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Storia e Storie

La Badia della S.S. Trinità di Cava de' Tirreni e la Repubblica Marinara di Amalfi

Scritto da Giuseppe Gargano (Redazione), lunedì 19 dicembre 2011 15:00:06

Ultimo aggiornamento mercoledì 21 dicembre 2011 10:47:35

di Giuseppe Gargano - Il monachesimo si diffuse nel territorio amalfitano nei secoli dell'Alto Medioevo, mediante le fondazioni benedettine soprattutto e, in qualche caso, anche con insediamenti basiliani.

Già la celebre lettera di papa Gregorio Magno del 596, con la quale richiamava il vescovo di Amalfi a risiedere stabilmente nella sua sede e a non vagare per "diversi luoghi", fa riferimento ad un cenobio della zona, nel quale il pontefice minaccia di far rinchiudere il presule se non avesse ottemperato ai suoi ordini.

Ad ogni modo, il più antico monastero benedettino maschile attestato dalle fonti documentarie nell'area territoriale della repubblica marinara di Amalfi è di certo quello dedicato ai Ss. Benedetto e Scolastica, quindi ai diretti fondatori dell'ordine.

Esso si trovava a Tavernata, nella giurisdizione di Scala, occupando una posizione strategica sulla Via Stabiana, che collegava i centri della costa con il territorio stabiano. L'analisi dei suoi ruderi e delle cronache medievali ha permesso di stabilire che con ogni probabilità il monastero fu fondato allo scorrere del IX secolo, forse dal prefetto della repubblica Mansone Fusile, che verso il 913 lasciò il potere per trascorrere ivi gli ultimi giorni che gli restavano da vivere.

Nella seconda parte del X secolo si verificò un'autentica esplosione per quanto riguarda la fondazione di numerosi cenobi benedettini nel contesto dell'archidiocesi: come funghi gli insediamenti monastici spuntarono in ogni parte del territorio, sui monti come lungo i litorali. L'artefice principale di questa rivoluzione religiosa, che determinò una costellazione monastica nell'area amalfitana, fu il duca Mansone I, colui che nel 987 ottenne dal Vaticano l'elevazione della Chiesa amalfitana a rango archiepiscopale e metropolitico e che ingrandì la cattedrale primitiva di un'altra basilica con tre navate.

Così, commosso dalla profonda devozione di numerose fanciulle che lasciavano le loro dimore per frequentare le chiese della città, decise di fondare a proprie spese il monastero benedettino di S. Lorenzo del Piano nel 980, intorno ai cui ruderi nel 1852 fu costruito il monumentale cimitero di Amalfi. Nel contempo il monaco Leone Scaticampolo edificava, in una grotta sopra Atrani, il cenobio maschile dei Ss. Cirico e Giulitta, pochi mesi prima di essere eletto primo arcivescovo amalfitano. Egli, da presule, realizzava, più tardi, il monastero di S. Simeone ad Atrani.

Intanto sin dal 988 è testimoniato il cenobio maschile dei Ss. Maria e Benedetto di Erchie, collocato a poca distanza dalla grotta marina Cauche, toponimo che ricorderebbe la classica fatica erculea contro il mostro Cauco.

Tra il 993 e il 1021 nell'ambito del castello di Pogerola veniva costruito il monastero femminile di S. Sebastiano, intitolato ad un santo militare che ben si confaceva ad una fortificazione.

Negli anni di passaggio dal X ai primissimi dell'XI secolo nascevano nella parte interna di Atrani e sotto Pontone il monastero femminile di S. Maria de Funtanella, a Ravello quello maschile di S. Trifone, a Scala forse quello di S. Maria de Aquabona e presso il litorale di Positano l'altro intitolato ai Ss. Maria e Vito, i cui monaci avrebbero costituito un feudo in quel sito abitato dallo sviluppo verticale.

Nel contesto di questa galassia benedettina andò ad inserirsi il complesso orientale di S. Maria de Olearia di Maiori, che qualche secolo più tardi passò sotto la giurisdizione della Badia di Cava de' Tirreni.

Durante l'XI e il XII secolo si verificò una seconda ondata per quanto concerne la nascita di insediamenti benedettini nell'area amalfitana: le fonti ricordano quelli urbani di Amalfi di S. Nicola de Campo e di S. Basilio, gli atranesi di S. Tommaso, S. Giorgio, S. Michele Arc. a Mare, gli scalesi di S. Giuliano e di S. Cataldo, i ravellesi della SS. Trinità e di S. Maria di Castiglione, S. Michele de Duliaria a Tramonti, S. Salvatore de Cospidi ad Agerola.

