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Storia e Storie

La tutela come sistema scientifico: il restauro

Scritto da Annamaria Parlato (Redazione), domenica 10 febbraio 2013 11:59:28

Ultimo aggiornamento martedì 12 febbraio 2013 09:16:54

di Annamaria Parlato -Il termine restauro nel suo significato moderno, risale al XVIII secolo, anche se si hanno notizie di interventi attuati su opere d'arte nell'antichità, ma con metodi non conformi alle norme attuali e con risultati piuttosto scadenti. Si è trattato per dirla tutta, di rimaneggiamenti e adattamenti che, non hanno tenuto conto dei criteri di originalità e del valore storico ed estetico delle opere stesse.

Gli antichi greci e i romani si preoccupavano soprattutto della conservazione delle opere d'arte, più che del restauro. Tale preoccupazione si manifestava negli interventi di manutenzione a cui venivano sottoposte le opere d'arte. Sulle opere danneggiate da furti o guerre, vennero effettuate operazioni di tutela conservativa: ad Atene, alla famosa statua crisolefantina di Athena Parthenos, furono rimesse le lamine d'oro del rivestimento che erano state rubate durante la guerra peloponnesiaca.

Da Plinio e Vitruvio si sa che venivano eseguite asportazioni «a massello» di affreschi e che alcune pitture murali così staccate, furono portate da Sparta a Roma.

Nell'alto medioevo, soprattutto a causa delle invasioni barbariche, seguì talvolta il reimpiego o la manipolazione dei materiali di spoglio.

Nell'impero romano d'Oriente molte distruzioni e rifacimenti di opere d'arte furono dovuti all'Iconoclastia, iniziata nel 726 d.C. dall'imperatore Leone III e terminata nell'843 d.C.; dopo la sua fine furono ripristinate numerose decorazioni figurative. Nel basso medioevo i primi interventi di "restauro" su opere d'arte ebbero carattere devozionale: si trattava cioè di rifacimenti che intendevano conservare ed eventualmente aggiornare al nuovo gusto le pie immagini. A Siena sono state trovate ricevute del XIV secolo per lavori di manutenzione su statue e tavole dipinte; in tale periodo, vennero effettuate alcune riparazioni agli affreschi del camposanto di Pisa. Nel XV e nel XVI secolo, sulle opere d'arte dei secoli precedenti furono attuati alcuni interventi caratteristici quali la «sagomatura» dei crocifissi e soprattutto la «riquadratura» dei polittici. Gli affreschi rovinati, venivano di solito sostituiti con nuove pitture (se non erano imbiancati per motivi igienici), ma talvolta furono rifatti, solo perché non rispondevano piu al gusto dell'epoca.

Vi furono però anche esempi di veri e propri restauri, quando cioè si tentò di ripristinare la parte danneggiata nello stesso stile dell'originale: è questo il caso del Buongoverno di Ambrogio Lorenzetti, restaurato nel 1518 da Gerolamo di Benvenuto.

I restauri più numerosi e importanti riguardarono però le statue antiche, i cui frammenti venivano di solito combinati per ottenere nuovi soggetti, ma talvolta furono anche impiegati per ricostituire l'aspetto originale delle sculture interpretandone le parti superstiti. Tali interventi furono spesso effettuati da famosi scultori dell'epoca quali: Donatello, Verrocchio, Cellini e Giacomo della Porta per citarne solo alcuni.

Fra questi restauri il più famoso è indubbiamente quello del Laocoonte (scoperto nel 1506) per il quale furono interpellati, fra gli altri, Jacopo Sansovino e Baccio Bandinelli, che proposero di rifare il braccio mancante del Sacerdote ripiegato com'era in origine. Il Vasari, che è la fonte più importante per conoscere il pensiero sul restauro nel'500, considerava leciti, anzi consigliabili, i restauri sulle statue antiche. Scrisse infatti: «hanno molta più grazia queste anticaglie restaurate che que' tronchi imperfetti e le membra senza capo o in altro modo difettose e monche»; era invece contrario al restauro degli affreschi e dei dipinti più recenti a proposito dei quali scrisse: «sarebbe meglio tenersi alcuna volta le cose fatte da uomini eccellenti piuttosto mezze guaste che farle ritoccare da chi sa meno».

Il grande Tiziano si dice che non fosse favorevole ai restauri pittorici poiché criticò i ritocchi eseguiti da Sebastiano del Piombo sugli affreschi di Raffaello, nelle Logge Vaticane.

Durante il 1500 si cominciò a prendere qualche misura per la conservazione degli affreschi della Cappella Sistina, della cui spolveratura periodica venne incaricato, nel 1543, Francesco Amadori.

