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Storia e Storie

Gaetano Afeltra e Amalfi negli aneddoti di Sigismondo Nastri

Scritto da (Redazione), sabato 3 giugno 2017 12:28:27

Ultimo aggiornamento sabato 3 giugno 2017 15:07:36

Pubblichiamo intervento integrale di Sigismondo Nastri, decano dei giornalisti della Costa d'Amalfi, ieri sera in occasione della cerimonia commemorativa in ricordo di Gaetano Afeltra nella sua Amalfi. Dopo lo scoprimento della targa sulla via che porta il nome dell'illustre giornalista, l'incontro pubblico agli Antichi Arsenali della Repubblica con il presidente dell'Ordine regionale dei Giornalisti Ottavio Lucarelli e dell'ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli, allievo di Afeltra. Una serata pregna di ricordi indelebili, che legno ancora oggi Afeltra ad Amalfi e alla sua professione di cui è stato antesignano, specie dei nuovi linguaggi giornalistici. Segue testo di Nastri.

Sono grato al sindaco Daniele Milano e all'assessora Enza Cobalto per avermi concesso la possibilità di portare, in questa circostanza così importante per tutti noi, la mia testimonianza. Ma più ancora li ringrazio per aver voluto esaudire un voto di tanti concittadini: quello di intitolare il supportico Ferrari a Gaetano Afeltra. "Mio padre ti ha voluto bene" mi ha scritto in un messaggio Maddalena Afeltra. E' l'unico titolo che mi riconosco per essere qui. Anche se devo ricordare, per la storia, che questa idea partì proprio da me, subito dopo la scomparsa di don Gaetano, d'intesa con Enzo Colavolpe e Gigino de Stefano, due amici carissimi, che tanto hanno dato ad Amalfi e che pure ci hanno lasciati.