Ma la devozione religiosa amalfitana, di chiaro stampo benedettino, non si arrestò tra gli angusti confini della patria: infatti, gli amalfitani edificarono cenobi in vari luoghi del Mediterraneo. I più importanti furono certamente S. Maria Latina e S. Maria Maddalena di Gerusalemme, S. Maria Latina e S. Salvatore di Costantinopoli, S. Maria del Monte Athos in Grecia.

I dinasti del confinante principato di Salerno, sempre tra X ed XI secolo, si diedero anch'essi da fare al fine di promuovere la diffusione nel loro territorio di complessi monastici benedettini; questi avanzarono dalla stessa città longobarda, espandendosi fino alla Lucania, dove contrastarono la presenza degli insediamenti basiliani risalenti ad alcuni secoli prima.

Nell'ultimo quarto del X secolo il principe di Salerno inviò il nobile Alferio Pappacarbone quale suo legato presso l'imperatore di Germania, affinchè questi gli inviasse aiuti militari per fronteggiare la revanche bizantina. Nel corso del lungo viaggio l'ambasciatore si ammalò gravemente; fu accolto nel monastero di S. Michele di Chiusa ed accudito dai monaci. Durante la malattia egli fece un voto: se si fosse guarito, si sarebbe fatto monaco.

Avvenuta miracolosamente la guarigione, egli decise di prendere i voti nel famoso cenobio di Cluny, abbazia della Borgogna fondata nel 910, dove era stata prodotta un'importante riforma della regola benedettina. Così Alferio nel 991 lasciava la vita secolare per intraprendere quella monastica.

Alcuni anni più tardi il principe Guaimario III lo richiamò a Salerno per affidargli la fondazione di un monastero in un luogo non distante dalla città. Pertanto, egli si stabilì con altri due monaci nella grotta Arsicia, situata nell'Actus Metelianus, una zona del principato salernitano che comprendeva le aree della futura Cava de' Tirreni e di Vietri sul Mare. Questa località traeva la sua denominazione dalla famiglia romana dei Metelli, che ivi avevano una villa.

Partendo da quella grotta, iniziò la fondazione di un grande complesso monastico maschile benedettino, destinato a far concorrenza a Montecassino nel Meridione d'Italia. Per la costruzione furono forse impiegati i materiali di spoglio provenienti dai resti della predetta villa romana. La fondazione del cenobio avvenne, secondo la tradizione, nel 1011; di certo esso appare ufficialmente nei documenti a partire dal 1025. Intorno ad esso si sviluppò gradualmente un villaggio, che prese poi il nome di Corpo di Cava.
Alferio Pappacarbone apparteneva ad una famiglia atranese trasferitasi a Salerno al tempo del principe Sicardo; essa faceva parte della colonia atranese che occupava circa un sesto dell'area urbana con la chiesa di S. Trofimena, primitiva protettrice di tutti gli amalfitani.

Questi atranesi erano molto influenti nella società salernitana, distinguendosi dagli abitanti longobardi per la loro ferma tradizione giuridica romana. Nelle fonti diplomatiche salernitane superstiti, consevate presso l'archivio della Badia di Cava, almeno in una carta su tre compare un atranese di Salerno. La prova dell'origine atranese di Alferio, il cui onomastico era il diminutivo del germanico "Adelferio" (= aquila di montagna), è contenuta in un atto del 1063 (CDC VIII, pp. 252 ss., n. MCCCLVIII), nel quale viene testualmente affermato: «...in loco Metiliano...ballone per quod fluit aqua que Draguntiu dicitur...fideiussorem posuit Iohannem qui Pappacarbonem dicitur filium quondam Marini atrianensi...».

Dall'analisi di questo documento si desume pure che la sua famiglia doveva essere proprietaria dell'area dove era situata la grotta Arsicia, nucleo principale della fondazione monastica che il fondatore volle intitolare alla SS. Trinità. D'altronde il territorio di Vietri sul Mare era in gran parte di proprietà degli atranesi di Salerno; inoltre, la chiesa di S. Giovanni fu rifondata proprio da questi ultimi, come pure quella di S. Pietro della vicina Cetara.

L'origine atranese di Alferio Pappacarbone, la cui genitrice dovette, comunque, essere una salernitana longobarda, si sposa con la sua vocazione diplomatica, caratteristica degli amalfitani di quell'epoca.

