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Tu sei qui: SezioniStoria e StorieMemorie di un ottuagenario: io, Ibsen, Ugo Fruscione e tutti gli altri
Scritto da (admin), martedì 24 ottobre 2017 15:21:17
Ultimo aggiornamento sabato 20 gennaio 2018 09:43:52
Di Sigismondo Nastri
Il 23 maggio 1956 ricorreva il cinquantenario della morte del grande drammaturgo norvegese Henrik Ibsen, del quale una lettera conservata all'Hotel Luna di Amalfi (Hotel ad Amalfi) testimonia il soggiorno nella città della costa. Un anno prima mi feci promotore di una proposta: perché non onorarne la memoria nelle tre località della Campania legate ad altrettante sue opere? Suggerivo di organizzare la rappresentazione del Peer Gynt a Casamicciola, de Gli Spettri a Sorrento e di Casa di Bambola ad Amalfi, legando l'avvenimento a una "rivisitazione" critica dell'intera produzione ibseniana e ad altre manifestazioni collaterali: convegno di studio, apposizione di lapidi nei luoghi del soggiorno, francobollo commemorativo, eccetera. La mia iniziativa richiamò l'attenzione di tutta la stampa nazionale.
L'ambasciatore di Norvegia in Italia, Ralph Anderson, mi fece pervenire la sua adesione e quella delle autorità di Oslo. In una lettera, che fu ampiamente ripresa dai mezzi d'informazione, scriveva: «Vorrei ringraziarla per avere promosso l'idea di organizzare le cerimonie commemorative in rapporto con il cinquantenario della morte di Henrik Ibsen. Sono convintissimo che una tale commemorazione in memoria del grande Poeta e Drammaturgo vorrà maggiormente approfondire e riaffermare quell'amicizia che esiste tra la Norvegia e l'Italia. Henrik Ibsen era unito all'Italia da molti e forti legami ed ha attinto in questo bel paese forza ed ispirazione. Attraverso la sua vita e la sua poesia l'Italia divenne cara agli animi dei norvegesi».
Roberto Minervini, giornalista, scrittore di cose napoletane, redattore del Corriere di Napoli, mi offrì il suo incondizionato appoggio. Furono avviati contatti con un impresario teatrale, Franco Sirolesi, che venne ad Amalfi, mi consegnò un progetto, con allegato il preventivo di spesa. Protagonisti di Casa di Bambola sarebbero stati Valentina Fortunato e Arnoldo Foà. Regia di Luciano Lucignani. Vi fu una fitta serie di incontri che coinvolsero la Provincia, il Comune e l'Azienda di soggiorno di Amalfi, l'Ente provinciale per il turismo. A uno di essi, indetto dal sindaco Francesco Amodio, partecipò l'onorevole Maria Jervolino, sottosegretario al ministero della Pubblica Istruzione, che assicurò di occuparsene in sede governativa. A livello parlamentare, si mosse l'onorevole Giuseppe Calabrò, autorevole componente della Consulta parlamentare per lo spettacolo. Poi, quando sembrava che si fosse in dirittura di arrivo, mi vidi crollare, all'improvviso, il mondo addosso. L'avvocato Girolamo Bottiglieri, presidente della Provincia (e dell'Ente provinciale per il turismo), mi chiamò e mi disse che non si poteva fare nulla per mancanza di fondi. Forse era vero, forse no. Certo è che la messa in scena di Casa di bambola fu dirottata a Casamicciola. Amalfi perse un'importante occasione di promozione turistica e culturale.
Eppure l'iniziativa aveva avuto l'avallo di tutta la stampa nazionale. Mi ero trovato, senza volerlo, agli onori della cronaca: definito, sul Mattino, «egregio cittadino amalfitano» da quel gentiluomo e maestro di giornalismo che era Ugo Fruscione e «timido e smilzo studente», sulla rivista Orizzonti, da un (allora) ben noto critico cinematografico, Antonio Piumelli, del quale non rimpiangerò mai abbastanza la scomparsa prematura. Io, all'epoca, non conoscevo ancora Ugo Fruscione. Ebbi modo di incontrarlo nella libreria Savo di Amalfi qualche giorno dopo che lui s'era interessato alla mia proposta. Appena vi misi piede per acquistare il giornale, come facevo ogni giorno, il libraio, Antonio Savo, si rivolse al distinto signore che stava lì seduto e disse: «Commendatore, questo è Sigismondo Nastri». Lui mi guardò in un lampo dalla testa ai piedi - ero un ragazzo -, si mise una mano sulla fronte ed esclamò: «Ma come? Io ho scritto: un egregio cittadino amalfitano!». A sessant'anni di distanza il mio auspicio è che lo sia diventato.
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