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Storia e Storie

L'antica chiesa di Santa Maria della Pomice in Ravello

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), martedì 1 luglio 2014 10:43:21

Ultimo aggiornamento martedì 1 luglio 2014 10:43:21

di Salvatore Amato - A partire dal X secolo, nella zona più interna del versante orientale di Ravello, compare nella documentazione una località, chiamata Sabuco, il cui nome deriverebbe dalle piante di sambuco, utilizzate soprattutto come siepi di delimitazione tra le proprietà terriere. L'area presentava una fitta vegetazione, in gran parte costituita da castagneti, inserteti, querceti, selve e frutteti, nonché dall'esistenza di diverse sorgenti, come Aqua Fliba e Aqua Sabucana, quest'ultima al confine con Tramonti. All'interno di questo vasto territorio si trovavano diversi insediamenti, tra cui quello di Ponte Magno, che al suo interno comprendeva il casale detto la Pumice o Pomice. Tale denominazione deriverebbe da un tipo di roccia magmatica molto leggera, la pomice appunto, abbondante in Costiera Amalfitana, e utilizzata specialmente nella composizione delle malte.

La prima attestazione della località Pumice di Sambuco è in una pergamena del 998, il più antico documento originale ravellese, attualmente conservata nell'Archivio Vescovile di Ravello. Da essa è possibile avere una chiara descrizione del territorio, composto da vigneti, castagneti, campi, selve, frutteti, nonché da case coloniche e ambienti per la vinificazione. Fu proprio la coltura della vite ad avere la massima diffusione agli inizi dell'XI secolo, quale risultato di un'intensa attività di colonizzazione, attuata da alcune famiglie autoctone, come, nel caso della località Pumice, dai de Maurone [3] . All'interno dei casali, dove lavoravano e vivevano famiglie contadine, iniziarono a sorgere alcuni edifici di culto, spesso di fondazione privata, come avvenne presumibilmente anche per la chiesa di Santa Maria della Pumice o Pomice, sulla quale, agli inizi del XIII secolo, esisteva un diritto di patronato della famiglia atranese dei Cappasanta [4] .

Nei primi decenni del XIII secolo, Tommaso Cappasanta vantava sulla chiesa un credito di 60 uova, che annualmente percepiva a Pasqua e a Natale. Non essendo state riscosse le annualità per diversi decenni, nel 1232 il debito aumentò a circa 1200 uova. Esasperato da tale situazione e per porre un argine all'ingerenza dei porzionari o consorti dei luoghi di culto su cui gravavano questi enormi oneri, il Vescovo di Ravello, Pietro de Plano, richiese l'intervento del pontefice Gregorio IX, che, con breve del 5 ottobre 1232, affidò la vertenza al vescovo di Troia Gregorio.

La sentenza del primo agosto 1235, emanata da Guardia Lombardi, si pronunciò a favore delle chiese ravellesi, che ottennero la piena libertà nei confronti dei loro "patroni" e il condono del grosso debito.

Alla fine del Duecento, risale, presumibilmente, anche la decorazione absidale, che culminava con l'affresco del Cristo Pantocratore, cioè "Signore di tutte le cose", paragonato da Angiola Maria Romanini, una delle massime studiose di Storia dell'Arte Medievale del Novecento, alla qualità esecutiva del «secondo maestro del Duomo di Anagni» . Lucinia Speciale, invece, proponendo come fase di realizzazione la seconda metà del XIII secolo, associava l'affresco ravellese a quelli della cappella funeraria dell'abbazia di S. Maria de Ferraria, presso Vairano Patenora, nel casertano, oppure a quelli duecenteschi del Chiostro amalfitano del Paradiso. Dal quadro fin qui delineato risulta che la chiesa di Santa Maria della Pomice, dal punto di vista canonico, era un beneficio ecclesiastico senza cura d'anime, concesso molto spesso dalla Santa Sede a sacerdoti di diverse diocesi, italiane e straniere, come avvenne nel 1324 per Guglielmo de Ferraria, canonico della cattedrale francese di San Gaugerico, in Diocesi di Cambrai. Nel documento pontificio si fa menzione anche di altre chiese ravellesi, come quelle di San Vito di Sambuco, di San Nicola a Bivaro, di Santa Maria de Factirossis e dell'Annunziata, le cui rendite ascendevano a trenta fiorini.