Tra i monaci che ebbero grande fama nel corso dell'XI secolo, allievi del glorioso S. Alferio, vi fu anche Desiderio, il quale divenne dapprima abate di Montecassino e poi papa con il nome di Vittore III. Nel 1065, quando era ancora abate cassinese, Desiderio si recò ad Amalfi per acquistare stoffe di seta di tre colori (triblatton) ed oggetti di oreficeria sacra. Qui vide le porte di bronzo della cattedrale, donate nel 1057 dal ricco e nobile mercante Pantaleone de Comite Maurone, per cui ne commissionò di simili per la costruenda basilica di Montecassino; nel 1071 le valve bronzee fuse e scolpite a Costantinopoli furono ivi portate da Mauro, padre del predetto Pantaleone, che con l'occasione vestì l'abito monastico.

Il rapporto tra l'abbazia della SS. Trinità di Cava e gli atranesi di Salerno fu particolarmente proficuo: nel porto di Fondi, situato tra Cetara e Vietri, ora sommerso nel mare, i monaci tenevano proprie navi ed imbarcazioni per traffici ed attività ittica; capitani e marinai di questi navigli erano tutti atranesi salernitani. Nell'archivio della Badia si conserva una testimonianza di collegamento tra la navigazione di tali scafi e il loro orientamento: nel Codice Beda 3, attribuibile alla metà dell'XI secolo, è riportata, disegnata su pergamena, una rosa con dodici venti, raffigurati da altrettanti angeli in atto di soffiare intorno ad una coppia umana rappresentante il sole e la luna, cioè il dì e la notte.

Agli inizi del XIV secolo fece la sua apparizione ad Amalfi, e forse ancor prima a Positano, un signum novum, atque insolitum per la bandiera della flotta: la bussola nautica, affiancata da otto ali bianche, simboli dei venti principali, e collocata in un campo troncato di bianco e di nero, richiamanti proprio il dì e la notte.
L'intensa relazione esistente tra i monaci della SS. Trinità e gli atranesi si estese anche all'intera nazione amalfitana.

L'abate Leone intercedette, nel corso della guerra condotta contro Amalfi tra il 1067 e il 1073 da Gisulfo II , presso il principe salernitano a favore della liberazione degli amalfitani che questi aveva rinchiuso nella Turris Major sopra la città. Non riuscì, purtroppo, a salvare la giovane vita di Mauro, rampollo di Mauro de Comite Maurone, che Gisulfo, dopo averlo fatto barbaramente torturare, lo fece annegare in mare.

I dinasti di Amalfi furono in ottimi rapporti con gli abati cavesi: nel 1068 il duca Giovanni II lasciò per testamento alla SS. Trinità la sua veste clamidale, cioè parte dell'abbigliamento ducale che si allacciava sul lato mediante un fibula aurea; nel 1076 l'ex-duca Guaimario, figlio di Mansone II, trovò rifugio in quell'abbazia insieme ai suoi fratelli per sfuggire alla cattura da parte dei soldati del normanno Roberto il Giscardo, diventato ormai signore di Salerno e di Amalfi.

Padre Matteo Cerasuoli ha dimostrato che monaci provenienti dalla Badia di Cava entrarono a far parte del monastero amalfitano di S. Maria Latina a Gerusalemme. In seguito alcuni di essi, esperti in medicina, come lo erano i loro confratelli amalfitani e principalmente Lorenzo d'Amalfi, secondo arcivescovo della città marinara e maestro di Gregorio VII, servirono presso l'ospedale di S. Giovanni, fondato accanto al S. Sepolcro da Mauro de Comite Maurone tra il 1063 e il 1071.

Furono essi compagni di quel Gerardo Sasso di Scala, priore del nosocomio, che verso il 1084 aveva realizzato un attiguo xenodochium per accogliere i pellegrini in visita al sepolcro di Cristo. Emulando i loro confratelli amalfitani e cavesi del Monte Athos, che fortificarono il loro monastero al tempo dello scisma, questi assunsero anche l'uso difensivo e protettivo delle armi, seguendo la santa religione gerosolimitana del Beato fra' Gerardo e giurando fedeltà alla croce ottagona già emblema della repubblica marinara di Amalfi ed ora, bianca in campo nero, colore dei benedettini e forte richiamo alla predisposizione verso il prossimo, simbolo della tuitio fidei e della defensio pauperum.

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