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Storia e Storie

La chiesa di Santa Croce a Carpino, vita cristiana ai confini tra Ravello e Minori

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), lunedì 14 marzo 2011 09:31:42

Ultimo aggiornamento martedì 15 marzo 2011 16:31:42

di Salvatore Amato - La chiesa di Santa Croce si trova lungo il percorso che conduce da Torello alla località minorese di Villamena. Il territorio in cui fu edificata era conosciuto dalla fine del XII secolo con il nome di Carpino, forse per la presenza di lecceti e querceti, cui si aggiunsero vigne, cantine e altre abitazioni. È probabile che sia stata eretta nel settore orientale della località, precisamente nel luogo Cannitello di Villa Alba, attestato in alcune vendite e permute degli anni 1281 -1285. Il 13 luglio 1285, infatti, Ruggero della Marra, figlio del regio consigliere di Carlo I d'Angiò Giozzolino, vendeva una proprietà che confinava con la chiesa di Santa Croce. Verosimilmente potrebbe trattarsi della stessa chiesa le cui proprietà, che si estendevano anche alla località Argenzula di Minori, furono interessate nel 1310 da una causa per una servitù di passaggio spettante a Filippo Marcello di Amalfi.

Il rettore della chiesa in quell'anno era l'abate minorese Ambrogio Sannella, rappresentato nella vertenza dal frate ravellese Pietro de Torina. Intanto intorno alla chiesa si creò un piccolo nucleo residenziale formato da case e da orti, mentre i rettori ne accrescevano il patrimonio fondiario. È solo dalla fine del Cinquecento che le notizie sulla chiesa cominciano a essere più chiare e sistematiche. A testimoniarlo sono i verbali delle Visite Pastorali, una fonte di eccezionale livello per la storia dei luoghi di culto cittadini in età moderna. La serie delle Visite ravellesi, rilegate in tre volumi, pur presentando alcune lacune cronologiche, ci permettono di fornire un quadro più esauriente su Santa Croce. Così il 5 ottobre del 1577 il vescovo ravellese Paolo Fusco si reca nella chiesa, che era parrocchiale, e vi trova l'altare maggiore dedicato alla Vergine, con una veneratissima e antichissima immagine della Madonna.

L'altare era dotato di tutti i paramenti necessari alle celebrazioni liturgiche, compresi alcuni candelieri lignei e un osculum pacis, un piatto decorato sulla parte frontale con una scena sacra, che veniva baciata dal sacerdote celebrante la messa e poi offerta al bacio degli altri officianti e dei fedeli. Gli altri altari si presentavano completamente spogli e il campanile aveva due piccole campane. In quel tempo le rendite di cui beneficiava la chiesa provenivano da alcuni terreni censuati e localizzati a Brusara, nella vicina Torello, a Marmorata e ovviamente nel circondario della chiesa. Le messe erano celebrate ogni settimana e il primo di dicembre, nel ricordo della dedicazione. Nei primissimi anni del Seicento avvenne, contro le costituzioni del Concilio di Trento, l'annessione della chiesa di Santa Croce a quella di San Michele Arcangelo di Torello nella persona di Don Geronimo Manso.

Tale situazione venne risolta da Mons. Francesco Benni che, il 12 luglio 1604, stabilì la divisione delle due chiese non mancando di rilevare come l'edificio cominciasse a dare segni di cedimento. Una condizione, aggiunta a quella della povertà, che spinse lo stesso vescovo a unire Santa Croce alle vicine chiese di San Cesario, all'angolo tra la salita del Traglio e la via che porta a S. Pietro, e a San Giovanni alla Costa, costituendole in un'unica realtà parrocchiale.

Lo stato pietoso della struttura si presentò ancora più evidente nel 1612 quando, costatata la pericolosità della fabbrica, fu ordinato di celebrare le messe nelle altre chiese parrocchiali cui Santa Croce era stata annessa. Volendo tuttavia salvare l'edificio, Mons. Benni, in conformità a una costituzione tridentina, ordinò ai parrocchiani di provvedere entro due anni al consolidamento della fabbrica, alla riparazione del tetto e a imbiancare le pareti. Gran parte dei lavori vennero eseguiti e, nel 1617, il nuovo vescovo della diocesi di Ravello - Scala Michele Bonsi costatò che anche gli altari laterali, un tempo denudati, erano decentemente ornati.

