Pubblica sicurezza, ma ritengo che la notizia non sia esatta. Giunsi finalmente alla famosa villa Russolo di Ravello (Villa Episcopio ndr) ove il re -avendone avuto il preavviso- mi aspettava.

Io non lo vedevo dal 1924, cioè dall'anno in cui avevo lasciato prima -per lo scioglimento della Camera- la carica di presidente dell'assemblea e poi la vita politica. Fu cortesissimo: ci salutammo -dopo vent'anni- come se ci fossimo lasciati il giorno precedente. In automobile -durante il lungo e malagevole percorso- avevo meditato sul modo come affrontare la questione senza provocare reazioni o proteste.

E subito dissi: «Maestà, noi studiosi di diritto penale sappiamo che vi è una particolare forma di responsabilità: la responsabilità obiettiva, cioè responsabilità anche senza atto e senza colpa; i sovrani hanno molte responsabilità obiettive, fra le quali questa: il sovrano che dichiara una guerra e la perde deve lasciare il trono: da Napoleone I a Napoleone III, dagli Asburgo agli Hohenzollern, per citare i più importanti precedenti storici».

Illustrai, dopo ciò, la proposta della luogotenenza. Il re non rispondeva mai in modo preciso. Divagava. Era la sua prassi costante, giustificata dal suo posto dalle sue responsabilità, di fronte alle questioni più gravi: e gli riusciva facile attuarla, perché aveva una memoria ferrea: a lui si adattava l'insegnamento: Scire est reminescere. Dopo quattro ore di fervente colloquio, il re chiamò il duca Acquarone, ministro della casa reale, che si trovava in una camera attigua, e gli riferì la mia proposta, senza svelare il suo pensiero, che restava sempre inespresso. Il duca chiese al re se potesse rivolgermi una domanda.

Avutane l'autorizzazione, si rivolse a me dicendomi: «Se sua maestà non accetta la sua proposta, lei è disposto a costituire con la permanenza del re un ministero politico». Io mi affrettai a rispondere che la domanda rivoltami era in aperto contrasto con la mia proposta e con le ragioni che l'avevano determinata. Immediatamente il duca Acquarone, rivolgendosi al re, gli disse: «Maestà non esiti un istante: accetti la proposta».

Ed egli senza indugio rispose: «Accetto». Io mi affrettai a dichiarare che la accettazione non era valida se non fosse stata meditata e aggiunsi che la sera seguente il duca Acquarone, alla stessa ora - le 20 - avrebbe dovuto recarmi a Torre del Greco (De Nicola vi aveva una villa ndr) la risposta definitiva. È inutile esporre i motivi di questa mia prudente, cautelativa risposta che -dopo molte inutili insistenze dell'altra parte- finì con l'essere accolta. Il re mi pose una sola condizione: che la sua firma per la nomina del luogotenente fosse apposta in Roma, appena fosse stata liberata. Compresi la ragione della condizione: il re era partito da Roma come re.

Non opposi alcuna obiezione alla richiesta. Mi permisi soltanto di aggiungere: «Maestà, consenta che io riprenda per un istante le mie funzioni presidenziali (egli era stato presidente della Camera dal 1920 al 1923-n.d.r.) indicando l'obbligo che ella ha di informare della sua decisione il presidente del consiglio dei ministri e il rappresentante dei governi alleati con Napoli».

Il re si schermì, inventandomi a recarmi dall'uno e dall'altro per la necessaria comunicazione: ma io gli feci osservare che non avevo nessuna veste ufficiale per adempire il duplice mandato. Si finì con una transazione: il re ne avrebbe informato il presidente del consiglio ed io ne avrei informato gli alleati. A tal proposito, devo ricordare una circostanza. Il re -per indicare il motivo della sua riluttanza a dare la comunicazione a Badoglio- mi disse che il presidente del consigli, dopo il congresso di Bari, gli aveva scritto una lettera per chiedergli che egli abdicasse, che il figlio rinunziasse al trono, che il nipote fosse nominato re, concludendo: io sarò il reggente.

Intuì che il re si rammaricasse soprattutto perché la lettera proveniva da un militare. Io avrei sempre taciuto su questo episodio se nelle Memorie del generale Badoglio non fosse stata riprodotta la lettera con le stesse parole riferitemi dal re. Appena terminato il colloquio, giunsero a Ravello la regina e il principe ereditario, ma non si parlò di quanto nelle ore precedenti era accaduto.

Per la tempesta che infuriava il re volle che io pernottassi nella villa Russolo (Villa Episcopio ndr). La mattina, quasi all'alba, venne a salutarmi per la mia partenza per Napoli: voleva darmi la sua accettazione alla mia proposta per la luogotenenza, ma io insistetti perché fosse venuto il duca Acquarone alle ore 20 a Torre del Greco. Al mio ritorno a Napoli, mi affrettai a riferire a Croce e a Sforza il risultato positivo della mia missione. Entrambi se ne rallegrarono e mi ringraziarono con calde parole di amicizia, approvando anche l'idea prudente che avevo avuto di farmi recare a Torre del Greco la decisione dell'accettazione della mia proposta ventiquattro ore dopo la conclusione del colloquio a Ravello.

Mi recai in Napoli, al comando alleato, ove conferii col generale Mac Ferlane - il quale era a far deputato alla Camera dei Comuni (non si comprende il perché di questa notazione di Enrico De Nicola ndr) - ed egli approvò, con cortesi e lusinghiere parole per me, la soluzione che era stata adottata. Di potè frattanto istituire, con la temporanea permanenza del re, un altro ministero Badoglio, non amministrativo ma politico (22 aprile 1944). Dopo qualche mese Roma fu liberata. Si tenne subito, nei primi giorni di giugno 1944, una riunione di pochi uomini politici in un grande albergo romano, con l'intervento, fra gli altri, dell'onorevole De Gasperi - che usciva dal Vaticano, ove si era dovuto rinchiudere - e dell' onorevole Ivanoe Bonomi.

Vi partecipai anche io, recandomi da Torre del Greco a Roma in un aereo che il governo alleato, di sua iniziativa, aveva avuto la cortesia di mettere a mia disposizione. In quella riunione si decise la costituzione di un governo politico di carattere nazionale, presieduto dall'onorevole Bonomi (18 giugno 1944). (In realtà l'incarico fu conferito a Bonomi il 9 giugno, e il governo venne formato l'11 giugno 1944 ndr). Con R.D. 5.6.1944 Umberto di Savoia fu nominato luogotenente generale del re. E si iniziò così un nuovo capitolo della storia d'Italia.

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