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Storia e Storie

La dolce veglia di Pasqua

Scritto da Antonio Schiavo (Redazione), venerdì 22 aprile 2011 08:19:01

Ultimo aggiornamento giovedì 18 aprile 2019 09:02:34

di Antonio Schiavo

Una volta, manco tanti anni fa, quando venivano "legate" le campane, dalla messa "in coena Domini" fino alla veglia di Pasqua, per le strade di Ravello passava Mastro Andrea che, scuotendo un attrezzo strano (mi pare fosse una specie di raganella), scandiva il mezzodì del venerdì e del sabato santo.

Per i fedeli era, quello, un segnale di mestizia oltre che di invito all'astinenza o addirittura al digiuno in attesa dell'esplosione di gioia quando, tra il suono a distesa delle campane, si "scummigliava" (si scopriva) la Gloria.

Tutte le immagini sacre nelle chiese erano, infatti, coperte da un telo penitenziale viola che veniva rimosso solo durante la messa pasquale.

Per un bambino goloso come me, invece, il passaggio di Mastro Andrea corrispondeva ad un tempo che più lieto non si poteva: avrei trascorso quei due pomeriggi prefestivi nel laboratorio di pasticceria di mio cugino Alfonso.

Quali scherzi può fare la suggestione: l'odore dell'impasto delle pastiere e del fiore d'arancio mi pareva di sentirlo anche da casa e chiaramente, diventava una scia allettante mano a mano che mi avvicinavo all'"Isola del tesoro" di cui Alfonso era il magico custode e il re al tempo stesso.

Paste frolle, canditi, cioccolata per le prime uova artigianali, pecorelle di zucchero, glassa per i casatielli, pan di spagna.

Un mondo incantato di leccornie nel quale ero stato arruolato (o mi ero auto arruolato) come assaggiatore ufficiale.

Era, quindi, mio dovere evadere il delicato compito con alto senso di responsabilità.

Niente mi scappava in quella sorta di Paese delle meraviglie dolciarie, sotto lo sguardo compiaciuto del maestro pasticciere. Ero consapevole del privilegio che mi era concesso di "santificare" la Pasqua con due giorni di anticipo.

Le ore passavano senza che me ne accorgessi e (confesso di malavoglia) lasciavo la pasticceria appena in tempo per la processione di Gesù morto, quando già erano accese le fiammelle dei lampioncini dei battenti e i solisti provavano, per l'ultima volta, il pianto di Maria.

Intorno, frotte di bambini, costretti nei loro vestiti di angioletti, indossati sui cappotti perché, puntualmente, un freddo della malora faceva assomigliare quel venerdì sera, che doveva essere primaverile, ad un giorno di pieno dicembre.

Nonostante il clima, non mancavo ad un'altra visita rituale. No, non erano i Sepolcri ma il bar di Luigi Buonocore che, ogni anno, dal giovedì santo rimetteva mano a fare i gelati.

Tre gusti: cioccolato, crema e limone. Costo del cono: dieci lire.

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