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Storia e Storie

Culto e reliquie di Santa Barbara a Ravello

Scritto da Salvatore Amato (Redazione), martedì 4 dicembre 2012 09:12:50

Ultimo aggiornamento giovedì 6 dicembre 2012 07:54:45

di Salvatore Amato - La località Santa Barbara, situata nella zona sottostante il monastero di Santa Chiara e confinante nel basso Medioevo con il rione Ponticeto, è menzionata per la prima volta in una compravendita del 17 giugno 1493, con la quale Matteo de Fenitia, canonico-sacrista della Cattedrale di Ravello, cui spettava l'amministrazione del beneficium seu ecclesiam di Santa Barbara, vendeva a Giacometto Mandinola un castagneto sito nella località Santa Barbara. Nel corso del XV secolo la località aveva già assunto quale propria denominazione l'intitolazione della chiesa. Tuttavia nel territorio ravellese il culto per la martire di Nicomedia era già ben radicato e diffuso, come testimoniava una pergamena del 1472, un tempo esistente nell'Archivio Vescovile di Ravello e di cui oggi è testimonianza solo un regesto, conservato presso l'Archivio dell'Abbazia di Cava de'Tirreni. Si trattava di una bolla arcivescovile, promulgata dall'Arcivescovo di Napoli Oliviero Carafa, Cardinale prete del titolo di Sant'Eusebio, che su richiesta presentata dal vescovo di Ravello Domenico Mercari, concesse cento giorni di indulgenza a tutti coloro che nel giorno della festa dell'Assunzione di Maria, di San Pantaleone e di Santa Barbara avrebbero visitato, a partire dai primi vespri fino ai secondi vespri, la Cattedrale di Ravello, oppure con la loro offerta avrebbero contribuito alla manutenzione della chiesa. Nella Visita Pastorale di Mons. Paolo Fusco (1570-1578) del 1577, la chiesa o cappella di Santa Barbara era un beneficio appartenente al canonico sacrista pro tempore della Cattedrale, si trovava sotto una grotta - subtus gruptem - e presentava tre altari. Nel 1577 era canonico - sacrista un certo Francesco Strina, nel 1585 rettore della chiesa di San Salvatore de lo Sabuco. Tra le rendite spettanti al suo ufficio ecclesiastico figuravano anche 4 tari annui su una vigna ed un oliveto sito ad Santa Barbara, che apparteneva al defunto Domenico Manduca e 3 tari annui su un bosco sito ad Sancta Barbara di proprietà di Eusebio Manduca. In quegli stessi anni, un loro consanguineo, di nome Filippo, vendeva a Loisio Antonio de Fenizia, annui 2 ducati , 3 tarì e 10 grana, sulle entrate di un castagneto, sito in Ravello, a Santa Barbara, e di un orto con gelsi e alberi da frutto, sito sempre in Ravello, «a Puntecito seu ad Santo Stefano», per il prezzo di 30 ducati. Tra gli obblighi del sagrista, beneficiario della chiesa di Santa Barbara, vi era quello di celebrare una messa il giorno della festa della santa, fissata dal calendario liturgico al 4 dicembre, sotto la pena di 4 libbre di cera bianca. Per tale celebrazione la rendita era di sei ducati annui, mentre in seguito ammontò a 34 lire come riferiva nell'Ottocento il canonico Luigi Mansi.

Alla fine del Cinquencento, la chiesa era visitata il 30 giugno 1588 dal vescovo Emilio Scattaretica (1578-1590), che ordinò di trasferire in cattedrale una pietra marmorea, forse una vasca, presente nel piccolo edificio. Veniva disposto, inoltre, di apporre un cancello di legno all'esterno del luogo sacro al fine di evitare che diventasse un lavatoio. Il presule Francesco Benni (1603-1617) si recò a Santa Barbara il 20 novembre 1606, il 18 dicembre 1608, nel 1610 e nel 1612. Non si rileva nulla di nuovo sullo stato dell'edificio, che proprio in quegli anni veniva definitivamente chiuso al culto. Dal 1617, anno della visita di Mons. Michele Bonsi, la chiesa non comparirà più nei verbali delle Visite Pastorali dei Vescovi della Diocesi Ravello - Scala. Ben più cospicuee particolari, sono le notizie riguardanti la reliquia che oggi si conserva nel museo del Duomo, costituita da una testa argentea contenente le ossa del cranio della santa, anticamente conservata, a dire del Camera, nella chiesa di Santa Barbara alle grotte. Con tutta probabilità, ma l'ipotesi va ovviamente verificata, la reliquia venne trasferita in cattedrale in un arco di tempo che va dal 1578 al 1584 e cioè sotto gli episcopati di Paolo Fusco e di Emilio Scattaretica, poiché tra i reliquiari presenti nella cattedrale nel 1577, anno della visita di Paolo Fusco vengono citati solo quello contenente il sangue di San Pantaleone e il braccio argenteo con osso di San Tommaso apostolo. A supportare questa ipotesi è inoltre la notizia riferita nel 1585 dal notaio Eloquenzio Mandina di Ravello il quale parla di una processione fatta il 17 maggio di quell' anno a causa della peste incombente «con vergini scapillate, et figliuoli nudi portando la testa di S. Barbara per la Terra».

