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Storia e Storie

La costruzione del Cimitero di Ravello (1817-1839)

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), venerdì 16 marzo 2012 16:56:51

Ultimo aggiornamento domenica 18 marzo 2012 22:31:42

di Salvatore Amato - Il fondo "Intendenza" dell'Archivio di Stato di Salerno, fonte preziosissima per la storia dei comuni della Provincia durante il periodo francese e borbonico, contiene una "serie" inerente alla costruzione dei "Camposanti" in tutto il territorio salernitano, le cui premesse normative sono riconducibili all'editto napoleonico di Saint Cloud del 1804, esteso al regno d'Italia il 5 settembre 1806.

Nella Provincia di Principato Citra, l'antica distrettuazione del Regno meridionale corrispondente più o meno all'attuale Provincia di Salerno, le prime indagine sull'edificazione dei cimiteri risalgono al 1813, a seguito del disposto del 31 agosto dell'Intendente di Principato Citra, un funzionario che oggi corrisponderebbe, ovviamente con meno poteri, al Prefetto.

Il Decurionato del Comune di Ravello, nella deliberazione del 6 ottobre 1813, stabilì che il luogo idoneo per l'edificazione del Camposanto era la chiesa cadente di San Martino, che si trovava ad una distanza idonea dal centro abitato. Con ogni probabilità non se ne fece nulla e bisognò aspettare, con la restaurazione borbonica del 1816, la legge sui cimiteri dell'11 marzo 1817.

La normativa prevedeva l'ultimazione dei lavori entro il 1820, ma le vicende che interessarono il nostro Comune e le difficoltà connesse al pagamento dei lavori, protrassero la costruzione del cimitero fino al 1839. Come rivela, inoltre, il carteggio tra i Sindaci e l'Intendente, Ravello non aveva alcuna intenzione di investire ducati per la sua costruzione, a causa di urgenze di ben altra portata, di cui è testimonianza emblematica la relazione del 9 ottobre 1819, redatta dell'Incaricato delle Opere Pubbliche dell'Intendenza, Alfonso Gagliardi.

La strade che conducevano a San Martino, Minori, Casamosca, Casabianca, Castiglione, Gradoni e Civita dovevano essere ristrutturate in molti punti; la Cattedrale necessitava di molti interventi, ma non c'erano fondi; mancava pure il carcere, per il quale si ricorreva a quello di Minori, la casa del Regio Giudice, che aveva sede a Scala, e la caserma dei fucilieri.

Non c'erano fontane e bisognava canalizzare l'Acqua Sambucana, non solo per migliorare le condizioni degli abitati, ma per rendere più redditizie le poche attività sulle quali si basava l'economia cittadina: l'industria del vino, la molitura delle olive e l'allevamento. Per tali motivi e per non gravare la popolazione di ulteriori tassazioni, il Sindaco Pietro Fusco aveva suggerito di utilizzare per il seppellimento le chiese non più frequentate di Sant'Andrea del Pendolo e San Martino.

Nonostante le lamentele del consesso locale, l'iter amministrativo per la realizzazione del pubblico cimitero prese avviò nell'ottobre 1817, quando gli incaricati per la designazione del sito, il medico Cosimo Caselli e l'architetto Raffaele D'Amato, insieme al Sindaco e ai Decurioni di Ravello, percorsero il territorio per determinare il luogo idoneo per l'edificazione.

Lo individuarono in una vigna appartenente a Maria Imperato, confinante con la chiesa di S. Martino vecchio. Verificata l'idoneità delle condizioni del terreno, gli incaricati procedettero alla redazione del progetto da sottoporre all'approvazione dell'Ingegnere Provinciale e del Ministero degli Affari Interni di Napoli, che diede parere favorevole il 18 marzo 1818. Il progetto, dal costo totale di 559 ducati e 18 grana, prevedeva di adattare il terreno ad un parallelogrammo lungo 37 e largo 9,22 metri.

