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Storia e Storie

L'Abbazia di San Trifone nella storia di Ravello /VIDEO

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), domenica 14 novembre 2010 09:59:46

Ultimo aggiornamento lunedì 15 novembre 2010 23:36:08

La comunità parrocchiale di S. Maria del Lacco celebra oggi, domenica 14 novembre, la festa dei SS. Trifone e Martino, l'uno titolare dell'antica chiesa del cenobio dedicato alla SS. Vergine Maria e ai Santi Trifone e Biagio e l'altro della chiesa omonima, attualmente cappella cimiteriale.

E' da qualche anno che il locale comitato per i festeggiamenti ha voluto ricordare la memoria liturgica dei santi attraverso la processione (inizio ore 16) del simulacro ligneo raffigurante i Santi con la Vergine, per le vie del rione San Martino.

Un appuntamento che si è dunque rinnovato e che offre l'occasione di fare memoria di una delle istituzioni monastiche più in vista della civitas ravellensis nei secoli dell'Età di Mezzo.

Ad onor del vero l'ubicazione dell'antico cenobio di S. Trifone non era nel cuore politico e religioso della città, ma a settentrione, in una zona segnata, oltre dai tipici vigneti e castagneti, anche da una via pubblica, da grotte e da terre non messe a coltura. Tuttavia, alla stregua di tanti monasteri dell'ordine benedettino che operavano nella Costa d'Amalfi, riuscì ben presto ad assumere una posizione di assoluto rilievo nell'organizzazione spirituale e socio-economica del territorio.

Ne è testimonianza significativa un documento del 1096 che ha la rara particolarità di non recare nel protocollo il nome dell'autorità regnante, forse a causa della semi indipendenza ottenuta dal ducato di Amalfi nello stesso anno, con l'insediamento del duca Marino.

In quell'occasione l'intera comunità ravellese, che aveva un parziale diritto di proprietà sul cenobio benedettino, offriva all'abate Pietro il monte con la località Peperone e l'annessa chiesa di San Michele Arcangelo. Tale località si trovava nella parte nordorientale del monte Cerreto e i suoi confini toccavano il territorio di Scala. Poiché si trattava di un'area non ancora del tutto colonizzata, i ravellesi ne affidarono l'organizzazione agricola e produttiva al monastero. Per la semina, la clausola prevedeva l'utilizzo di una forza lavoro che dovesse provenire esclusivamente dalla città di Ravello.

A questa condizione si accompagnava anche la licenza, per la comunità ravellese, di produrvi il fieno, di tagliare la legna e di raccogliere la quarta parte delle castagne da consegnare al Vescovo. Ci si augurava così, attraverso la politica agraria praticata dal cenobio, che il terreno potesse fruttare e rispondere tanto al fabbisogno del monastero quanto all'esportazione.

Ben presto l'abbazia di San Trifone consolidò anche i rapporti con i signori normanni di Capua che si concretizzarono in un'altra concessione, avvenuta nel novembre 1113, allorquando Giordano, col consenso del fratello Roberto, principe di Capua, su richiesta dell'abate di San Trifone Leone, concedeva al monastero ravellese la giurisdizione sull'abbazia di Sant'Egidio, nell'attuale territorio di Sant'Egidio del Monte Albino, e sui beni che essa possedeva.

Parimenti, il principe Capuano donava allo stesso abate tre appezzamenti di terra nel territorio di nucerie, di cui il secondo era situato nel luogo detto sancto Laurentio, confinante nella parte meridionale con la via stabiana, importante arteria stradale romana, e nella parte orientale con le proprietà del monastero di San Benedetto (di Montecassino?).

Il cenobio ravellese, infine, attraverso il preposto di Sant'Egidio, doveva garantire l'accoglienza e l'ospitalità a chiunque avesse bussato alla porta di quel chiostro.

Lo sfruttamento e la coltivazione delle terre non era la sola attività economica del monastero; oltre a questa, altre attività redditizie erano la pesca e il commercio.
La pesca era esercitata attraverso delle modeste imbarcazioni dette "vascelli", libere da qualsiasi onere tassativo e parcheggiate presso le spiagge di Minori, di Castiglione e a Bisceglie, in Puglia.

Tali imbarcazioni non erano solo adibite alla pesca ma anche al commercio dei prodotti agricoli, che gli immensi patrimoni fondiari garantivano e che erano venduti nei numerosi punti di vendita, detti planche o conservati in botteghe dette apothecae. Il monastero di San Trifone, oltre a vendere i suoi prodotti nel territorio amalfitano, era presente sui mercati di Nocera e di Bisceglie.
Un altro investimento tipico del nostro monastero e dei maggiori enti monastici amalfitani era il possesso di mulini, presenti lungo i principali corsi d'acqua del ducato. Legati nei secoli centrali del Medioevo alla trasformazione dei prodotti agricoli, i mulini comportavano un grosso investimento di capitali che solo grandi istituzioni potevano sostenere.
Così San Trifone possedeva mulini a Minori nella località Pummecara attraversata alla fine del XII secolo dal torrente Acqua Verrana, nel territorio di Castelluccio di Sauri in provincia di Foggia e a Symen (?), sempre in Puglia.
Intanto, mentre i possedimenti abbaziali nel territorio regnicolo venivano confermati da Federico II nell'agosto del 1231, non pochi erano i legati testamentari che i ravellesi, residenti e non, offrivano al cenobio di San Trifone e alle altre istituzioni monastiche dell'ordine di San Benedetto.

