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Storia e Storie

La Cappella di Sant' Agnello al Traglio a Ravello

Scritto da Salvatore Amato (redazione), domenica 6 maggio 2012 10:05:57

Ultimo aggiornamento giovedì 15 aprile 2021 19:11:47

di Salvatore Amato

Lungo la strada che da San Giovanni alla Costa porta a Crocelle, e precisamente all'inizio della discesa del Traglio, è possibile scorgere ancora oggi le vestigia di un'antica cappella privata, dedicata a Sant'Angello, edificata agli inizi del Seicento nelle proprietà che Vincenzo Manso lasciò in eredità a suo figlio Geronimo, primicerio del Capitolo della Cattedrale di Ravello e parroco di San Michele Arcangelo di Torello.

L'atto di dotazione, che ne sanciva canonicamente l'esistenza, venne formalizzato il 2 novembre 1601 nel Palazzo Vescovile di Ravello dinanzi al vescovo Antonio Franchi e al notaio ravellese Emilio Mandina, che in quegli anni ricopriva l'incarico di "attuario" di curia. L'accesso, come è possibile constatare ancora oggi, si trovava sul lato della via pubblica ed era garantito da un cancello di legno con porta.

Il fondatore s'impegnò a fornire il luogo di culto di tutte le suppellettili necessarie per le celebrazioni delle messe, calice, patena, camice, stola, pianeta, manipolo e messali, e a dotarlo di diciotto ducati e sedici carlini annui, con la facoltà per lui e per i suoi successori "masculini generis" di nominare il cappellano, il cosiddetto "jus presentandi".

Questi avrebbe beneficiato di una rendita di sedici ducati all'anno, garantiti su case e orti posti nelle vicinanze della cappella, e avrebbe dovuto celebrare tre messe la settimana e nella festa della Natività della B.V. Maria, l'8 settembre di ogni anno. Don Geronimo aveva poi fatto realizzare un dipinto, collocato sull'altare principale, raffigurante la Vergine al centro e ai lati i Santi Agnello e Lucia.

L'elenco dettagliato delle suppellettili è descritto anche nel verbale della Visita Pastorale compiuta dallo stesso vescovo Franchi il 15 giugno 1602. In quell'occasione, a seguito della richiesta dei compatroni, furono trasferiti alla Cappella gli oneri e le entrate provenienti dall'altare di Sant'Agnello, esistente nella vicina chiesa di San Giovanni alla Costa, fondato dallo stesso Geronimo e dai fratelli Nardoluca e Cesare, e del quale veniva ordinata la demolizione.

Dopo la morte di D. Geronimo, gli amministratori nominarono a cappellano Don Domenico Mandina, ricordato nella Seconda Visita Pastorale del vescovo Michele Bonsi del 24 settembre 1621. L'edificio si presentava in ottime condizioni ed era dotato di tutto il necessario per la soddisfazione delle messe disposte dal fondatore e nel medesimo stato si conservò anche sotto l'episcopato di Onofrio del Verme, che la visitò il 30 gennaio 1636, e nei primi anni del suo successore, Bernardino Panicola, recatosi a Sant'Agnello nel settembre 1643.

Il presule di Montecelio, oltre a notare il decoro e le buone condizioni del luogo di culto, ordinò al cappellano pro-tempore, Domenico Mandina, di provvedere, entro tre mesi, all'acquisto di una nuova tovaglia per l'altare e di due pianete, nera e bianca, sotto la pena di quindici libbre di cera bianca. Vent'anni dopo, nel 1665, nel corso della Visita compiuta da Antonio Sau de Panicolis, "Generalis Visitator", appare come cappellano Antonio Magnettola, discendente di una famiglia napoletana giunta a Ravello agli inizi del Seicento, e che aveva beni e proprietà a Torello, di cui rimane il ricordo ancora oggi.