Notizie più precise e frequenti su Santa Maria della Pomice cominciano ad aversi dal 1577, anno della Visita Pastorale del vescovo ravellese Paolo Fusco, che si recò a Sambuco il 26 novembre, visitando la piccola chiesa, di cui era beneficiario il sacerdote Vito Antonio de Mandina. Il verbale riferisce che la festa si celebrava il 17 di agosto, poi spostata dal 1612 alla domenica tra l'ottava dell'Assunzione, e in quel giorno il popolo di Ravello, con grande devozione, accorreva verso quel luogo, a ricordo di un evento miracoloso operato per mezzo dell'intercessione della Vergine della Pomice, presso la quale i fedeli si rivolsero nel tempo delle piogge torrenziali chiedendo il ritorno del clima sereno. Per tale motivo, dal 1577 al 1579, papa Gregorio XIII concesse la celebrazione di uno speciale giubileo per il giorno della festa di Santa Maria della Pomice. Nel corso della visita, il presule ravellese visitò anche l'altare, che trovò spoglio, e alle spalle del quale era affrescato il Cristo Pantocratore, altarem unum cum imagine Salvatoris depicta in pariete. Vi era anche un dipinto su tavola raffigurante la Vergine Maria, quasi del tutto rovinato, e una croce di ferro. Al beneficiario veniva ordinata la riparazione del tetto e il rifacimento del dipinto. Alla fine del Cinquecento, il patrimonio mobiliare e immobiliare della chiesa era costituito da censi annui, gravanti su terreni, case, e castagneti situati a Campo, nel luogo detto li libertinii, e accanto alla chiesa, con annesso bosco. Quest'ultima proprietà versava in condizioni rovinose, aggravate dai continui incendi dolosi, per cui Don Vito Antonio richiese al vescovo Paolo Fusco la possibilità di concederla in enfiteusi a Cosma Mandina, che poteva usufruire anche di una antica casa con cisterna lì presente, lasciando alla chiesa il libero godimento del cortile antistante. Agli inizi del Seicento, il nuovo beneficiario di Santa Maria della Pomice era Don Fabio D'Agostino, al quale fu ordinato di apporre un telo colorato sul dipinto della Vergine e una tovaglia decente sull'altare.

Alla morte di D. Fabio D'Agostino, agli inizi del 1608, il vescovo della Diocesi Ravello-Scala, Francesco Benni, univa alla Parrocchia di Santa Maria del Lacco i benefici di Santa Maria della Pomice, San Vito di Sambuco, San Giorgio alla Pendola, Santa Caterina del Lacco, Sant' Aniello alla Marina, Sant' Eustachio al Petrito, San Salvatore de Sabuco - in località Cigliano - e la quarta parte di San Bartolomeo del Toro; decisione suggellata dall'atto notarile del 23 marzo 1608, rogato dal Notaio Emilio Mandina.

Nello stesso anno, la seconda Visita Pastorale del vescovo Benni confermava le prescrizioni precedenti, cioè di provvedere al panno per coprire il dipinto e alla tovaglia per l'altare, e ciò fu ribadito anche nel 1610. In quell'occasione, fu ordinato al beneficiato, D. Francesco Bonito, di tenere ben chiusa la chiesa durante la settimana e di aprirla solo la domenica e nei giorni festivi, onde evitare che di notte potessero dormirvi all'interno. A metà del Seicento, la chiesa appariva ben ornata e munita di molti paramenti, conservati presso l'amministrazione laicale del luogo, i cui governatori (magistri) erano Giovanni de Domenico e Gennaro de Manso, e che probabilmente curava anche le due feste annue che allora si celebravano in onore della Vergine, la prima nell'Ottava di Pasqua, la seconda ad agosto. Un inventario di fine secolo, che appare a margine del verbale della Visita Pastorale del 1694, effettuata dal vescovo Luigi Capuano, annoverava tra gli oggetti preziosi della chiesa tre lampade d'argento e due corone dello stesso materiale, applicate al dipinto, all'altezza delle teste della Vergine e del Bambino.