Se da un lato questi cenobi erano chiamati ad occuparsi dell'amministrazione dei vasti patrimoni fondiari che avevano costituito, dall'altro bisogna pur dire che esse non vennero mai meno alla funzione per cui erano state fondate e contribuirono in maniera determinante alla nascita della diocesi di Ravello.

L'elezione del monaco benedettino e forse abate di San Trifone Orso Papice a primo vescovo di Ravello, nel 1086, la dice lunga sul ruolo giocato dall'ordine di San Benedetto nella vita cristiana della città.
I rapporti tra il vescovado di Ravello e le abbazie cittadine vennero regolamentati ben presto dall'autorità pontificia che nel 1182, attraverso una bolla di papa Lucio III, sottopose i tre monasteri ravellesi di San Trifone, della SS. Trinità e di Santa Maria di Castiglione alla giurisdizione vescovile. Di qui l'obbligo per l'abate di San Trifone a comparire ogni anno, il 15 agosto, festa dell'Assunta, titolare della Cattedrale, dinanzi al Vescovo per prestare obbedienza.

I presuli ravellesi, in virtù dei poteri acquisiti, iniziarono a rappresentare abati e badesse negli atti privati riguardanti concessioni di beni. È il caso, ad esempio, del vescovo Giovanni Allegri, quale procuratore dell'abate di San Trifone, nel 1293, confermava a Nicola Leporano e ai suoi eredi, un pezzo di terra che essi detenevano dalla chiesa di Sant'Egidio, con l'obbligo di dare al rettore della chiesa ogni anno, a Natale e a Pasqua, una gallina e una spalla di maiale.

Nel caso specifico di questo documento è da ritenere che la rappresentanza legale del monastero da parte del Vescovo, debba essere ricondotta ai tumultuosi rapporti che alla fine del XIII secolo correvano tra l'abbazia di san Trifone e il vescovado.

Nel 1290, infatti, l'abate Benedetto, nonostante la sospensione commutatagli dal vescovo Giovanni Allegri, aveva celebrato ugualmente nella festa della Santa Croce, di San Angelo, dell'Ascensione e della Pentecoste.

A conferma del forte stato di tensione tra l'episcopio e il monastero interviene la bolla di Clemente V del 1310, che per riportare sulla retta via vari religiosi ribelli, ordina che qualunque prelato appartenente a qualsiasi ordine osservi gli interdetti emanati dalla Sede apostolica, secondo le regole della loro chiesa e cattedrale.

Erano tempi difficili per il monachesimo tradizionale, che dalla seconda parte del XIII secolo, aveva visto anche l'accentuarsi del fenomeno della rarefazione delle vocazioni monastiche sia maschili che femminili.

Fu questa la sorte che toccò al monastero di Santa Maria di Castiglione, che essendo rimasto privo di religiose, fu interdetto nel 1452 da papa Niccolo V e i locali, i beni e le rendite vennero assegnate al capitolo della Cattedrale il 17 dicembre 1453.

In aggiunta, le vicende e le guerre che colpirono il Regno, coinvolgendo i paesi costieri, schierati per l'una o l'altra fazione, colpirono duramente la vita monastica e molti conventi vennero saccheggiati e usurpati dalle milizie che imperversavano nel ducato amalfitano.

Vani furono i tentativi degli abati di ristrutturare le antiche fabbriche monastiche. Ci aveva provato anche Tommaso de Fuscolo, abate di San Trifone, che nel 1415 aveva tentato la vendita di un ospizio di case del monastero. La riparazione non sarebbe convenuta a nessuno perché anche se il complesso fosse stato ben riadattato, non avrebbe reso neanche un tarì, a causa della diminuzione della popolazione di Ravello. Erano gli ultimi istanti della vita dell'insigne cenobio.

Nel 1438, durante il saccheggio generale della città operato da una masnada aragonese, il cenobio fu indebitamente occupato dal generale Angelo Calvi di Penne che vi dimorò coi suoi militari. L'abate Tommaso e i monaci furono espulsi, e la vita cenobitica tra quelle sante mura finì per sempre. "Uno dei benedettini scampati alla ferocia degli armigeri, avrebbe posto in salvo una sacra reliquia conservata da tempo immemorabile nell'abbazia: un braccio di S. Trifone. Portate al sicuro nella vicina Tramonti, nella grancia di Capitignano, da qui, negli anni successivi, nel più gran segreto, le reliquie sarebbero state celate in un ripostiglio nella chiesa di S. Maria Assunta del casale vicino di Cesarano."

Fu dunque breve la vita della comunità monastica di S. Trifone, durata appena quattro secoli.

Nonostante ciò "da tutte queste voci del passato - ha scritto Gregorio Penco - giunge però un richiamo che la lunga fuga dei secoli non riesce a disperdere completamente: sono le voci di tante anime che, nella scuola del servizio divino, hanno indicato alle genti la via da percorrere e, pur in marcia verso la Città di Dio, hanno contribuito all'edificazione della Città dell'uomo su questa terra."

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