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Storia e Storie

Il culto di San Biagio a Ravello

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), lunedì 3 febbraio 2014 09:04:09

Ultimo aggiornamento lunedì 3 febbraio 2014 09:51:11

di Salvatore Amato - Nel ducato medievale di Amalfi la presenza di edifici di culto intitolati al vescovo e martire Biagio è attestata fin dall'Altomedioevo. Proprio ad Amalfi, precisamente nella località Vallenula, oggi Vagliendola, esisteva ed esiste tutt'oggi una chiesa dedicata a San Biagio, nel 1082 donata dal duca Roberto il Guiscardo al monastero di Montecassino insieme ad una confinante terra con case ed un fondaco, secondo un documento pubblicato dallo Schwarz. Nel territorio dell'antica diocesi di Ravello, sulla base della dedicazione degli edifici sacri, piuttosto rilevante era il culto dei santi vescovi, tra i quali primeggiava il culto Nicolaiano. Seguivano quelli tributati ai santi Adiutore, Martino, Agostino, Cataldo, Cesario, Leone, Desiderio e Biagio.

A Trifone e Biagio, insieme alla Beata Vergine Maria, come è noto, era dedicato il monastero benedettino situato a settentrione, nella località San Trifone, conosciuta dagli inizi dell'XI secolo. La dedicazione a San Trifone e alla Vergine ricorre in molti documenti riguardanti vendite o donazioni del monastero, mentre quasi del tutto assente è la presenza dell'intitolazione al vescovo di Sebaste, Biagio. Il suo nome, tuttavia, è presente in un documento del 1096, riportato dal Camera, col quale l'intera comunità ravellese, che aveva un parziale diritto di proprietà sul cenobio benedettino, offriva all'abate Pietro il monte con la località Peperone e l'annessa chiesa di San Michele Arcangelo. Tale località si trovava nella parte nordorientale del monte Cerreto e i suoi confini toccavano il territorio di Scala. Poiché si trattava di un'area non ancora del tutto colonizzata, i ravellesi ne affidarono l'organizzazione agricola e produttiva al monastero. Per la semina, la clausola prevedeva l'utilizzo di una forza lavoro che provenisse esclusivamente dalla città di Ravello.

A questa condizione si accompagnava anche la licenza, per la comunità ravellese, di produrvi il fieno, di tagliare la legna e di raccogliere la quarta parte delle castagne da consegnare al vescovo. Tale concessione ha interessato anche storici del diritto del calibro di Giovanni Cassandro e Francesco Calasso, perché all'atto non interviene alcun organo politico statale. Nel documento appare dunque la menzione "monasterio vocabulo Beate et Gloriose semperque virginis et genitris Marie et beatissimorum martyrum Trifonis et Blasij". Pochi anni dopo, il nome del santo vescovo di Sebaste scompare in un documento ufficiale redatto a Capua nel 1113 e pubblicato nel V volume dei Regi Neapolitani Archivi Monumenta e riguardante la concessione da parte del principe Giordano di Capua all'abate Leone di San Trifone del monastero di Sant' Egidio e delle sue pertinenze.

Nel documento appare per ben cinque volte l'intitolazione abbaziale alla Vergine e al martire Trifone, ma del tutto assente risulta il nome di Biagio. Tale assenza viene rilevata, inoltre, nel testamento di Orso Rogadeo del 1170 dove si fa menzione del "monastero di San Trifone" , nel 1180 quando si parla di una terra selvosa e di un canneto confinante con la proprietà della chiesa del monastero di San Trifone, nella Bulla Maior del 1188 emanata da Clemente III per riconfermare la giurisdizione del vescovo Ravellese Giovanni Rufolo sui monasteri della città e nel testamento del 1201 di Truda, una donna gravemente inferma che lasciava 2 solidi al monastero, sempre nominato con il solo nome di San Trifone. Il nome di San Biagio ricompare di nuovo nel 1231 in un diploma di Federico II redatto a Melfi, trascritto e pubblicato dallo Huillard-Breholle nel III tomo dell'Historia Diplomatica Friderici Secundi, ed edito anche dal Camera.