Agli inizi del Settecento erano in corso i lavori di rifacimento del tetto, per cui le tavole occorrenti erano conservate nella sacrestia, creando non pochi problemi al decoro del luogo. Il 30 settembre 1710, il Vescovo Perrimezzi ordinava la rimozione delle tavole e il completamento dei lavori entro due mesi, nonché l'apposizione di un cancello doppio per la finestra al di sopra della porta d'ingresso. La preoccupazione maggiore per i rettori della chiesa era lo sfruttamento delle grosse selve di proprietà, situate accanto all'edificio e a Grotta di Campo, che rischiavano di essere rovinate dagli animali. Nel 1721, il nuovo Parroco di Santa Maria del Lacco, Don Natale Capezza, chiese al vescovo di Ravello l'assenso per poterle locare per diciotto anni al medico, allora detto dottore fisico, Felice Coppola. Nel 1763, invece, poiché la chiesa parrocchiale di Santa Maria del Lacco necessitava di urgenti lavori di restauro, a causa delle tenuità delle rendite, il parroco pro tempore, D. Romualdo Guerrasio, fu costretto a vendere tre lampade d'argento della chiesa di Santa Maria della Pomice, ricavandone 50 ducati, il cui residuo fu reimpiegato per l'acquisto di suppellettili.

A cura dello stesso Don Romualdo, tra il 1744 e il 1770, furono eseguiti i lavori di manutenzione della cappella, «perché da me si ci è speso molto e ridotta altresì allo stato presente», e la costruzione di un'abitazione per un eremita che aveva scelto la vita contemplativa presso quel luogo.

La notizia compare in una relazione del 1770, che ci informa dettagliatamente anche sulle dimensioni della chiesa, lunga 13,60 e larga 4 metri, e contenente due altari, l'uno dedicato alla Vergine, l'altro al SS. Crocifisso. La devozione per la Vergine della Pomice, intanto, aveva valicato i confini ravellesi, come attestavano il legato di Teresa Colucci, che nel 1743 donava tre appezzamenti di terra con alberi di carrube, situati alla Marina, sopra la località Castiglione, con l'onere di celebrare otto messe annue in onore della Madonna, oppure la festa in Suo onore, organizzata a settembre, nella domenica dopo la Natività della Beata Vergine Maria, dalla famiglia Iannelli di Minori.

Per tale occasione, Benedetto XIV concesse, con breve del 6 giugno 1749, l'indulgenza plenaria ai fedeli che avessero visitata la chiesa, mentre, due anni dopo, lo stesso pontefice ne accordò un'altra per la Commemorazione dei Defunti fino all'Ottava, e in un giorno di ogni settimana da designarsi dall'Ordinario a chiunque avesse celebrato messa per i defunti stessi. Nel corso dell'Ottocento, la chiesa fu visitata, nel 1874, da Don Paolino Pansa, durante la Visita Pastorale dell'Arcivescovo di Amalfi Francesco Majorsini, che non vi si recò perché molto distante dal centro e situata in luogo alpestre. Il verbale, vergato dal Segretario Don Salvatore Porpora, si limitava a confermare la discreta tenuta del luogo di culto, mentre si ordinava di coprire la pietra d'altare con tela cerata. Nel 1880, da una "rivela" (relazione) redatta dal Parroco di Santa Maria del Lacco Pantaleone Mansi, e allegata ai verbali della Visita di Majorsini, sappiamo che Santa Maria della Pomice «era ben tenuta a spese e divozione de' fedeli di quei contorni. Si celebra la messa ne' giorni festivi colla limosina che contribuiscono i fedeli, e n'è Cappellano il Canonico D. Giacomo Mansi»; aggiungeva, poi, che, in occasione della festa, celebrata come ricordato la Domenica in Albis, con la partecipazione del Parroco di Santa Maria del Lacco, non si faceva la processione, «essendovi solo un bel quadro di Maria Santissima», ma vi partecipavano molti fedeli.

