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Storia e Storie

Il culto di San Gennaro a Ravello in età moderna

Scritto da (Redazione), lunedì 19 settembre 2016 07:18:44

Ultimo aggiornamento mercoledì 19 settembre 2018 09:04:33

di Salvatore Amato

Nella liturgia postridentina, San Gennaro fu riconosciuto a livello universale a seguito di un lungo iter che ebbe come suo momento iniziale l'assenza della festa (o, per meglio dire, delle feste) dal Calendario premesso al Breviarium Romanum del 1568, che ometteva di prescrivere il culto ianuariano alla Chiesa universale. Tale assenza fu in parte già sanata sotto il pontificato di Gregorio XIII (1572-1585), con il Martyrologium Romanum che, al 19 settembre, nel dedicare un elogio a Gennaro e ai suoi compagni di martirio, non mancava di enfatizzarne le virtù e di sottolinearne il legame con Napoli, testimoniato dal periodico riproporsi del miracolo della liquefazione del sangue. La festa del 19 settembre fu, poi, nel 1586, inclusa nel Calendario liturgico della Chiesa universale da Sisto V, ma con il grado di Simplex e solo con papa Innocenzo XI, nel 1676, essa fu elevata al grado di Duplex.

Sulla scia della decisione innocenziana, la festa di San Gennaro del 19 settembre fu introdotta tra quelle di precetto anche nella Diocesi di Ravello, come risulta dalla Tabella inserita nel Sinodo del Vescovo Luigi Capuano dell'anno 1695.

All'inizio del secolo XVIII, risalgono verosimilmente anche le prime testimonianze iconografiche sul santo in territorio ravellese, come la statua marmorea conservata nella Cripta della Cattedrale, in quel tempo sede della Confraternita del Carmine.

L'opera in questione era menzionata per la prima volta nel verbale della Visita Pastorale del Vescovo Nicola Guerriero, del 30 agosto 1718, quando si passava a descrivere l'altare che si trovava nell'ala sinistra della cripta, cum statua marmorea Sancti Ianuarii, ma privo di ogni suppellettile per le celebrazioni liturgiche.

Alla fine dell'Ottocento, come rilevava il canonico Luigi Mansi, la statua si trovava in una nicchia di fabbrica con rilievi dorati in legno al termine del corridoio di entrata della confraternita, dove oggi è collocata la sezione lapidaria classica del Museo dell'Opera del Duomo.

A parte questi rapsodici e frammentari elementi, la diffusione nel territorio ravellese del culto per San Gennaro nel secolo XVIII si deve ad iniziative private e familiari, che portarono all'edificazione di due luoghi di culto, nel 1727 e nel 1751: il primo nel quartiere settentrionale di San Martino, lungo le scale che attualmente conducono a Monte Brusara, e a nord della località Marmorata, in una proprietà privata confinante con l'odierna Via Torre Paradiso.

Alla fine di agosto del 1726, i sacerdoti Carmine e Giuseppe Coppola, anche a nome dei fratelli Nicola, medico curante del Capitolo, e del Magnifico Giacinto, figli di Francesco Antonio e di Giustina Infernuso, fecero richiesta al Vescovo di Ravello-Scala, Nicola Guerriero, di poter edificare una chiesa o cappella in onore di San Gennaro, "per la gran devozione" verso il protettore della Città di Napoli e del Regno, nonché in suffragio delle loro anime.

Il presule cilentano, prima di concedere il definitivo assenso, richiese anche il consenso del parroco di San Martino, Domenico Mansi, ed avutolo, il 30 gennaio 1727, decretò che fossero poste in essere le formalità giuridiche per la dotazione del nuovo luogo di culto.

L'atto di dotazione, rogato il 13 febbraio seguente dal Notaio Nicola Imperato, rappresenta un utile strumento per comprendere dettagliatamente le condizioni della nuova fondazione religiosa.