Lo stesso presule ordinò al parroco di non far mai mancare ai parrocchiani l'amministrazione sacramentale e la cura pastorale. Una bella descrizione degli anni trenta del Seicento ci presenta la chiesa ben ornata, molto bella, circondata da cancelli di legno e con due grandi lampadari dorati mentre, nel 1643, Mons. Bernardino Panicola suggerì al rettore Tommaso Battimelli di scoprire la veneratissima icona della Vergine nelle grandi solennità e apporre due lumini ai lati. L'altare a sinistra di quello maggiore presentava invece un dipinto raffigurante la Vergine con i Santi Francesco d'Assisi e Antonio da Padova e l'invenzione della Santa Croce. Dopo un ventennio, nella visita pastorale effettuata dal vicario generale Antonio de Panicolis, l'altare maggiore della chiesa appare per la prima volta dedicato alla Santa Croce, mentre quello a lato del Vangelo è detto di Santa Maria degli Angeli o di Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino e associata al ritrovamento della vera Croce.

La chiesa presentava una piccola sacrestia ove erano conservati i paramenti sacri e un calice d'argento dorato e, poiché era nota l'esiguità delle sue rendite, fu unita al semplice beneficio di San Nicola a Carpino, un'antichissima chiesa viciniore. Il beneficiario delle rendite di San Nicola era allora il romano Agapito Colorsi, segretario del cardinale Francesco Barberini e probabilmente molto vicino al vescovo di Ravello Bernardino Panicola. Quest'ultimo, infatti, il 5 novembre 1645 aveva assistito all'ordinazione episcopale del Barberini, presieduta dal cardinale Girolamo Colonna nella basilica di San Pietro. Agli inizi del Settecento fu ordinato il rifacimento dell'altare maggiore e di provvedere ai paramenti necessari. Una grossa lacuna documentaria che va dagli anni trenta del Settecento alla fine del secolo non ci permette di azzardare ipotesi sullo stato della chiesa di Santa Croce nel corso del XVIII secolo.

Sappiamo però, da un fascicolo del 1790, che la chiesa era quasi cadente e sospesa al culto. Il parroco del tempo, Don Domenico Manso, costatando che vi erano molti parrocchiani da curare e che difficilmente potevano raggiungere le altre chiese parrocchiali, richiese alla Curia di poter vendere un lampadario d'argento, donato nel 1652 da Colaniello Manso, per poterne ricavare una somma da destinare al restauro della chiesa. In effetti, secondo la perizia che fece Gaetano Mansi, pubblico capomastro fabbricatore di Ravello, bisognava intervenire urgentemente su alcuni ambienti della chiesa. Occorreva distruggere la cameretta che si trovava sull'atrio, l'atrio stesso e il piano superiore del campanile e fare il solaio con pavimento grezzo.

La spesa occorrente, tenendo conto che una certa quantità di calce era stata già portata in loco dal parroco, ammontava tra i 25 e i 30 ducati. Questi interventi vennero sicuramente realizzati e, in alcune descrizioni dell'Ottocento, quelle del manoscritto Pisacane del 1855 e di Mons. Luigi Mansi nel 1887, la chiesa appare di modeste dimensioni, con piccolo atrio, una sacrestia e una sola campana collocata in un arco, mentre tra i benefattori ricordiamo anche il minorese Carlo De Iuliis, ricordato da un'iscrizione in marmo del 1935. Con la riduzione del numero delle parrocchie ravellesi, avvenuta nel 1812, la chiesa di Santa Croce finì nella giurisdizione della parrocchia di S. Michele Arcangelo di Torello e così si presentava alla fine del XIX secolo.

La cura materiale del luogo, però, era tenuta dalla famiglia Camera di Minori che vi celebrava la festa dell'Invenzione della Croce il 3 maggio, ricorrenza commemorata fino a pochi anni fa e che andrebbe vivamente ripristinata. Sarebbe un'occasione non solo di mero ricordo di una pratica secolare, ma la memoria di una comunità cristiana e del suo vissuto quotidiano ai confini tra Ravello e Minori.

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