Don Antonio rinunciò all'incarico perché si trasferì a Minori e venne aggregato al Capitolo della Cattedrale di Santa Trofimena. Nel periodo che aveva preceduto la rinuncia, il cappellano non aveva adempiuto agli oneri previsti dalla fondazione, inducendo nel 1661 il vescovo di Lettere Onofrio De Ponte, Visitatore Apostolico, a sequestrare le rendite della Cappella.

Dopo qualche anno, per sopperire all'assenza del Magnettola e in attesa della nomina del nuovo cappellano, le messe vennero officiate temporaneamente dal vicario generale della Diocesi di Ravello, Crispino Battimelli, divenuto maestro del Monte de'Maritaggi, un istituto di credito che lo stesso Don Girolamo aveva annesso alla Cappella, con lo scopo di aiutare le "donzelle" bisognose della famiglia Manso.

La situazione si ristabilì dopo il 1665 con la nomina a cappellano di D. Pantaleone Sammarco, al quale subentrò, nel 1710, D. Gennaro D'Amato. In quell'anno, stando al verbale della Visita del Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi, la chiesa si trovava in pessime condizioni e priva di gran parte delle suppellettili liturgiche, per cui fu ordinato agli amministratori del Monte di provvedere alle necessità del luogo, minacciando la sospensione al culto dell'altare e il trasferimento delle rendite in quello di Santa Maria Vetrana, nella Cattedrale di Ravello.

La vita della cappella era destinata lentamente alla fine e a distanza di otto anni, nel 1718, anche il dipinto dell'altare, un tempo definito "satis pulcher", aveva bisogno di restauri e il vescovo Guerriero ordinò che le messe gravanti sul beneficio si celebrassero nella vicina chiesa di San Giovanni alla Costa. Neanche la minaccia di privazione del diritto di patronato indusse i compatroni della cappella a provvedere al restauro e nel 1733 fu confermata la sospensione al culto.

Il vescovo Santoro tentò per l'ultima volta di obbligare la famiglia Manso, nelle persone di Domenico Antonio, Francesco e Antonio, a riportare la cappella al pristino stato. Non sappiamo se e in che misura gli interventi furono effettuati, ma nel 1759, a seguito della morte di Don Gennaro d'Amato, venne nominato a nuovo cappellano Don Saverio d'Amato, fratello del notaio Giuseppe e nel 1770, secondo la relazione del parroco di San Giovanni alla Costa, Angelo Antonio Manso, la Cappella di Sant'Aniello era officiata da Don Giuseppe Prota, figlio di Agostino e di Crescenza Manso.

Notizie sulla sua esistenza si hanno ancora, tra la fine del Settecento e gli inizi dell'Ottocento, in "rivele" ed elenchi di luoghi pii, frequentemente richiesti dalle autorità ministeriali e provinciali durante il Decennio Francese. Nel corso del XIX secolo l'edificio crollò e l'unica testimonianza del passato, una lapide collocata sull'architrave a metà del Seicento, ricordava che il "R(everndus) D(ominus) Hieronimus Mansus prim(icerius) Ravell(ensis) Eccl(esiae) hanc Divo Anello in jus patronatus masculini generis fundavit et dotavit de annuo censu ducatorum decem et octo, tar(eni) unius cum onere celebrationis missarum trium quilibet hebdomada pro eius anima, et suorum parentorum ac etiam unius misse cantate in festo Nativitatis Beatae Marie Virginis. Anno Domini MDCI".

L'iscrizione fu vista per l'ultima volta dallo storico Luigi Mansi, che ne trascrisse il contenuto nella sua "Ravello Sacra-Monumentale" del 1887. Con la perdita della lapide scomparve anche l'ultima traccia della piccola Cappella, uno dei tanti tasselli del grande patrimonio devozionale ravellese dell'età moderna, del quale siamo divenuti eredi poco attenti, forse distratti da un'altra storia, che non può essere, come ha scritto Benedetto Croce, "quella a cui abbiamo offerto il teatro, ma l'altra, grande o piccola che fosse, che si svolse nella nostra coscienza e nei nostri travagli, nelle nostre menti e nei nostri cuori, opera della nostra volontà".

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