In Desiderare la donna d'altri, a pagina 7, leggo: «C'è un punto profondo in cui la vita di ognuno comincia, dove si riconosce per quella che è: questo punto può essere un luogo. Quando ancora mi chiedono di dove sono, rispondo con una specie di fastidio: "Sono di Amalfi". Dovunque e da tutti mi sento dire: "Beato lei, che fortunato!». Gaetano Afeltra, premiato e celebrato in una mostra in galleria per aver fatto grande Milano, non ha mai smesso, nella sua lunga vita, pur standone lontano, di avere Amalfi nel cuore. Non farò invasione di campo. Non parlerò del giornalista e dello scrittore. Davanti al direttore Ferruccio de Bortoli, e a Ottavio Lucarelli, mio presidente, non me lo posso permettere. Non parlerò dei deliziosi elzeviri, finiti nei libri, in cui il tema ricorrente è Amalfi: con la storia, le storie, i riti, le tradizioni. I personaggi, alcuni dei quali avevano accompagnato la crescita umana di Gaetano Afeltra: da Milord, il calzolaio, ad Angelo Tamburrano, giusto per fare un esempio. Dalle fantesche al podestà Francesco Gargano, che favorì la fuga amorosa del gerarca Attilio Teruzzi per ottenere il finanziamento dell'acquedotto; fino all'onorevole Francesco Amodio, uscito dalla vita politica meno ricco di quanto lo era prima, e alla sorella, la signorina Nina, perfetta padrona di casa, instancabile dispensatrice di caffè e pasticcini. Voglio parlare di un Afeltra per così dire minore. Compaesano se me lo consentite. Di don Gaetano, come noi lo chiamavamo ̶ in una terra in cui il "don" indica deferenza, rispetto ̶ , amato da tutti, che ad Amalfi veniva per combattere lo stress, le tensioni accumulate nel suo lavoro. Non del "Gaetanine" come lo chiamavano a Milano, di cui dice Giorgio Bocca nel libro "E' la stampa, bellezza!". A me interessa delineare la figura di Don Gaetano, il rapporto con la sua città. Tenuto saldo anche quando, sentendosi tradito, ne rimase lontano, per lunghissimi anni. Inutile tornare su quel che avvenne allora: ormai è tutto archiviato. Ricordo solo la data di morte del fratello don Andrea: 11 novembre 1979. Ho ancora vivo, nella mente, l'incontro affettuoso che ebbi con don Gaetano al Circolo della stampa, nella Villa comunale, a Napoli, dopo che era stato ospite dell'Università per una conferenza alla facoltà di lettere. E s'era incontrato col suo amico professore Mario Condorelli e signora. C'erano con me Umberto Belpedio e mio figlio Antonio. Ma, ancora di più, mi torna nella memoria la gioia per il suo ritorno ad Amalfi, dopo un lungo volontario esilio. Mi affido al racconto di Gianfranco Coppola, giornalista Rai: «Una mattina di profumata primavera del '95 - scrisse - Gaetano Afeltra decise di accogliere gli inviti-perdono di Bruno Pacileo (all'epoca sindaco di Amalfi), di Carlo De Luca e soprattutto di Sigismondo Nastri, collaboratore del Roma e memoria storica della Costa. Così chiese all'autista che lo aveva scorazzato per Napoli dopo un convegno di prendere la A3, uscita Vietri sul Mare. Non disse una parola, fino ad Amalfi. Dove, appena arrivato, pianse senza farsi vedere fingendo di dover scappare subito in bagno. Fu festa grande». Nella prima giovinezza di Gaetano Afeltra entrano alcune figure di spicco: Angelo Di Salvio, scrittore lucido e lungimirante, che egli definisce in una lettera (che conservo) il suo primo "maestro". Di Salvio fondò una rivista, "Sirenide", ci scriveva anche Cesare Afeltra. Dopo il primo numero, fu bloccata. Nell'editoriale c'era l'impegno di combattere in tutti i modi il campanile, male endemico della Costiera. Un tema ancora scottante. E poi: Mimisca, come si firmava, cioè Mimì Scannapieco - nonno dell'attuale vice presidente della Banca Europea degli Investimenti, Dario - che lo accompagnò, ragazzo, da Carlo Nazzaro per fargli avere la corrispondenza del Roma; e Matteo Incagliati, critico musicale del Giornale d'Italia, amico del padre, segretario comunale, abituale frequentatore di Amalfi, che gli inculcò la passione per il giornalismo. Lo aveva già fatto col fratello Cesare. Che, aveva iniziato una proficua esperienza a "L'Azione democratica", battagliero settimanale salernitano. L'Azione Democratica era fatto ad Amalfi, dove avevano sede la direzione e l'amministrazione ed era stampato a Salerno. Dava ampio spazio alla Costiera, in particolare a quanto avveniva ad Amalfi. La prima pagina era dedicata alla politica nazionale. Quando