Nel Seicento l'evoluzione dei metodi di restauro, fu in gran parte dovuta alla pratica poco corretta di "risistemare alla bene meglio", i quadri per le gallerie private e per il commercio antiquario. Queste pratiche dunque furono criticate da quasi tutti gli scrittori dell'epoca che s'occuparono di cose d'arte come: il Baglioni, il Mancini, il Malvasia e il Baldinucci che, nel suo Vocabolario toscano delle arti del disegno (Firenze 1681), dedicò una voce al restauro e criticò ferocemente gli "interventi grossolani eseguiti alla sua epoca". Fece eccezione il Bellori che, descrivendo i restauri del Maratta, li approvò incondizionatamente e con ragione, poiché in essi sono rispettati i principi fondamentali del restauro moderno. Molti degli interventi di "restauro" attuati nel 1600 furono dovuti al fiorire del mercato antiquariale. Uno dei centri più attivi di questo mercato fu Venezia poiché, i quadri veneti del '500, erano fra i più richiesti dai mercanti d'arte. Alla fine del 1600 si diffuse inoltre la pratica della foderatura necessaria, fra l'altro, per gli ingrandimenti delle tele.

Per quel che riguarda il restauro delle statue antiche sappiamo che vi si cimentarono tutti i più grandi scultori dell'epoca (Bernini, Algardi, Dequesnoy etc.), ma generalmente con scarsa attenzione filologica alle parti originali che venivano ricomposte in fantasiosi pastiches.

L''Illuminismo promosse un nuovo interesse per le operazioni tecniche, vi furono numerose testimonianze scritte sugli interventi di restauro soprattutto a partire dalla seconda metà del XVIII secolo. Agli inizi del secolo risale la tecnica del trasporto della pellicola pittorica da tavola a tela, Questa tecnica ebbe gran seguito e suscitò molto interesse. Alla fine del 1700 le recenti conoscenze chimiche e fisiche vennero applicate allo studio delle tecniche e dei materiali pittorici e, col ritrovamento di Ercolano (nel 1711) e di Pompei (nel 1748), iniziarono le ricerche, che si protrassero fino al nostro secolo, sulla «misteriosa» tecnica dell'encausto. Nel corso del XVIII secolo, infine, la professionalità del restauratore venne pienamente distinta da quella del pittore e, alla fine del secolo, risalgono numerose enunciazioni sul restauro che si possono considerare compiutamente "moderne".

Il Romanticismo portò una maggior cautela negli interventi di pulitura ed un maggior rispetto dell'originalità dell'opera d'arte. Goya, Milizia, Goethe, Delacroix e Ruskin furono fra i maggiori sostenitori di questa nuova tendenza. Il papa Pio VII (1800-1823), promosse campagne di restauro, nominando Vincenzo Camuccini come responsabile delle operazioni; nacque l'interesse per la salvaguardia del patrimonio artistico dovuta in gran parte, alle spogliazioni napoleoniche che colpirono duramente la città di Roma. Il pontefice, dunque, per evitare che questo patrimonio potesse ulteriormente impoverirsi, ripristinò la carica di ispettore generale delle belle arti e chiamò a ricoprirla Antonio Canova. Nel 1802, al fine di migliorare gli strumenti legislativi per la salvaguardia delle opere d'arte, fu emanato dal cardinale Doria Pamphili un editto, perfezionato nel 1820 dal cardinale Pacca, che fu il più completo strumento legislativo per la tutela dei beni artistici apparso fino a quel momento, e costituì il modello per la futura legislazione riguardante le opere d'arte. Infine per 1'importanza e il seguito che ebbero anche in Italia sono da ricordare le opposte teorie sul restauro architettonico di Eugene Viollet-le-Duc (1814-1879) e di John Ruskin (1819-1900). John Ruskin (1819-1900), sociologo, scrittore e critico d'arte inglese fu, come Viollet-le-Duc, uno studioso e un difensore dello stile gotico, ma considerava il problema del restauro con un'ottica completamente diversa, più da letterato che da tecnico. A differenza di Viollet-le-Duc, che credeva possibile porre rimedio ai danni del tempo e dell'uomo, Ruskin sosteneva che un edificio, come un essere vivente, è soggetto ad un'inevitabile fine che non può essere evitata ma solo rimandata di qualche tempo con una limitata e accorta manutenzione. Il Ruskin si scagliava inoltre contro i restauri di ripristino e di completamento, ritenendo illusoria la pretesa di Viollet-le-Duc che il restauratore potesse operare come l'antico artista. L'opera d'arte, secondo Ruskin, appartiene infatti al suo artista e non è lecito ad alcuno travisare lo spirito che 1'autore ha voluto darle. L'opera va quindi tramandata ai posteri nello stato più autentico possibile, anche se dovesse trattarsi solo di un rudere. Il Ruskin infatti piuttosto che considerare un danno il degrado del tempo, riteneva che questo conferisse agli edifici un particolare fascino.

