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Storia e Storie

Il concetto di bellezza dell’arte nell’estetica medievale

Scritto da Annamaria Parlato (Redazione), domenica 17 febbraio 2013 10:17:53

Ultimo aggiornamento domenica 17 febbraio 2013 10:17:53

di Annamaria Parlato* - Il Medioevo, negativamente giudicato come età oscura e buia, denigrato durante l'Illuminismo e rivalutato con il Romanticismo, dà origine ad una visione mistica della natura e dell'arte,ad un senso di amore e di pietas, e quindi di misticismo. La spiritualità dell'estetica medievale, secondo la quale Dio è l'eterna bellezza, è ravvisabile nel linguaggio simbolico-trascendentale dell'arte paleocristiana, nella ieraticità dell'arte bizantina, nella semplicità per le forme dell'arte barbarica, nella mistica atmosfera di riflessione e raccoglimento interiore dell'arte romanica, e nell'arte gotica, che con le cattedrali, edificate secondo l'armonia delle proporzioni, ha voluto rappresentare la Civitas Dei.

L'universo di immagini creato dagli artisti medievali può risultare, strano e inquietante; l'osservatore moderno potrebbe attribuire al "primitivismo" o all'ingenuità il fatto che, negli affreschi e nei dipinti romanici e gotici, gli artisti sembrano ignorare l'esistenza dell'ambiente entro cui gli uomini vivono, la realtà del paesaggio, delle montagne, degli alberi, e che non "sappiano" rappresentare il volume di un oggetto o la profondità spaziale. Tali considerazioni derivano da un accostamento al mondo figurativo medievale erroneo, basato su criteri totalmente estranei al principi che lo informarono.

La cultura, e con essa l'arte romanica e - in parte - gotica, non rispondevano alle leggi della logica visuale. Il simbolismo permeava la vita in tutti i suoi aspetti, e ogni forma, oggetto o realtà, acquistava valore in quanto, direttamente o indirettamente, avvicinava l'uomo all'infinito, alla perfezione, all'ideale divino; il mondo visibile non era altro che il riflesso di quello invisibile.

Nel campo dell'estetica, la forma - come affermava Ugo da San Vittore - era considerata perfettamente bella solo se veniva intesa come simbolo della perfezione ideale e divina; una perfezione estranea ai sensi, alla mutevole quotidianità, allo spazio e al tempo, categorie proprie degli esseri umani. Da ciò derivava che la forma non possedeva una bellezza intrinseca, ne aveva in se stessa la propria ragion d'essere. La bellezza, nell'arte romanica e gotica, non fu concepita come una bellezza temporale, ma come simbolo di una realtà mistica e trascendente irraggiungibile dall'uomo; una bellezza che non era creata perché l'uomo la desiderasse di per se stessa, ma come mezzo attraverso il quale il suo spirito potevano raggiungere la purezza.

Tuttavia, il godimento spirituale, premessa dell'arte medievale, nasceva anche da un piacere estetico. San Bonaventura fu uno dei primi a ritenere che compito precipuo dell'arte fosse quello di sollecitare le emozioni (affectum movere) e che la contemplazione di un'opera non si risolvesse in una percezione soltanto visiva, ma fosse strettamente legata alla realtà concreta, capace persino di condurre all'estasi, come Dante dinanzi all'apparizione di Beatrice.

Parallelamente all'evoluzione del pensiero filosofico e ai mutati rapporti dell'uomo con la realtà immanente e trascendente, l'arte gotica si indirizzò verso una concezione del mondo più vicina ai sensi. La realtà, l'immagine visibile e l'immagine interiore si staccavano dai legami fino ad allora imposti, tralasciando il pensiero che aveva ispirato l'arte romanica.

Rappresentare la natura fu tra le aspirazioni del Rinascimento, la cui concezione estetica era già presente negli artisti contemporanei a Dante. II mondo trecentesco italiano, come più tardi quello fiammingo, rifuggì dal pensiero medievale e anticipò il trionfo dell'Umanesimo. In ogni caso tale processo non fu lineare, ed i principi del gotico riaffiorarono in alcune manifestazioni del XVI secolo, in un periodo in cui essi erano già considerati barbari e privi di qualsiasi valore estetico. Gli umanisti non compresero che le bizzarre figure che ricoprivano le pale e le pareti, lo stridente cromatismo delle vetrate e le forme lontane da qualsiasi volontà realistica, non erano il risultato di una incapacità creativa ma della consapevolezza di un mondo ancora profondamente radicato su principi lontani dai loro.

*Storico dell'arte, Libero professionista del settore culturale, titolare di PAMART - Consulenza e Progettazione culturale

www.pamart.it

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