Cesare Afeltra fu chiamato ad assolvere il servizio militare di leva in Marina, con destinazione a Civitavecchia, poi a Roma, al Ministero della Marina, la sua attività giornalistica diventò più intensa. Cominciò a mandare al giornale articoli politici dal taglio più deciso, cronache parlamentari, che assunsero il titolo di "Lettera da Roma". Incagliati lo aveva intanto presentato ad Alberto Bergamini che, apprezzatene le qualità, lo assunse al Giornale d'Italia. Milano entra in questa mia testimonianza solo per un episodio, riferito al 2003. Mi capitò di partecipare ̶ lo feci solo per sfizio ̶ a un concorso letterario promosso dal Lions Milano Duomo con una poesia in vernacolo. Vi descrivevo le nostre chiese, poste nei vicoli e in cima a lunghe file di gradini che, se li fai in salita, ci trovi il cielo, se li percorri in discesa arrivi al mare. La dedica recitava. "A Gaetano Afeltra, il più illustre degli amalfitani". Vinsi una medaglia d'oro che mi fu consegnata nel salone di rappresentanza della Banca Industria e Commercio in via della Moscova. La giuria era presieduta da Giancarla Re Mursia. Don Gaetano mi mandò un telegramma: "Ricevo molti complimenti per la poesia che mi ha dedicata". Ne fu contento. C'è qualche episodio che mi preme raccontare. Nell'estate del 1955 (molti di voi non erano ancora nati), Il Giornale, vecchio quotidiano liberale napoletano, nella pagina di Salerno, curata allora da Aldo Falivena, pubblicò le caricature dei "Componenti la stampa amalfitana" disegnate da Ignazio Lucibello (altra nostra gloria, ahimè, dimenticata!). Di quel gruppo sono l'unico superstite. Eravamo giovanissimi ̶ Filippo Iovieno, venuto a mancare presto, purtroppo, Gigino de Stefano, io - presi dalla smania di fare i giornalisti. E c'erano alcuni notabili - il libraio Antonio Savo; Alfonso Di Salvio, impiegato al Comune; l'avvocato Alfonso Iovane - , per i quali il ruolo di corrispondente era inteso più o meno come un titolo onorifico. Al massimo, mandavano dieci fuorisacco all'anno con notizie di battesimi, matrimoni, necrologi. Andavamo a caccia di notizie, persino le più spicciole. Se proprio non ce n'erano - faccio un esempio -- cercavamo di costruircele. Il direttore de Bortoli si sorprenderà se dico che, tra i "Componenti la Stampa amalfitana", c'era il corrispondente del Corriere della sera: Ferdinando Gambardella, compariello, ma anche l'amico più caro di don Gaetano, inseparabile da lui quando stava ad Amalfi. La pagina del giornale, che ho qui, lo documenta. Qualcuno potrebbe domandare: Che ci faceva un corrispondente del più grande quotidiano italiano in un paese ̶ perché un paese era all'epoca ̶ come Amalfi? Ferdinando aveva il compito di telefonargli tutte le sere, utilizzando la famosa chiamata "r", che esisteva a quel tempo, in partenza dal giornale. Sempre alla stessa ora. Andavamo in gruppo al centralino telefonico, sullo stradone. Il collegamento iniziava con una formula che era sempre la stessa: "Pronto Corsera, sono Gambardella da Amalfi, mi passa cortesemente il dottor Afeltra?". Lui voleva che Ferdinando gli riferisse i fatti del giorno, le curiosità, gli ‘nciuci. Di tanto in tanto, qualche notizia da Amalfi usciva sul Corriere, firmata da Ferdinando Gambardella. Scrivendo per una testata meno importanti, confesso, lo invidiavo. A Milano don Gaetano si avvaleva anche dei rapporti che gli facevano alcuni amalfitani, trapiantati lì, che orbitavano intorno a lui. Ne cito due, il cui ricordo mi è molto caro: Pierino Florio, direttore della biblioteca Sormani, e Mario Laudano, per noi Franzosi, che lavorava alla Gazzetta dello sport. Quando veniva ad Amalfi, per il soggiorno estivo o solo per pochi giorni, don Gaetano aveva due punti fissi di riferimento: la libreria di Antonio Savo, passata al figlio Bonaventura, al quale voleva un gran bene, che gli faceva arrivare di primo mattino i giornali a casa. E il bar Savoia, di Antonio Amatruda. Sempre lo stesso tavolo, posto ad angolo, in posizione panoramica sulla piazza e sullo stradone. Quasi come il periscopio di un sommergibile. Don Gaetano conosceva tutti, sapeva tutto di tutti. E se non riconosceva qualcuno, chiedeva chi fosse. O magari si faceva spiegare di chi fosse figlio o nipote. All'inizio del 1977 - ho ritrovato questa notizia in una cronaca di Gigino de Stefano ̶ gli fu segnalato che i mosaici della facciata del duomo si stavano