Infine la moderna pratica del restauro delle opere d'arte e dei beni culturali in generale si afferma nel momento in cui l'eredità della tradizione artigianale, si sottopone a controlli più specifici e attenti. Un più stretto legame tra restauro, metodologia critica della storia dell'arte e conoscenza scientifica e tecnica dei principi costitutivi dei materiali delle opere d'arte e delle loro alterazioni nel tempo, è fondamentale per ogni intervento conservativo e di restauro. Il rispetto della consistenza materiale del manufatto artistico, la riconoscibilità e reversibilità dell'intervento sono i principi basilari della moderna teoria del restauro, che sono stati appunto codificati dalla riflessione di Cesare Brandi nella sua opera Teoria del restauro del 1963, e che si ritrovano, nell'esperienza stessa, dell'Istituto Centrale del Restauro. Tali principi, ormai diventati patrimonio comune di quanti operano nel campo della conservazione e del restauro delle opere d'arte, sono stati codificati in una maniera abbastanza solenne in una "Carta del restauro" del 1972, un documento ufficiale che individua per tutte le classi di beni i principi, i metodi, i materiali da usare, per quanto riguarda gli interventi conservativi su opere architettoniche, pittoriche o qualunque altra arte figurativa. I criteri guida che nel campo dei manufatti artistici servono ad individuare una corretta metodologia di intervento sono primo fra tutti il rispetto della autenticità dell'opera, in quanto essa appartiene ad una realtà significativa dal punto di vista dell'espressione storica e anche dal punto di vista dell'esperienza estetica. Questa polarità dell'oggetto artistico, espressione e documento di una particolare realtà della storia, è la condizione ineliminabile di qualsiasi oggetto o manufatto artistico. Un aspetto importante riguarda il nesso con la temporalità storica dell'epoca di produzione dell'opera d'arte. Sono da valutare anche le fondamentali sovrapposizioni temporali che accompagnano inevitabilmente l'ambito d'esistenza dell'oggetto artistico. Nei quadri di S. Luigi dei Francesi di Caravaggio, durante il restauro, si scoprì che la superficie visibile del dipinto in realtà nascondeva strati sottostanti che furono rilevati attraverso un'indagine radiografica. Si vide che esistevano più strati successivi d'elaborazione con vari pentimenti e sovrapposizioni, fino ad arrivare a quella che era la versione definitiva voluta dal Caravaggio. La possibilità tecnicamente realizzabile di riportare in luce quello che era un pensiero iniziale poi modificato dall'autore, sarebbe stato appunto il non rispetto della considerazione del tempo come durata del "processo fattuale" della realizzazione dell'opera. Il restauro deve intervenire soltanto a partire dal momento in cui l'opera è compiuta e definita e non entrare dentro le varie fasi del processo creativo che l'ha prodotta. Ma ancora un altro aspetto fondamentale della storicità dell'opera è quello del tempo che separa la creazione e la sua conclusione dal momento in cui è realizzato l'intervento di restauro. L'opera, durante la sua esistenza, ha chiaramente subito delle modifiche. Il fatto stesso di essere un oggetto materiale ha comportato in modo inevitabile che esso si trasformasse, e dunque si alterasse, in alcune delle sue caratteristiche fisiche. Inoltre le modificazioni delle sue funzioni d'uso, la possibilità di nuove diverse interpretazioni, l'inserimento in contesti diversi dall'originario e quanti altri fattori derivano dall'evolversi nel corso dei secoli delle condizioni strutturali e culturali della società, possono avere determinato mutamenti sensibili, a volte sostanziali, a volte addirittura dei tradimenti del senso originario dell'opera. Quindi il tempo storico aggiunto, quello cioè che separa l'opera dal suo compimento al momento in cui è analizzata e valutata in previsione di un suo restauro, è anch'esso un punto di vista inevitabile e fondamentale nell'ambito della metodologia del restauro.

Il rispetto dell'autenticità dell'opera non può non comportare anche la valutazione della sua molteplice e stratificata storicità. Bisogna considerare con attenzione il contesto in cui l'opera si è tramandata e lo stato reale di conservazione in cui è pervenuta. Ne consegue che le condizioni minime di un restauro debbono consentire il riconoscimento di ogni intervento conservativo e che si realizzi sull'opera, differenziandolo dall'originale e preservando anche la reversibilità dell'intervento stesso.

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