L'accesso era garantito attraverso la chiesa di San Martino, tagliando una porzione di muro larga 1,3 e alta 2,6 metri. Infine, il primo solco per la sepoltura dei cadaveri doveva essere lungo 13, profondo 1,82 metri e largo 52 cm. Si procedette così all'appalto dei lavori, mediante avviso pubblico proclamato a voce dall'usciere comunale e affisso nei luoghi pubblici di Ravello e di Salerno.

Nell'agosto 1819 i lavori vennero appaltati ai fratelli Antonio e Luigi Conforti, originari di Calvanico, comune di Fisciano, ma dimoranti a Salerno, che avevano presentato un'offerta a ribasso d'asta del 5%, per cui il prezzo scese a 531 ducati e 23 grana. A metà settembre 1819 cominciarono i lavori, sotto la vigilanza di alcuni ispettori e periti, che non mancarono di constatare alcuni errori nell'esecuzione dell'opera e nei materiali utilizzati. Il Conforti, per "far lavori in economia", aveva poi sottratto alla strada sottostante, quella a est del terreno, una porzione per fare un'aggiunta ad un muro, rendendo angusto e pericoloso il tracciato della via.

I lavori proseguirono per diversi anni, seppure con diverse interruzioni, dovute al mancato pagamento delle somme dovute all'appaltatore, a causa delle difficoltà del bilancio comunale. A ciò si aggiunsero anche altri problemi, quali il pagamento del canone annuo di quattro ducati a Giovanni Mansi, proprietario del terreno cimiteriale, e le lamentele dei manovali assunti per la realizzazione dell'opera, che a causa del mancato pagamento dell'opera non percepivano nulla da diverso tempo.

Nonostante tutte queste difficoltà il cimitero venne terminato agli inizi del 1821 e l'Ingegnere Provinciale, Luigi Sorgente, fu incaricato di preparare la misura finale, per cui il costo totale scese a 452 ducati. Bisognava solo realizzare la porta d'ingresso, in legno di castagno, e il fosso per le sepolture.

Nel 1826 l'opera era stata pagata quasi interamente e nel 1828, con Real Decreto del 12 dicembre, veniva ordinata l'ultimazione dei cimiteri entro l'1 gennaio 1831, nonché la realizzazione delle cappelle cimiteriali, degli alloggi per i custodi e dei luoghi per l'inumazione. Con deliberazione decurionale del 30 aprile del 1829 il Comune di Ravello stabilì di edificare la cappella cimiteriale nella fatiscente chiesa di San Martino, allora appartenente alla Parrocchia di Santa Maria del Lacco, ma la scarsa disponibilità economica e i lunghi tempi di realizzazione portarono il consesso cittadino a differire ulteriormente il termine di apertura del pubblico camposanto e a decidere, nella riunione del 15 gennaio 1839, di destinare temporaneamente a cappella cimiteriale la chiesa di San Trifone.

In quella seduta venne nominato a primo custode l'inserviente comunale Giovanni Mansi e a becchini Pietro Mansi e Giuseppe Conte. Tutto ciò stabilito, il giorno successivo, 16 gennaio, a norma dell'articolo 5 della già ricordata legge sui cimiteri dell'11 marzo 1817, alla presenza del II eletto Saverio Rispoli, si procedette alla chiusura a gesso di tutte le sepolture che erano utilizzate allora a Ravello: le fosse delle chiese e delle cappelle e alcuni orti di pertinenza delle parrocchie, destinati alla sepoltura di coloro che morivano a causa di malattie epidemiche.

Da quel giorno i defunti di Ravello vennero sepolti nel cimitero comunale di San Martino, mentre le tumulazioni vennero praticate per lungo tempo nella cripta della chiesa di Santa Maria a Gradillo. Insomma, a vent'anni dall'inizio dei lavori, il cimitero ravellese apriva le sue porte, dopo enormi difficoltà, incomprensioni e il pessimismo degli amministratori, che più volte lo avevano definito inutile, memori forse della diffidenza del Foscolo, che pure si era chiesto all'inizio de "I sepolcri": "All'ombra de' cipressi e dentro l'urne confortate di pianto è forse il sonno della morte men duro?".

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