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Storia e Storie

Le famiglie nobili di Maiori nel Medioevo

Scritto da Annamaria Parlato (Redazione), domenica 20 gennaio 2013 09:32:27

Ultimo aggiornamento domenica 20 gennaio 2013 09:32:27

di Annamaria Parlato* - Il maggior numero delle famiglie nobili maioresi è di origine latina: i de Ascea, de Betica, de Campulo, de Cicerariis, de Josula, de Lanario, de Madio, de Mediocapite, de Ponte, de Riso, de Rosa, de Ruga, de Sicola. Queste famiglie, e le altre da supporsi estinte nel corso dei secoli di cui non si conserva memoria negli scritti dei genealogisti maioresi, ebbero origine - si crede - da quei patrizi romani i quali, nell'anno 456 d.C. sopravvissero alla furia di Genserico re dei Vandali e da quegli altri che, relegati a Capua da Totila re dei Goti, nel 515 d.C., riuscirono a mettersi in salvo grazie a Giovanni, nipote dell'imperatore Giustiniano.

Altre numerose famiglie ebbero origine greca: gli Apicenda, i Francone, i Miracapilli, i Pappansogna, gli Sclava. Si stanziarono nella città di Maiori dieci anni dopo, allorché Narsete, capitano dell'imperatore Giustiniano, sconfitto ed ucciso Totila ed anche il suo successore Teja, cacciò dall'Italia i Goti. Tra le famiglie più importanti si annovera di sicuro quella dei de Lanario, che ebbe la sua dimora presso la località Casalanario, di origine romana. Essa si divise in quattro rami nel XIII secolo, aveva ben quattro possedimenti in Maiori ed uno a Napoli, nel seggio di Montagna, e vantò tra i suoi rappresentanti cavalieri dell'ordine militare di Calatrava e di San Giacomo; ebbe ancora feudi e titoli, quali il marchesato di Pimonte, la contea di Sacco, il principato di Carpignano.

La famiglia de Madio, italianizzata Di Maio, vanta origini romane: ebbe due rami di cui uno in Maiori e l'altro a Tramonti. Questa famiglia possedette diversi feudi in Puglia e Calabria e venti castelli in Abruzzo al tempo della regina Giovanna I. Un certo Francesco Di Maio era imparentato con la real casa dei Durazzo, sposò infatti Ippolita, nata da Rainaldo, figlio naturale del re Ladislao.

Anche la famiglia de Ponte si distinse per casato e vantò illustri discendenze. La famiglia de Ponte ebbe posto alla corte di Napoli, acquistò eminenti cariche, il patriziato nel seggio di Portanova e molti feudi. Agli inizi del XV secolo era divisa in due rami: quello primogenito di Gualtiero D'Alderisio, marchese di Sant' Angelo e Santa Giustina, e quello di Niccolò di Ruggiero, marchese di Padula, figlio di un secondogenito. Ambedue i cugini furono consiglieri del re Ladislao, ma Gualtiero per un errore politico cadde in disgrazia e gli furono confiscati i beni. Ai tempi della regina Giovanna II Niccolò ritornò presso la corte come suo confidente ed uditore, ebbe l'onore di ospitarla a Maiori, nella sua proprietà, dove morì nel 1419. Un figlio di Niccolò, Giannotto, fu tesoriere nel 1477 del Duca Antonio Piccolomini; la famiglia poi si divise in cinque rami: i Duchi di Flumeri, di Casamassima, di Puglionesi, di Padula e di Morcone.

Ancora da annoverare sono le famiglie dei Cinnamo, dei de Mandina, di cui dovrebbe portare il nome l'attuale via erroneamente indicata Casa Mannini, lungo il baluardo San Sebastiano; dei Citarella, di cui fece parte Benedetto, usuraio di Carlo III di Durazzo, coetaneo di quel Landolfo Rufolo di Ravello, ricchissimo mercante di cui fa menzione il Boccaccio nella IV novella della seconda giornata e il famoso banchiere Barone Leonardo, detto Nardo Luca Citarella, il quale acquistò le dogane e il fondaco del sale.

Altre famiglie illustri furono la Demedio Capite (Mezzacapo), l'Aurisicchio, la Venosi, la Imperato, che abitò l'attuale fatiscente palazzo Sparano alla salita San Domenico, della quale fece parte Ferrante Imperato, celebre naturalista e botanico, vissuto nel XVI secolo, il quale costruì a Napoli in via Monteoliveto, in vicinanza del Palazzo Gravina, un Museo di Storia Naturale; nonché la famiglia Oliva, cui appartenne Marcantonio, vissuto nel secolo XVI e che vendette nel 1525 ad Andrea Citarella la Casa Frantone col diritto di padronato dell'annessa chiesetta di San Nicola dei Cicerali; e ancora la famiglia Mirocapillo, abitante nella borgata di Vecite, della quale fece parte Nardello Mirocapillo, il quale insegnò medicina dal 1471 al 1480 nell'Ateneo napoletano, assieme con altri due maestri salernitani, Pietro del Forno di Amalfi e Paolo Longo di Cava, che insegnarono rispettivamente logica e chirurgia.

BIBLIOGRAFIA

G. Primicerio, La città di Maiori, Napoli, 1983, p.170

F. Cerasuoli, Scrutazioni storiche, archeologiche e topografiche della città di Maiori, Salerno 1865, p.105

G. Primicerio, Notiziario e guida della città di Maiori, Salerno, 1965, p.46

V. Criscuolo,Le pergamene dell'Archivio della Collegiata di Maiori, Amalfi 2003, p.356

V. Taiani, La diocesi di Amalfi, Salerno, 1972, p.119

* Storico dell'arte, Libero professionista del settore culturale, titolare di PAMART - Consulenza e Progettazione culturale

www.pamart.it

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