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Storia e Storie

Gli incanti di Ravello per i Savoia in fuga 

Scritto da (Redazione), mercoledì 23 luglio 2014 10:39:35

Ultimo aggiornamento sabato 26 luglio 2014 11:14:12

Riproponiamo un pregevole articolo sulla presenza dei Reali a Ravello scritto dal grande giornalista Gaetano Afeltra (Amalfi, 11 marzo 1915 - Milano, 9 ottobre 2005) pubblicato il 14 luglio del 2003 sul Corriere della Sera (pag. 29).

Nell' album dei ricordi dell'Italia monarchica, un posto speciale spetta a Ravello: fu qui, nell' elegante discrezione della cittadina medievale sovrastante il mare di Amalfi, che nel 1944 trovarono ospitalità Vittorio Emanuele III e la regina Elena. L' 8 settembre del ' 43 gli Alleati erano sbarcati a Salerno. La coppia reale, il principe Umberto e il presidente del Consiglio Badoglio, con un ristretto seguito di ministri, generali e aiutanti di campo, si erano messi in salvo a Brindisi, divenuta sede di un piccolo regno comprendente Bari, Lecce e Taranto.

Man mano che gli Alleati risalivano la penisola, il «regno del Sud» si allargò ad altre province meridionali, e la capitale fu trasferita a Salerno. Il re arrivò a Ravello il 14 febbraio. Il luogo era stato scelto dagli Alleati come base per la convalescenza dei reduci. Ufficiali e soldati erano alloggiati negli alberghi della zona, che la sera si animavano di festini allietati da vino, donne e musica. La famiglia reale fu ospitata a villa Episcopio, antica residenza vescovile di proprietà del duca Riccardo di Sangro. Durante i lunghi pomeriggi invernali, il re se ne stava chiuso nelle sue amarezze.

L' Italia era tagliata in due, gli Alleati premevano perché cedesse i poteri al figlio Umberto. Ad accrescere i suoi crucci c' erano le condizioni di salute della regina, appena operata agli occhi. Uno dei pochi svaghi capaci di distrarlo era la numismatica, una passione che condivideva con un prete del luogo, il quale andava ogni tanto a proporgli qualche pezzo pregiato per la sua collezione.

Qualche mattina, con la testa coperta da un cappello di paglia a larghe tese, se ne andava a pescare in compagnia di un vecchio pescatore da una barchetta sotto lo «Scarpariello», dimora di patrizi napoletani.

La regina intanto suonava al pianoforte, visitava conventi e istituti religiosi. Una sartina a ore l'aiutava a rivoltarsi gli abiti. La domenica ascoltava la messa nel vicino convento di Scala; all'ora della refezione, stava accanto alle suore per distribuire la minestra ai poveri. La gente semplice le voleva bene, e lei aveva una parola gentile e una carezza per tutti.

Un giorno le religiose vollero una sua foto ricordo. Firmò col suo nome di battesimo: Elena. La superiora, sorpresa, le chiese perché non avesse aggiunto «di Savoia». «Qui, io sono solo Elena», rispose. Le giornate della coppia reale trascorrevano in una frugalità dovuta non solo alle difficoltà del momento, ma anche a vecchie abitudini di parsimonia. Dagli orti costieri arrivavano cassette di frutta e verdura: roba semplice, aranci, limoni, patate, cicoria, insalata. La regina era sensibile alla bellezza dei luoghi. «Sono posti incantevoli», diceva. «Gli abitanti sono gentili, rispettosi, mio marito in particolare apprezza molto l'affettuosità e la discrezione che riscontra quando va a pescare. Peccato che questo soggiorno debba coincidere con tempi così tragici!».

A Ravello, i reali d' Italia trascorsero la Pasqua del 1944. Tutt' intorno era un tripudio di colori e profumi. In piazza le campane suonavano a distesa, l'aria odorava dei limoni in fiore, il mare brillava sotto il sole amalfitano. Ma il re aveva freddo. Nelle sale di villa Episcopio, i tizzoni che alimentavano il camino non riuscivano a scaldare il cuore di Vittorio Emanuele, che proprio quel giorno vedeva consumarsi l'epilogo del suo regno. Di concerto fra gli angloamericani e i vertici del governo italiano, era stato stilato il documento con cui veniva nominato luogotenente il principe Umberto. Il 12 aprile il testo fu letto alla radio.

L' atto sottoscritto a Ravello divenne formalmente esecutivo il 9 maggio del 1946, quando, con l'abdicazione di Vittorio Emanuele, Umberto diventò re per un mese: «re di maggio», si disse, malinconica definizione per indicare la brevità del suo regno, nella pur breve stagione della monarchia italiana.

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