Quanto scritto finora era confermato, nel 1887, in un'ulteriore descrizione della chiesa, contenuta nel volume Ravello Sacra Monumentale, scritto dall'arcidiacono della Chiesa ravellese Don Luigi Mansi, che aggiungeva: «oltre l'altare maggiore ve n'è un altro di marmo al presente fatto e dedicato all'Addolorata, vi è pure la sagrestia, due stanze sopra la chiesa (...) Da pochi anni vi si conserva il SS. Sacramento».

All'aprirsi del nuovo secolo, sono ancora le fonti dell'Archivio Arcivescovile di Amalfi a fare luce sulle vicende della piccola cappella di Santa Maria della Pomice; la prima Visita Pastorale compiuta il 29 luglio 1917 dall'Arcivescovo Ercolano Marini restituiva una testimonianza davvero toccante sulla realtà sambucana di inizio secolo, «povera, come povera è la popolazione di questo alpestre villaggio, molto lontano dalla parrocchia del Lacco, di cui fa parte. Mons. Arcivescovo entrato in chiesa rivolge un'esortazione al popolo, prendendo occasione dal Vangelo del giorno: Videns civitatem, flevit super eam. Esorta gli uditori a far sì che i fanciulli frequentino il Catechismo e ordina a Don Carmine Mansi di leggere in ogni Domenica una breve spiegazione del S. Vangelo, e d'insegnare il Catechismo ai fanciulli, a cui d'altra parte il Parroco già ha provveduto, dandone l'incarico alla Maestra di Stato. Il popolo è molto grato non avendo mai veduto l'Arcivescovo nel loro villaggio. Prima di partire Mons. Arcivescovo amministra la Cresima in Chiesa ad un fanciulli idiota (incolto)».

Ed è questa anche una delle ultime testimonianze, peraltro singolare, sull'antica chiesa di Santa Maria della Pomice, perché non apparirà più visitata nelle Visite che il presule marchigiano tenne fino al 1945.

Nel 1982, a seguito della contemporanea realizzazione di un nuovo complesso parrocchiale, con chiesa e strutture abitative, e presumibilmente per coprire una buona parte delle spese necessarie al suo completamento, col consenso della Curia Arcivescovile e dei parrocchiani, la chiesa di Santa Maria della Pomice veniva ceduta a privati, con atto rogato dal Notaio Pansa di Amalfi, in data 12 luglio, imponendo al compratore l'onere di ristrutturare e conservare l'area absidale dell'antica chiesa per il suo carattere sacro.

Pochi anni dopo, nel settembre 1991, fu denunciata alla Soprintendenza ai Beni Ambientali, Architettonici, Artistici e Storici la presenza di un affresco nel catino absidale, cui seguì, ad agosto 1992, quella dell'Associazione "Ravello Nostra".

Intanto, grazie all'interessamento del Prof. Stefano Colonna e della Soprintendenza l'affresco era sottoposto alla valutazione di autorevoli studiosi, e, nel 2000, il Ministero dei Beni e le Attività Culturali avviò il giudizio per dichiarare la nullità del contratto di vendita della cappella e al quale la Parrocchia non fece alcuna opposizione, sostenendo le ragioni del Ministero.

Successivamente, a seguito di procedura fallimentare, una parte del complesso, quella superiore, veniva esecutata, divenendone creditore il Banco di Napoli.

Oggi, per buona ventura, la parte inferiore del complesso, corrispondente all'antica chiesa, è ritornata nel possesso della Parrocchia di Santa Maria del Lacco, mentre si resta in attesa non solo che gli altri ambienti siano definitivamente restituiti al primo possessore, ma che la pianificazione di un grosso intervento di restauro restituisca, nella sua primigenia fattura, l'affresco absidale del Cristo Pantocratore, Signore del tempo e della storia.

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