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Storia e Storie

Le nozze di Cecilia Rufolo

Scritto da Emiliano Amato (redazione), giovedì 11 giugno 2009 07:30:41

Ultimo aggiornamento giovedì 11 giugno 2009 07:30:41

Ravello, giugno 1283. La nonna mi aveva convocato qualche tempo prima del mio matrimonio e aveva voluto che indossassi solo per lei l'abito da sposa. Quando con l'aiuto delle serve ero stata pronta, come se dovessi entrare in quel momento in chiesa, Sigilgaita mi aveva indicato il piccolo forziere che da sempre avevo visto posto sullo stipo a lato del letto. "Portalo a me" mi aveva ordinato.

Poi la nonna lo aveva aperto e ne aveva tratto gli ori. "Il giorno delle nozze sul capo porterai il diadema dei Rufolo. Guarda che maestria d'orafo c'è in quest'intreccio di rami. Lo sai che il numero delle gemme indica la potenza della famiglia e che per ogni nuovo feudo viene aggiunta una pietra preziosa. Questo rubino è stato fatto incastonare da tuo padre pochi anni or sono, per le terre di Cesarano. Poi indosserai i pendenti dei della Marra, erano di mia nonna e sono molto antichi.

Di lavorazione bizantina, ogni catenella d'oro è diversa dall'altra per lavorazione e identica solo per lunghezza. Al collo infine avrai il collare della meraviglia, come lo chiama tuo nonno Nicola, perché il suo valore è tale che se un giorno dovesse finire la ricchezza dei Rufolo, occorrerebbe la sua sola vendita a riformarla. Indossali e ricorda essi sono il collante che unisce i Rufolo ai della Marra."
"Sono davvero splendidi" avevo mormorato, sfiorandoli appena con le dita.

"Io li misi tanti anni fa, poi è toccato a tua madre e li abbiamo portati con dignità, cerca di fare lo stesso. Sii sposa amorevole senza mai dimenticare l'onore del casato da cui provieni e quello in cui entrerai fra breve" disse la nonna.

"Cercherò di non deludere le attese vostre e di mio padre e di non tradire mai il nome dei Rufolo" risposi. Poi la nonna aveva voluto che li indossassi, per ammirarne l'effetto. Avrei cercato con tutte le mie forze di esserne all'altezza. A non tradire la nonna riuscendo a portare come lei, con la sua stessa nobiltà, il mio nome.
I

l giorno dopo diedi le raccomandazioni ai servi di casa e, accompagnata dalla sola Tana, salii sul carro che mi avrebbe condotta a Napoli. Ero stata poche volte in quella grande città, sempre in occasioni di feste o di matrimoni e sempre scortata da mio padre o in seguito da mio marito. Ora mi accingevo da sola ad entrare in quella corte di cui ignoravo gli usi, forte solo della mia ostinazione e della mia convinzione di non dover lasciare nulla di intentato.

Ravello sparì alla mia vista e il mare d'Amalfi, inutile distesa azzurra, mi si aprì innanzi e parve che mi volesse inghiottire. Man mano che mi lasciavo alle spalle le montagne e la campagna dalla terra nera, il vulcano mi veniva incontro. Mi allontanavo dalla costa che mi era nota e mi addentravo in un paesaggio che mi era estraneo.

Sentii che la mia determinazione cominciare a vacillare e tremai di fronte alla mia fragilità di donna. In tutta la mia vita non avevo mai compiuto alcun atto che non fosse consono alla esistenza di una donna giovane e ricca. La massima cura nel fare una scelta l'avevo avuta per le tinte dei filati da ricamo o per i pizzi delle vesti o per i giochi dei miei figli. Adesso che Napoli si faceva a ogni giro di ruota più vicina, la poca esperienza che avevo del mondo mi fu davanti.

Mi ero imposta di non piangere mai più, se non per la gioia di quando avrei riabbracciato salvo Ruggero e solo per questo giuramento fatto a me stessa non mi scioglievo in lacrime disperate.
Non avevo assolutamente idea di quanto andavo a fare, né di come lo avrei fatto. Solo il pensiero di entrare in città, muovermi in quelle strade affollate da volti ignoti, procurarmi i permessi per le udienze a corte, cercare di avere notizie di mio padre e di Lorenzo, mi apparivano difficoltà che difficilmente avrei potuto sormontare.

Pregai la Madonna del Granato, cercando coraggio e consolazione nella fede, ma le mani mi tremavano e nonostante fosse oramai luglio le punte del naso, dei piedi e delle mani erano gelate. Cercai di farmi forza, dovevo dimenticare di essere una donna, dovevo scordare i privilegi che facevano di me una persona protetta tra le rassicuranti mura di casa. Dovevo ricordare solo di essere una Rufolo, la moglie di Ruggero della Marra, dovevo ricordare il volto di Giovannino e la mia piccola Iacobella. Avevo promesso loro che sarei andata a riprenderli con il loro padre e dovevo mantenere la mia parola. Parola di una Rufolo, come diceva la nonna.

Giunsi a Napoli dalla strada che costeggiava la marina. Il Campo Moricino con il suo posto di dogana e i colorati banchi di frutta e di pesce furono la prima impressione che ne ebbi. Al centro del Campo, cupo si ergeva un patibolo, con le sue forche vuote dalle corde dondolanti. Mi tornò alla mente l'esecuzione del giovane Corradino e mi segnai con la croce recitando la preghiera dei defunti. Mi parvero segno di sventura quel ceppo e quelle corde e invocai nuovamente la Madonna del Granato. "Signora, siamo in città, dove devo dirigere?" chiese l'uomo alla guida del carro, frenando i cavalli giunti che eravamo al Malpertugio. Rabbrividii.

Il sole andava calando, anche se il cielo era ancora abbastanza chiaro da illuminare lo squallido luogo in cui ci trovavamo. Il muro che correva parallelo alla via aveva un grosso varco che dava sul porto e sia lungo il muro che intorno al pertugio donne quasi nude s'intrattenevano con uomini volgari che inframmezzavano il loro sboccato linguaggio con sguaiate risate e forti rutti. Doveva essere una zona di gente equivoca. Tremai e ordinai al cocchiere: "A palazzo della Marra e velocemente, mi raccomando." Nel dedalo stretto di case che affollavano gli antichi decumani, sorgeva quasi celata una costruzione possente di soli tre piani, il palazzo di città dei della Marra. Io che vi era stata solo una volta, quando giovane sposa ero stata presentata a corte da Ruggero, ne ricordavo a stento l'ubicazione e non conoscevo nessuno dei servi di casa.

Scesi dal carro e, aiutata da Tana, picchiai con forza il battente proprio mentre una donna dall'aspetto curato e un uomo elegantemente vestito uscivano dal portone.
"Cercate qualcuno?" mi chiesero. "Sono Cecilia Rufolo, moglie di Ruggero della Marra, mio signore, e volevo parlare con qualcuno di casa." "Permettete di darvi il benvenuto, cugina. Sono Guglielmo della Marra, il figlio di Risone vostro zio e la signora al mio fianco è mia moglie Francesca. Non sapevamo del vostro arrivo altrimenti avreste trovato accoglienza migliore."
Respirai di sollievo e mormorai: "Lo zio Risone è qui?". Quasi tremavo nel dirlo tanto ne ero rincuorata. "È di sopra. Venite, vi accompagno da lui e da mia madre, sarà una grande gioia per loro rivedervi."

(Tratto dal romanzo storico di Tina Cacciaglia e Marcella Cardassi "La Signora della Marra", Storia di un processo in epoca angioina, segnalato per merito dal Premio Calvino 2009).

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