La cappella sorgeva nel quartiere di San Martino, nei pressi di una casa palazziata e di una vigna, costituente l'eredità materna dei fratelli Coppola, confinante con la via pubblica a settentrione e a meridione, con i beni dello zio Andrea Coppola, già Arcidiacono del Capitolo sin dal 1693, e con quelli del Magnifico Domenico Sorrentino.

I Coppola si obbligavano a dotare la chiesa di una rendita annua di 25 carlini, pari al 5% di un capitale di 50 ducati, derivante dai frutti provenienti dalla vigna e dalle case adiacenti al luogo di culto.

La somma impiegata per la dotazione doveva essere utilizzata annualmente per la celebrazione di tre messe:la prima domenica di maggio, ricordo della prima traslazione del corpo del santo dall'Agro marciano, nei pressi di Pozzuoli, alle Catacombe di Capodimonte a Napoli, il 19 settembre, dies natalis, e il 16 dicembre, festa del suo patrocinio, a seguito dell'eruzione del Vesuvio del 16 dicembre 1631.

Oltre alle celebrazioni delle messe, gli obblighi del cappellano erano il pagamento annuo di 6 carlini per il jus cattedratico, in segno di soggezione al Vescovo, e 3 per la Visita Pastorale.

Formalizzate giuridicamente le condizioni della nuova istituzione, il 14 febbraio 1727, a San Martino, Don Carmine Coppola, indossata la stola e il piviale bianco, alla presenza dei sacerdoti Cesare Manso, Marcoantonio Guerrasio e Natale Capezza, benediceva la prima pietra della cappella di San Gennaro e il Notaio Apostolico D. Carlo Mansi ne scrivevail pubblico atto.

Dopo circa quattro mesi, l'edificazione del luogo di culto era terminata, e il 30 giugno 1727 il già menzionato Carlo Mansi, questa volta nelle vesti di Provicario Generale della Diocesi, con speciale delega del Vescovo Guerriero, avendo verificato che la chiesa era fornita di tutte le necessità per il servizio di culto, la consacrava solennemente nella forma liturgica prevista dal Rituale Romano di Paolo V, con numerosa partecipazione di popolo.

Dopo meno di un anno dalla richiesta presentata dai fratelli Coppola, il quartiere di San Martino si dotava di un nuovo luogo di culto, per cui, così come previsto negli atti della fondazione, si procedette alla nomina del primo cappellano, che doveva appartenere alla famiglia o provenire dalla linea maschile della discendenza, e, ove questo non fosse stato possibile, anche dai discendenti della linea femminile.

A metà dello stesso secolo XVIII, nel periodo di presulato di Biagio Chiarelli, un altro luogo di culto dedicato a San Gennaro venne costruito in una zona periferica di Ravello, a settentrione della località Marmorata, conosciuta dal volgo con il nome di "Conceria".

Si trattava della Cappella dedicata alla Beata Vergine delle Grazie e ai Santi Michele e Gennaro, la cui fondazione avvenne tra il 1750 e il 1751, ad iniziativa del cittadino minorese Gennaro Manso. Come nel caso precedente, l'istruttoria si apriva con la richiesta del fondatore, il già menzionato Gennaro Manso, che indirizzava la supplica al Vescovo Chiarelli agli inizi di dicembre del 1750.

In essa il Manso esprimeva le motivazioni che lo avevano portato al nobile atto di fede e di pietà, che erano prima di tutto devozionali, ma anche funzionali, per "comodità" della sua famiglia e di tutte le persone che lavoravano e transitavano nel suo podere. In effetti, sulla base di alcune rilevazione demografiche, tra la seconda metà del Settecento e gli inizi del secolo successivo la Parrocchia di San Michele di Torello, nel cui distretto sorgeva la nuova cappella, presentava dai 280 ai 300 abitanti, risultando la più popolosa dell'intero territorio cittadino.