Nel 1588 la reliquia venne visitata dal vescovo Scattaretica. Nel 1602, il suo successore Antonio de Franchis notava che caput Sanctae Barbarae erat in theca argentea. La reliquia è menzionata anche nella visita di Mons. Francesco Benni, eseguita il 10 giugno 1604, a proposito delle misure di sicurezza da prendere per l'accesso al reliquiario del sangue di S. Pantaleone, per il quale da ordine che si faccia una scala in fabbrica o si deponga in un altro luogo inferiore e più sicuro. Qui occorreva riporvi anche le reliquie del capo di Santa Barbara - caput Sanctae Barbarae virginis et martiris - e il braccio di San Tommaso Apostolo, conservate in due teche d'argento. E' del 1655, anno della seconda visita di Mons. Bernardino Panicola, effettuata dal vicario generale Antonio de Panicolis, la notizia che caput sanctae Barbarae virginis et martiris quod asservatur in capite argenteo antiquissimo ornato lapidibus pretiosis. Si trattava di sette pietre, 3 verdi, 3 granati e al centro un'ametista, come appare dalla particolare e curiosa descrizione del 6 agosto 1694, nel corso della visita di Mons. Luigi Capuano. Il nobile presule napoletano ordinava l'apertura della testa argentea, all'interno della quale fu ritrovata «tutta la testa per intero, oltre alla quale sono presenti alcuni denti in pezzi grandi avvolti in carte di bambagia». Ironicamente, il Vescovo poteva constatare che la testa presenta tante percosse «quante furono quelle che la santa prese dal padre». Per permettere ai fedeli la possibilità di vedere le reliquie, il Capuano fa apporre ai fori del reliquiario argenteo del talco e stabilisce che «a San Pantaleone e a Santa Barbara si faccia una festa all'anno». La reliquia verrà successivamente visitata nel 1713 dal vescovo Giuseppe Maria Perimezzi, nel 1733 da Mons. Antonio Maria Santoro e nel 1743 da Mons. Biagio Chiarelli. Fino alla metà del Settecento, da quanto siamo riusciti a scorgere dalle fonti archivistiche, la reliquia viene menzionata sempre come testa argentea e non come si presenta oggi, unita cioè ad un mezzo busto di legno. Presumibilmente, la testa argentea di Santa Barbara venne assemblata ad un mezzobusto ligneo seicentesco rappresentante iconograficamente la santa e conservato nel monastero della SS. Trinità fino alla seconda metà del Settecento, quando venne trasferito in Cattedrale. Infatti, in un atto capitolare del 10 gennaio 1838, si legge che «la statua a mezzo busto della gloriosa Vergine e Martire S. Barbara, protettrice in secondo luogo di questa città, da più di cinquant'anni si conserva in questa nostra ex-cattedrale chiesa con farsene ad ogni anno la festività a carico del sacrestano pro-tempore donata alla suddetta chiesa dalle Reverendissime Monache Benedettine dal Monastero di donne nobili di questa città sotto il titolo della Santissima Trinità, già soppresso fin dal 1811». La statua, il 31 luglio 1811, figurava tra quelle indicate nell'inventario dei beni della Cattedrale, richiesto dell'Intendente di Principato Citra Salvatore Mandrini e redatto da Don Agnello d'Amato, sacrista ed ebdomadario. Questione ancor più dibattuta è quella riguardante la datazione della testa argentea. Matteo Camera scriveva che«le preziose reliquie che serbavansi in essa chiesa - la chiesa di Santa Barbara - furono trasportate nel duomo; cioè la testa di Santa Barbara rivestita in argento fatta per devozione di Giuliano Polverino ravellese nel 1435 non che il braccio di San Tommaso Apostolo similmente coperto d'argento». Il menzionato Giuliano apparteneva al clero ravellese e nel 1424 ricevette dal vescovo di Ravello, Benedetto Paradosso, la metà di un beneficio in località Marmorata, nel luogo detto a la Cercula, e in una compravendita del 1426 riguardante alcuni beni tra cui un pezzo di oliveto, venduti al rettore della chiesa dei Santi Cosma e Damiano, Martino Scatozza. E' probabile che l'importante reliquia, realizzata al dire del Lipinsky e del Braca in età angioina, venne donata alla chiesa ravellese di Santa Barbara solo nel 1435. La Chiesa ravellese ha sempre venerato Santa Barbara come sua compatrona ma è difficile stabilire come sia giunta la devozione per la martire nel nostro territorio. È probabile che essa, come ha dimostrato recentemente Amalia Galdi, abbia seguito la scia del fenomeno cultuale legato alla santa, che si diffuse in Campania fin dall'alto Medioevo e in maniera articolata. A Ravello - suppone l'agiografa salernitana - il culto doveva essere diffuso già all'epoca del secondo vescovo della città, Costantino Rogadeo (1094-1150). Sotto il suo episcopato, infatti, sappiamo che un'altra reliquia della santa martire era conservata presso la chiesa parrocchiale di San Pantaleone nella piazza Fontana Moresca, la medievale Platea Sancti Adiutoris, destinata nel 1288 all'ordine degli eremitani di Sant'Agostino. La reliquia venne ritrovata il 29 maggio 1613 sotto l'altare maggiore della chiesa, in un vaso di vetro recante il sigillo del vescovo Costantino Rogadeo. Il ritrovamento fu ricordato dal notaio Francescantonio Battimelli e poi confermato da un atto notarile, redatto presso il palazzo vescovile il 18 aprile 1653, davanti al vescovo Panicola. Nell'inventario dei beni costituenti la chiesa conventuale di Sant'Agostino (attuale Sacrario), redatto in seguito alla soppressione innocenziana del cenobio, era menzionata anche la reliquia di Santa Barbara con sua iscrizione.

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