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Quel compagno di giochi che non ho mai più visto

La tragedia che sconvolse Maiori vista dagli occhi di un bambino di 4 anni amico del piccolo Mario, drammaticamente scomparso con i suoi genitori

Scritto da (admin), lunedì 17 marzo 2014 10:12:52

Ultimo aggiornamento giovedì 17 gennaio 2019 17:43:34

Il tragico evento di Nocera del 6 marzo 1994 è forse il mio primo vero grande ricordo: un pensiero dai tratti arrotondati e pieno di misteri, come diversamente non può essere la storia di una vicenda vissuta all'età di quattro anni, nel tempo dei giochi e dell'inconsapevolezza.

Il piccolo Mario D'Urso era un mio compagno di scuola: entrambi frequentavamo l'asilo presso le Suore Domenicane di Maiori. Eravamo soliti passare tante ore insieme, sia fra i banchi che durante i giochi all'aperto: lo scivolo, in particolare, era il nostro preferito. Fu proprio sullo scivolo del parco giochi delle suore che, senza saperlo, ci salutammo per l'ultima volta: «Domani vado dal Papa: lunedì non vengo a scuola, ci vediamo martedì» mi disse Mario, lanciandosi lungo il pendio prima che anche quel sabato di scuola si concludesse.

Ho avuto modo di ritornare su quell'addio tante volte in questi lunghi venti anni, acquisendo progressivamente un'idea sulle dimensioni della disgrazia che colpì ingiustamente anzitempo il piccolo Mario. Quando si diffuse la notizia della tragedia, infatti, non mi fu spiegato inizialmente con precisione quanto accaduto: come si fa, del resto, a raccontare a un bambino di 4 anni che il proprio amichetto è morto in un incidente e che non lo rivedrà mai più?

La televisione trasmetteva una puntata de "La Vita in Diretta": Piero Marrazzo intervistava le persone dal lungomare di Maiori, all'altezza del bar Eldorado. Guardavo la tv senza capire il perché di tanta attenzione sul mio piccolo paese, ma vagamente consapevole che era successo qualcosa di importante. Quando finalmente mi fu raccontato che Mario non c'era più e che era volato via in Paradiso con la mamma e il papà ero quasi consolato: le suore ci dicevano, infatti, che se ci si comporta bene si approda in Cielo con Gesù. E lui ci era andato prima degli altri, a tre anni, con i suoi genitori. Avrei solo tardivamente capito, negli anni, la sfortuna che la vita gli riservò: all'epoca, purtroppo, non potevo averne piena cognizione.

Da quella tragedia in poi per circa dieci anni, ogni qual volta mi recavo con mia madre al cimitero, mi adoperavo a cercare la tomba di Mario, seppellito vicino ai genitori, stessa drammatica disposizione che il destino volle per il capolinea della loro famiglia. Forse era il due novembre del 1994 quando, in occasione della Commemorazione dei Defunti, volli recarmi a posare un fiore su quel marmo raffreddato dal vento che solitamente spira in quei giorni dell'anno. Nonostante mia mamma, cosciente dello sconforto dei familiari che circondavano le tombe, mi chiedesse di non andare, io con puerile disinvoltura non obbedii e, fra le tante persone che mi guardavano intenerite, volli omaggiare il mio compagno di giochi che non c'era più. Quella scena l'avrei messa a fuoco solo crescendo, in quell'occasione non seppi dire niente, se non incrociare gli sguardi illuminati dalla commozione. La stessa che provo oggi, vent'anni dopo, nel mentre scavo nei ricordi e vivo, con giustificato ma inesorabile ritardo, il dolore del prematuro addio al mio primo compagno di scuola. Aspettami Mario, amico mio: un giorno, da grandi, saliremo di nuovo sullo scivolo ed avremo modo di raccontarci tutto quanto è successo da allora.

LEGGI PURE: "Maiori, 20 anni fa il rogo del bus a Nocera. Morirono in 7 per andare dal Papa"

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