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Storia e Storie

Gli archetti intrecciati: un motivo 'nuovo' dalle radici antiche

Scritto da Luigi Buonocore (redazione), mercoledì 8 aprile 2009 08:06:03

Ultimo aggiornamento mercoledì 8 aprile 2009 08:06:03

Uno dei motivi più celebri dell’architettura amalfitana è, senza dubbio, la decorazione ad archetti intrecciati che, realizzata in pietrame o in tufo, arricchisce di valori cromatici e chiaroscurali la semplice e maestosa solennità di chiese, campanili e palazzi gentilizi medievali. Basta osservare le fabbriche più significative della Costa per capire come un modo ben preciso di fare architettura, sensibile alle suggestioni provenienti dall’Oriente arabo e bizantino, attecchisse profondamente nell’humus culturale delle botteghe amalfitane. Non dunque sola citazione, ma una cosciente acquisizione di valori "mediterranei" fusi nella elaborazione di uno stile che non poteva non tener conto, però, dell’ambiente culturale indigeno.

"Quanto alla componente islamica, anche a volersi limitare alle fabbriche della Costa d’Amalfi, essa si individua negli archi acuti, in una certa stereometria e, soprattutto, nella decorazione geometrica a ritagli a giorno, ad incrostazioni laviche, associata alla componente bizantina. Talora le analisi di tali componenti si fa estremamente difficile in virtù della straordinaria capacità sincretistica dei maestri medievali" (A.Venditti).

L’origine degli archetti intrecciati e dei percorsi di diffusione (essendo presenti anche in altre località della Campania - a Salerno e a Caserta Vecchia per fare un esempio - e in Sicilia - celebre la decorazione absidale del duomo di Monreale -) ha dato origine ad una "vexata quaestio" tra gli studiosi. Emilé Bertaux affermava che i motivi decorativi costituiti dai mosaici e dai rivestimenti policromi erano prodotti dall’influenza dell’arte siciliana, mentre ritenne di derivazione musulmana, passata attraverso la Sicilia, l’uso degli archi intrecciati. Lo storico dell'arte giungeva ad escludere persino la funzione-guida di Montecassino nella scultura e nell’architettura: "dans l’histoire de l’architecture et de la sculture, les monastéres grecs ou latins de l’Italie méridionale n’ont ué qu’un role secondaire".

La tesi fu accettata anche dal Toesca che sottolineò, però, la funzione esplicata da Montecassino nella diffusione e reinterpretazione della cultura e la derivazione "di svariati elementi, dai rapporti delle città marittime con la Sicilia e con l’arte musulmana". Egli tralasciò anche il termine di "normanna" per l’architettura romanica dell’Italia meridionale e della Sicilia dove "l’arte si costituì invece su quella varietà di caratteri, di scambi di idee e di forme artistiche, che apparteneva alla vita intellettuale italiana, non ai sopravvenuti dominatori". Fermo restando il riconoscimento delle origini arabe, il problema riguardava le possibili mediazioni nella sua diffusione, visto che la sua comparsa appare coeva nelle varie regioni meridionali.

In vari suoi scritti il Giovannoni avanzò la proposta di porre sotto la definizione di "stile tirreno" tutta una vasta zona dell’architettura del Medioevo italiano, gravitante intorno al basso Tirreno. In tale stile rientrerebbe non solo la grande arte normanna della Sicilia, ma anche la sua seconda fioritura attuatasi tra il XII e il XIII sec. nella costiera amalfitana, includendo anche le esperienze artistiche di Gaeta e del territorio salernitano. Uno stile che presenterebbe il carattere comune di tutta "l’arte siculo-tirrena e cosmatesca che riannodasi al ceppo arabo e bizantino, cui i cosmati innestarono la rinascenza delle arti, ma che è corrente estranea al romanico".

Michele De Angelis avanzò le prime riserve sulla unidirezionalità del movimento artistico nel senso Sicilia-Campania, pur ammettendo, a proposito del cosiddetto palazzo Arechi di Salerno, che l’arco acuto delle finestre "ha funzione decorativa: e questo fatto, unitamente al motivo degli intrecci ci dimostra all’evidenza che quest’opera deve discendere indubbiamente ed assolutamente dall’influsso arabo-siculo". Nel passato si è addirittura ipotizzata una provenienza nordica di tali motivi, supposizione che, dopo l’enunciazione da parte del Serradifalco, fu caldeggiata da numerosi storici stranieri, le cui tesi erano viziate da un evidente spirito nazionalistico.

Sin dal 1952, nel bollettino di storia dell’arte dell’ Istituto Universitario di Magistero di Salerno, Roberto Pane, affermando il grande interesse dei rinvenimenti salernitani, ne auspicava "una diffusa illustrazione, quasi una monografia" che raccogliesse " le sparse e coerenti forme di un gusto che sembra costituire il suggello di tutta la produzione regionale". In un saggio molto interessante Stefano Bottari nel 1955 attribuì ai normanni il ruolo principale di mediatori e notò come gli esempi campani trovassero i loro riscontri più puntuali nella Spagna araba, ipotizzando un’origine ispanica del motivo, giunto in Campania proprio attraverso Amalfi.

Lo stesso Bottari affrontava il problema della policromia dei paramenti murari, presente nelle chiese basiliane calabro-sicule, sviluppando una tipicità dell’architettura bizantina. Caratteristica, questa, anche campana e più propriamente amalfitana. Lo studioso, notando come questo elemento distintivo in Sicilia si trovasse solo eccezionalmente e in un momento avanzato, riconobbe, quindi, la precedenza della Campania dove la policromia mostrava, invece, uno sviluppo senza soluzione di continuità.

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