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Storia e Storie

La costruzione del fonte pubblico della Piazza Fontana di Ravello

Scritto da (redazionelda), venerdì 17 novembre 2017 08:20:34

Ultimo aggiornamento venerdì 17 novembre 2017 08:21:39

di Salvatore Amato*

Agli inizi di gennaio del 1813, l'Intendente della Provincia di Principato Citeriore, essendo stato informato sulla necessità della costruzione di un fonte pubblico nel Comune di Ravello per evitare l'utilizzo dell'acqua delle cisterne, ordinava al sindaco, Pietro Maria Fusco, di convocare il Decurionato per deliberarne la realizzazione.

Il consesso civico, riunitosi il 14 febbraio successivo, approvava la somma di 733 ducati, da ricavarsi attraverso un'imposta sulla ‘scorritura' dell'acqua, e decideva la costruzione della fontana da edificarsi nella Pubblica Piazza - l'odierna Piazza Fontana Moresca - nel luogo ove precedentemente insisteva un antico fonte.

L'atto deliberativo era trasmesso dall'Intendente al Ministro dell'Interno che, prima di assumere le proprie determinazioni, richiedeva la predisposizione di una perizia tecnica dei lavori da compiersi. L'incarico era affidato, il 3 giugno 1813, all'ingegnere Matteo D'Amato, che trasmetteva il rapporto il 27 luglio successivo.

La relazione riferiva che Ravello, priva di opere idrauliche, conteneva le acque piovane in particolari ambienti, detti "conserve", dislocati in vari punti dell'impervio territorio e raggiungibili attraverso accidentati sentieri. Nei tempi estivi l'acqua raccolta era soggetta a putrefazione, nuocendo gravemente alla salute della popolazione.

Per ovviare a tali inconvenienti, qualche decennio prima, attraverso la rivendicazione della metà dell'acqua proveniente dalla sorgente nota come Acqua Sambucana, Ravello aveva cominciato a beneficiare dell'acqua sorgiva attraverso un canale di fabbrica di circa quattro chilometri, che confluiva nell'antico fonte, di forma circolare, di cui si vedevano, nel 1813, solo le vestigia, risultando, insieme a buona parte del tracciato, quasi completamente distrutto.

Di qui occorreva ripristinare il tratto di acquedotto per la lunghezza di 5450 palmi, pari a circa 1437 metri, di cui una parte considerevole doveva essere ricostruita interamente di fabbrica col vano di un palmo quadrato e con l'intonaco nella parte interiore.

Nella parte finale dell'acquedotto bisognava realizzare una conserva di fabbrica incavata con vano di tre palmi per ogni lato e con lamiera al di sopra per la depurazione e per unirvi la trafilatura, per condurre l'acqua nel sito individuato.

Il passaggio dell'acqua dalla trafilatura al pubblico fonte doveva avvenire mediante tubi di creta "d'Isca" di diametro di cinque once (circa 11 cm), uniti tra loro con colla di "fontanaro" «secondo le regole che l'arte richiede».

La nuova vasca da realizzarsi nella nuova piazza pubblica, nei termini della perizia compiuta, doveva anzitutto avere un aspetto estetico che ben s'inserisse in quel sito ‘vistoso'. Tenuto conto, però, delle ristrettezze in cui versava il Comune di Ravello, si prevedeva di realizzarla "di figura circolare" con diametro della misura di 20 palmi (circa 5,2 metri), con due scalini all'intorno. Dall'ultimo scalino alla sommità della vasca l'altezza doveva essere di 3 palmi e mezzo (circa 91 cm), mentre, al centro, doveva realizzarsi un cilindro di fabbrica con una vaschetta al di sopra nella forma di un pezzo di ‘astraco' decorato a stucco ove vi zampillava l'acqua. Attorno alla vasca dovevano realizzarsi quattro pilastrini con cannelli di ferro che permettevano all'acqua di riversarsi all'interno della vaschetta e, ovviamente, di servire per l'uso quotidiano degli abitanti.

La spesa prevista per l'esecuzione dei lavori ammontava a 449 ducati e 25 grana, ma dopo un anno non risultava ancora appaltata, perché la municipalità non aveva ancora stabilito il fondo di bilancio sul quale dovesse gravare la spesa. Riunito così il Decurionato, nel giorno 8 settembre 1814, dal sindaco Carmine Manso, si decideva, stante lo stato di deficit del peculio comunale, di recuperare le risorse necessarie dal taglio del bosco detto Chiaito, confinante con Lettere.

Ma la somma che il Comune avrebbe ricavato non sarebbe bastata per la realizzazione della Fontana, per cui, agli inizi del 1815, la municipalità ravellese era invitata a trovare un'altra soluzione. La proposta del consesso civico, riunito il 19 febbraio 1815, prevedeva l'introduzione di una tassa di cinque grana per ogni barile di vino che "s'imbuta", cinque grana per ciascun cantaro d'uva che si "estraeva dal Comune", nonché un'altra tassa per ogni animale vaccino e pecorino.

Nel successivo mese di aprile, il Consiglio d'Intendenza approvava l'espediente trovato per la realizzazione del fonte, ma una serie di ragioni, a partire dalla mancata certezza del recupero delle somme necessarie per la sua costruzione, arenavano ancora l'iter amministrativo. A distanza di due anni, nel 1817, il corpo municipale ravellese ribadiva nuovamente la priorità dell'esecuzione della fontana pubblica, perché essa avrebbe apportato "il maggiore vantaggio, e felicità a'cittadini". La nuova proposta del consesso civico era quella di prevedere un fondo annuo di cinquanta ducati per realizzare l'opera, ma l'Intendenza, l'anno successivo, chiedeva alla municipalità di trovare un altro modo, più sollecito, che permettesse di avere i fondi necessari in almeno due anni, come risultava da una nota del 12 maggio 1818. Ma passò ancora del tempo prima che l'iter per la realizzazione riprendesse, poiché i lavori per la Fontana si conclusero solo dopo il 1825, rappresentando, di fatto, uno degli ultimi interventi preunitari nell'antica pubblica piazza di Ravello.

Nel 1929, infatti, quel luogo cedeva inesorabilmente il posto ad un nuovo spazio pubblico più ampio, l'antico Largo del Vescovado, che sorgeva intorno al simbolo per eccellenza della civitas: la Cattedrale. Dal ricordo di questa nuova piazza, in cui si è consumata e si consuma buona parte della vicenda ravellese da quasi un secolo, nasceva, dieci anni fa, "Il Vescovado", cui formuliamo il non facile augurio di essere autorevole voce critica del territorio, scevra da accomodamenti di sorta, libera e disinteressata, al fine di giungere al supremo valore della libertà della memoria.

*storico, archivista

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