Al dire della supplica, la Cappella di San Gennaro avrebbe beneficiato di alcune rendite provenienti da soscelleti (carrubi) e oliveti posseduti dagli eredi di Carlo Prota e Pasquale Manso, situati nella località Cafaro, e per le quali l'onere era fissato a 25 messe da celebrarsi nei giorno festivi, a partire dal mese di giugno. L'incaricato delle celebrazioni doveva essere un cappellano, eletto liberamente dal fondatore e dai suoi eredi e discendenti.

Infine, secondo la prassi del tempo, una parte delle entrate dovevano essere devolute annualmente al Vescovo per il jus cattedratico e per la visita annuale alla cappella. La richiesta di Gennaro Manso fu dunque accettata e il 12 dicembre 1750 Mons. Chiarelli, col parere favorevole anche del parroco di Torello Lorenzo Risi, approvò l'edificazione. Ottenuto il decreto vescovile, non restava che definire gli aspetti giuridici e costitutivi della nuova fondazione, stabiliti da alcuni atti notarili redatti tra il gennaio e il luglio del 1751 dal notaio Luise d'Amato.

Da essi, oltre agli accordi già esposti nella supplica, si apprende che il fondatore doveva provvedere anche alle suppellettili e all'arredo liturgico. L'apposizione della prima pietra e la benedizione dell'area su cui sorse la cappella venne affidata da Mons. Chiarelli a Don Lorenzo Risi che, il 7 gennaio 1751, si recò nel podere di Gennaro Manso, nella località "Lurito" di Marmorata e, indossati i paramenti sacri e pronunciata la formula di benedizione, appose la prima pietra della costruenda cappella. I lavori dovettero procedere alacremente e terminarono nel luglio successivo. Conclusa l'edificazione, Gennaro Manso decise di affidare la cura della cappella al Risi per «il merito, bontà di vita ed altri giusti e premurosi riflessi».

Stabiliti e regolati gli aspetti meramente canonici della nuova cappellania laicale, bisognava attendere solo la solenne benedizione, avvenuta pochi giorni dopo la solennità liturgica di San Pantaleone. A raccontare quell'evento per tramandarne in perpetuo la memoria Gennaro Manso chiamò ancora una volta il notaio Luise d'Amato, divenuto per l'occasione cronista dell'avvenimento. Era il 29 luglio del 1751 quando Mons. Biagio Chiarelli, vestito di abiti pontificali e assistito da molti sacerdoti e canonici del Capitolo della Cattedrale di Ravello, benedisse e dedicò solennemente, «secondo il Rito della Santa Romana Chiesa e del Pontificale Romano», la cappella di Santa Maria delle Grazie e dei Santi Michele e Gennaro.

Nel corso della celebrazione, alla quale fu presente molta gente, furono benedetti anche la campana e il calice. Il rito si concluse, secondo una prassi in vigore ancora oggi nelle occasioni festive, con il suono a distesa delle campane e lo «sparo di molti mortaretti».

Per San Gennaro, dunque, credo che non si possa parlare di un vero e proprio culto in territorio ravellese, piuttosto di devozione familiare che seguì le sorti delle famiglie che avevano il controllo dei luoghi di culto a Lui dedicati.

Per questa ragione la vita dei due edifici subì, seppure in momenti diversi, la stessa sorte: quella dell'abbandono.

La cappella costruita nel quartiere di San Martino continuò ad essere amministrata dalla famiglia Coppola per buona parte dell'Ottocento, ma già nel 1887 non vi funzionava più. Quella che sorgeva tra Torello e Marmorata, invece, ebbe vita più longeva e continuò ad essere officiata fino agli inizi del Novecento.

Quando anche questa piccola cappella chiuse per sempre i suoi battenti, la vicenda devozionale di San Gennaro a Ravello volgeva inesorabilmente a termine.

> Leggi anche:

San Gennaro alla "conceria", storia e memoria di una cappella rurale

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