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Storia e Storie

A Villa Rufolo una mostra fotografica dello scrittore francese innamorato dell'Italia

Il grand tour di André Gide a Ravello

Scritto da Emilia Surmonte (Redazione), venerdì 13 agosto 2010 15:47:35

Ultimo aggiornamento venerdì 13 agosto 2010 15:54:39

«In ogni tempo, ho molto amato l'Italia; ne fanno fede i numerosi viaggi e soggiorni che vi ho fatto. A tal punto l'ho amata che, quando passo la frontiera, non mi sento per niente, fra di voi, uno straniero; vorrei perciò soffermarmi sulla parola riconoscenza: voglio dimostrarvi come io mi riconosca tra di voi». È il 1950. André Gide è a Napoli, in quello che sarà l'ultimo dei suoi tanti soggiorni italiani, ma anche l'ultimo viaggio prima di morire. Invitato dal direttore dell'Istituto Francese, il «Grenoble», comincia così una conferenza che avrà poi un titolo emblematico: À Naples. Reconnaissance à l'Italie. L'indicazione del luogo fisico (A Napoli) coincide, nella forma, con la dedica alla città e al territorio che maggiormente lo hanno colpito nel suo primo viaggio in Italia, nel 1894. Ne è stato affascinato, ma li ha ammirati allora solo fugacemente. «Questo cielo del Sud mi tormenta come una cornice di felicità impossibile», aveva scritto al suo amico Drouin, prima di partire. Quando vi arriva è malato e viene dall'Algeria. Ha solo attraversato la Sicilia, un altro luogo che lo attirerà irresistibilmente.

Nei paesaggi e nella vita campana, Gide avverte subito qualcosa di «meraviglioso», ma anche di troppo impegnativo per le sue forze, come scrive alla madre, e preferisce trasferirsi a Roma, una città che non lo appassiona e che imparerà ad amare solo più tardi negli anni e dove ambienterà uno dei suoi romanzi più «graffianti», I sotterranei del Vaticano. In Campania ritorna dopo due anni, in viaggio di nozze, inseguendoforse proprio una ricerca di felicità ancora indefinita. Questa volta vi arriva dalla Svizzera dopo essere passato per Firenze, che lo incanta, e per Roma, che continua ad annoiarlo. È inverno. Napoli, Capri, ma soprattutto Amalfi gli sembrano luoghi sospesi, in cui aleggia una promessa di vita e di libertà. «Amalfi (di notte). Attese notturne di un amore che ancora non si conosce. Piccola camera sul mare. Un bambino mi ha seguito in questo giardino cinto da mura, appendendosi al ramo che arrivava quasi alla scala», scrive, a proposito di questo viaggio, ne I nutrimenti terrestri. Le tappe campane dell'epoca sono annotate con cura nei suoi Fogli di viaggio. Cava de' Tirreni, Positano, Paestum e poi giù di nuovo in Sicilia e in Tunisia. Per tornarvi l'anno dopo, partendo da Marsiglia in treno. Genova, Roma e ancora Napoli. E la Costiera Sorrentina e l'Amalfitana dove sarà a più riprese. E Ravello, dove si ferma tre settimane. È primavera e Gide, che soggiorna all'hotel Palumbo, allora ubicato nella storica Villa Episcopio, sente il bisogno di condividere nelle lettere che invia agli amici la bellezza del luogo e le emozioni che gli procura.

Scrive all'amico Francis Jammes: «Mi meraviglio come un bambino. Il mare brulica di bagliori solari; scorgo due barche... O terrazza alta, da cui non vedo distintamente che cielo e mare, e, in fondo, come una striscia di nuvole, la catena infinita dell'Abruzzo!». A Ravello Gide scopre che esiste «l'infinito», che l'uomo continua qui a vivere in un tempo archetipico, circolare, realizzando un poetico e vagheggiato rapporto simbiotico e fusionale con la natura. Osserva, respira gli umori, si imbeve dei paesaggi, prende appunti, pensa. Ma è costretto a interrompere presto il soggiorno per via della malattia della moglie. Però Napoli, con i suoi dintorni, e Ravello restano in lui come una nostalgia da cui non riesce a liberarsi. Da Nizza scrive: «E noi pensiamo anche alla vista che si godeva da altri alberghi. Dal Bristol a Napoli, e soprattutto dalla meravigliosa terrazza di Ravello». Il ricordo si fa motore della scrittura e Gide, mentre è a Roma, vicino e lontano, al tempo stesso, da questi luoghi dell'anima, comincia a lavorare alla stesura di un romanzo, L'immoralista, in cui Ravello occupa una posizione fortemente simbolica nell'evolu

zione esistenziale del protagonista, Michel, che così racconta il suo arrivo e le prime impressioni: «Vicino a Salerno, lasciando la costa, avevamo raggiunto Ravello. Là, l'aria più pungente, la seduzione delle rocce piene di anfratti e sorprese, la profondità misteriosa dei precipizi, accrescendo le mie forze e la mia gioia, favorirono nuovi slanci. Più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva, Ravello sorge su una balza scoscesa di fronte alla riva piatta e lontana di Paestum».

Ravello è il luogo della rinascita, di un «battesimo pagano», come l'ha definito Pierre Masson, uno dei massimi esperti dell'opera gidiana. Un battesimo del corpo che si celebra nella fusione poetica della materia uomo con gli elementi primi, l'acqua, la terra, l'aria e il fuoco: «In un anfratto delle rocce di cui ho detto sgorgava una sorgente chiara. Scorrendo formava una cascatella, non copiosa, è vero, ma sufficiente per scavare, sotto di sé, una buca più profonda, nella quale l'acqua purissima si fermava. Vi arrivai già deciso e mi spinsi fino all'acqua chiara come mai e, senza riflettere oltre, mi ci tuffai di slancio. Subito rabbrividii, lasciai l'acqua, mi stesi sull'erba, al sole. Tutt'intorno crescevano pianticelle di menta, odorose; ne colsi, strizzai le foglie nelle mani, le strusciai contro tutto il corpo umido, ma bruciante. Mi contemplai a lungo, senza più nessuna vergogna, con gioia. Mi vidi, non ancora robusto, ma in grado di diventarlo, armonioso, sensuale, quasi bello». E come il protagonista de L'immoralista, anche Gide, una volta in Italia, dichiara, sulla scia di Goethe: «Sono nato, alfine». Non è un caso che Ravello sia, delle molte località italiane conosciute e attraversate, quella cui Gide ha dedicato più spazio nella sua opera e l'unica che abbia descritto con grande dovizia di particolari.

Ravello riassume l'essenza di ciò che l'Italia è per lui, il luogo di una fusione «miracolosa» tra cultura e natura, di un equilibrio funambolico tra felicità e infelicità. «Ciò che soprattutto mi insegna la vostra cultura è la gioia, il valore che attribuite all'uomo, l'attaccamento alla vita», dice ancora in À Naples. Terra di contrasti, l'Italia è Leopardi, con la sua maschera mortuaria appesa nello studio di Gide, «sconvolgente e dolorosa», nei cui tratti «si legge tutta l'infelicità umana», che riesce però, per vie misteriose, ad alimentare l'ottimismo «ingenuo e risoluto» dello scrittore; ma è anche Virgilio, che Gide sceglie come compagno in questo viaggio a Napoli. Il Virgilio «napoletano» dell'Eneide e delle Georgiche, come egli stesso sottolinea, della rinascita nel ricordo della tradizione, della costruzione di un'armonia perfetta tra il naturale e l'umano.

Emilia Surmonte (Curatrice del progetto Grand Tour Ravello-Gide)

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