Nel diploma, che riconfermava i possedimenti del monastero benedettino ravellese, ricompariva il titolo dell'abbazia per esteso "sancte Marie et sanctorum martyrum Tryphonis et Blasij". A parte questo breve episodio nella documentazione locale, il monastero continuò ad essere menzionato e conosciuto con la titolazione al martire di Kampsade, Trifone. Ciò è ancora confermato nella donazione del ravellese Urso di Isaia, abitante a Melfi, che nel 1258 affidava al monastero e alla chiesa "sancti Trifonis" la quarta parte di una vigna e alcune case.

Appare chiaro che il monastero, sia nella documentazione locale che in quella delle grandi cancellerie del tempo, salvo rarissime eccezioni, fosse comunemente conosciuto con il solo titolo di San Trifone, probabilmente a causa della consuetudine locale legata all'esistenza dell'agiotoponimo.

Un dato che sicuramente influì non poco sullo sviluppo di una devozione per San Biagio, per il quale estremamente rare sono le testimonianze circa un culto affermato. Tuttavia, come è stato ribadito più volte, «le devozioni talvolta seguono percorsi che sfuggono al dato del solo controllo politico e della presenza etnica», e se le tracce documentarie medievali poco ci informano sulle attestazioni di culto, per l'età moderna siamo confortati da testimonianze che permettono forse di fare chiarezza sulla sua vicenda devozionale.

L'11 gennaio 1744, infatti, fu concessa alla Chiesa Cattedrale di Ravello un'indulgenza plenaria ad septennium «per la festa di S. Pantaleo protettore della medesima città, e nella festa de' SS. Nicolò Vescovo, e Biagio Vescovo, e Martino parimente Padroni della medesima città».

La stessa Cattedrale, nel proprio sancta sanctorum, annoverava il possesso di una reliquia del vescovo di Sebaste, come risulta dal verbale della Visita Pastorale indetta nel 1694 da Mons. Luigi Capuano. La reliquia proveniva sicuramente dal monastero agostiniano di Piazza Fontana, dove fu conservata fino alla sua soppressione, avvenuta agli inizi del 1653, per effetto dei provvedimenti di Innocenzo X. La vicenda di questo frammento è possibile ricostruirla in base alle testimonianze del processo di ricognizione fatto nell'ottobre 1652 su richiesta del Priore Michele Angelo da Sorbo.

La reliquia, insieme a quelle del legno della Croce e di San Pantaleone, erano state in possesso di Fra Agostino da Ravello, che, dopo essere stato per diverso tempo Priore del Convento ravellese, era stato assegnato, fin dalla sua fondazione, a quello di San Nicola di Forcella in Minori, eretto l'1 aprile del 1628.

A causa dell'incedere della malattia, fra Agostino era ritornato nella casa religiosa di Ravello ed aveva consegnato al priore pro-tempore, il già menzionato fra Michele Angelo da Sorbo, le tre reliquie, la cui provenienza era la seguente: il legno della Croce dal Convento degli Agostiniani di Napoli, quella di S. Pantaleone dal Convento ravellese, così come l'osso di S. Biagio, ricavato a seguito della demolizione di un altare della chiesa conventuale. Il processo, tenuto dinanzi al Vicario Generale della diocesi di Ravello, Carlo Boscarelli, si concluse nel dicembre del 1652, con la facoltà concessa al Priore agostiniano di esporre alla pubblica venerazione le tre reliquie.

La devozione per San Biagio a Ravello ha continuato a sopravvivere ancora oggi attraverso la mediazione di età moderna e va soprattutto ricercata nella diffusione delle pratiche devozionali legate al santo. Tra queste, quella che assume ancora oggi un valore estremamente taumaturgico è il rito di benedizione della gola, sviluppatosi a partire dal XVI secolo, in cui si tengono due ceri incrociati sotto la gola dei malati e si pronunciano le parole: " Per intercessione di San Biagio, Dio ti liberi dalle malattie della gola e da ogni altro male".

Una nota di cronaca, per concludere, è l'apprezzabile iniziativa della composizione di un inno in onore del santo, scritto e musicato dal M° Enzo Del Pizzo che, da qualche anno, viene cantato nella chiesa abbaziale della Beata Vergine Maria, di San Trifone e di San Biagio in Ravello.

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