staccando. Venne da Milano col ministro per i Beni culturali Mario Pedini per un sopralluogo. E subito furono disposti i lavori di risanamento. Pare che il problema si stia riproponendo: peccato che non c'è più lui! La sua giornata scorreva sempre uguale: tra la lettura dei giornali, le telefonate, la discesa sulla spiaggia, quando il sole non era alto, in calzoni corti, il capo coperto da un cappello bianco di tela (il mare no, perché non aveva mai imparato a nuotare), e, la sera, la sosta al bar Savoia. A conversare, salutare, stringere mani, tra una telefonata e l'altra. Se stava di genio - mi ci sono trovato un paio di volte ̶ faceva chiamare Massimiliano Crosilla, un posteggiatore esule istriano che s'era ben integrato nella realtà amalfitana, e lo conduceva, solo o in compagnia del partner, ‘a Paloff, barbiere-chitarrista, sul molo Pennello a suonare vecchie melodie napoletane. Quelle che più gli piacevano. E si metteva a cantare. Noi con lui, a fargli corona. E si divertiva, negli intervalli, a sfruculiare con un'ironia sottile e pungente il malcapitato Crosilla. A volte mi telefonava, anche da Milano, per affidarmi qualche incombenza. Era un segno tangibile di predilezione. Mi sento un privilegiato - scrissi il giorno della sua dipartita ̶ per aver goduto della stima e della benevolenza di don Gaetano. Sapendo la severità nei giudizi, conservo come preziose reliquie le sue lettere di apprezzamento: "mi piace il tuo modo di scrivere, la chiarezza del linguaggio". Oppure: "sapevo che eri bravo ma gli articoli che ha scritto da Pavia me ne hanno dato la prova". O ancora: "Ho visto l'onorevole Amodio e abbiamo parlato della tua bravura giornalistica". Per me valgono come un diploma di laurea. Quando morì la mamma, la signora Maddalena, mi volle per due giorni a casa sua (chiedendo il piacere all'onorevole Amodio, del quale ero segretario) perché lo aiutassi a rispondere alla montagna di messaggi di condoglianze. Mi capitarono tra le mani quelli del Papa e del presidente della Repubblica (Giuseppe Saragat). Nel venticinquennale della morte del fratello monsignore, l'indimenticabile don Andrea, mi chiese di organizzare una rievocazione solenne: che avvenne con la messa in cattedrale e la pubblicazione di un libretto, stampato da Peppino De Luca, su carta a mano della cartiera Amatruda, con le testimonianze di don Andrea Colavolpe, Gigino de Stefano, del preside Andrea Maiorino. Oltre alla mia, naturalmente. Ci riempì di elogi e di ringraziamenti. Pochi giorni dopo, la perdita della moglie, la signora Adriana, lo gettò in uno sconforto dal quale non si riprese più. Ritornando al bar Savoia, ricordo che Tonino Amatruda, per evitargli il fastidio di alzarsi, aveva fatto allungare il filo del telefono fino al tavolo di don Gaetano. Così poteva star comodo. A quel tavolo ci trovavamo spesso anche noi: da Umberto Belpedio, per lunghi anni inviato permanente del Roma in Costiera, don Gaetano voleva ragguagli sulla vita mondana, sulla high society che allora popolava la Costa; con Camillo Marino, critico cinematografico, fondatore con Pasolini del Premio Laceno d'oro, il discorso inevitabilmente cadeva su Roberto Rossellini e i film girati sulla costa: La macchina ammazzacattivi, Paisà, Viaggio in Italia, L'amore. E quindi su Fellini, la Bergman, la Magnani. Con me e Gigino de Stefano parlava di politica locale o degli episodi di cronaca di cui c'eravamo occupati. Quando Patrizia Rusconi, nel 1989, gli chiese un appuntamento per intervistarlo, don Gaetano le rispose: «Per prima cosa le offro un caffè al bar Savoia e mi trovo una scusa per non resistere al profumo dei dolci e alle scorzette candite fatte con i nostri agrumi che sono i migliori del mondo». In un'altra occasione dichiarò a Luciana Boldrighi Paroli che a quel tavolo, con Dino Buzzati, aveva scritto "Positano darà la luce al mondo" e con Vitaliano Brancati gli era venuta l'idea di quell'altro racconto delizioso, "Spaghetti all'acqua di mare". Anche la prima pagina a colori del Giorno diceva che era nata qui, alle quattro della mattina, in collegamento telefonico con Milano. Quasi ad avvalorare una sentenza del Montesquieu: «Il caffè è l'unico luogo dove il discorso crea la realtà, dove nascono piani giganteschi, sogni utopistici e congiure anarchiche, senza che si debba lasciare la propria sedia».

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